Yolo

La serie tv che vi (ri)convertirà all’animazione

IL 73 21.08.2015

Adventure Time non è la solita serie animata disimpegnata da Popcorn Time. È divertente, brillante e ben fatta, ma anche sottilmente arguta e post-moderna. Insomma, si può già gridare al cult

Adventure Time è un cartone animato di grande successo, mirato a bambini tra i sei e gli undici anni, ambientato nel mondo di Ooo, che è poi la Terra dopo una malprecisata Guerra Atomica. È anche la serie animata del momento: un momento che dura ormai dall’aprile del 2010, quando Cartoon Network decise di trasmetterne la prima puntata, dando il via a quella che sarebbe diventata una vera e propria rivoluzione nel mondo delle serie animate. Perché AT è la intellectual property che tiene in piedi tutta la baracca, quella che diventa zaini e portachiavi e magliette e Dvd e videogiochi e peluche e copriletto e fumetti. Dal punto di vista del marketing, è la nuova versione di quello che sono stati, un tempo, I Simpson.

 

Ma AT non è solo una macchina da soldi. Anzi. È, in ogni senso, e lo dico con ogni convinzione mi sia concessa, un capolavoro assoluto. È la miglior serie tv prodotta dai tempi di The Wire e Mad Men. È la miglior cosa ci sia in televisione oggi. In termini di visione, di creazione di un mondo ricco e sfaccettato, e di puro senso del gioco, del fregarsene dei limiti, è un romanzo di Pynchon. È Lynch e Game of Thrones e Barthelme e The Legend of Zelda e Barthes, ed è talmente triste che vi farà piangere ed è così buffa che vi farà sputare la bevanda dal naso ed è così cosmica che vi farà pensare di essere a un concerto dei Grateful Dead.
Non è un caso che il nome della serie sembri il nome di un vecchio gioco del Nintendo, come non lo è il fatto che i due buonissimi, purissimi, coraggiosissimi eroi, Finn e Jake, un ragazzino di dodici anni armato di spada e un cane carlino che parla come Bill Murray ed è dotato del potere di riuscire ad assumere la forma che desidera, passino le loro giornate a salvare principesse di ogni tipo che vengono rapite da Re Ghiaccio, come nel più classico dei quest da videogioco. Bene, direte. Pura nostalgia mirata a me e i miei amici. Marketing. E invece no, perché AT non si ferma lì, perché poi, senza che te accorgi, diventa un’analisi seria e meta-testuale del concetto di quest stesso. Ne sovverte i rapporti di genere, ne sovverte le basi. Perché AT mette tutto in discussione, sempre.

Per dire: Finn e Jake vivono in compagnia di BMO, una specie di Game Boy parlante. E fin qui sembra un’idea buffa e scema, e basta. Ma se vi dicessi che una volta BMO ha passato un’intera puntata (in bianco e nero) a risolvere finti crimini che si svolgevano in casa, mentre faceva finta di essere in un film noir? O della volta che BMO si innamora di una bolla di sapone, e poi la vuole sposare, e poi Jake per sbaglio fa scoppiare la bolla, e BMO piange, disperato? Che cosa stiamo guardando a questo punto? Un programma per bambini? E perché ogni due o tre puntate succede qualcosa di straordinariamente dark? E che cos’è davvero, il Regno di Ooo? E chi è il padre di Finn? E dove sono finiti tutti gli altri umani? E il Re Ghiaccio è poi così cattivo? O è solo impazzito di solitudine? Perché oltre il divertimento infinito e il senso dell’assurdo e i colori brillanti e accesi e le animazioni bellissime e i personaggi fantastici, Adventure Time è anche una serissima opera di filosofia morale, di esplorazione di rapporti di genere, del rapporto tra scienza e magia, una serie dalla psicologia sottile e complessa. È una vera opera post-strutturale, post-moderna, dove il cut-and-paste culturale è costante, sempre presente, e ogni cosa ne ricorda un’altra, che ne richiama un’altra ancora, senza mai, però, farti venir voglia di smettere. È una droga. È un culto. Che cosa aspettate a convertirvi?

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