Dimenticate il Grande Romanzo Americano, “Le correzioni” e anche “Libertà”. “Purity” è il libro di uno scrittore veramente popolare

Le ragazze americane non sono tutte hipster. Esiste ancora, nell’immaginario americano e in quello occidentale, un tipo di giovane che vale la pena raccontare anche se non ha la frangetta né una band né un trust fund con cui i genitori la mantengono mentre fa la bella vita nei quartieri gentrificati. Purity, che si fa chiamare Pip perché il suo nome non le piace, è una ragazza non solo povera e figlia di una madre povera, ma ha pure centotrentamila dollari di debito universitario che non sa come pagare. In più, invece di essere una cosiddetta slacktivist, il soprannome di chi fa politica dal divano cliccando mi piace sulle pagine giuste, lei fa parte del mondo Occupy di San Francisco e vive in una casa in odore di sfratto insieme a un paio di attivisti un po’ cristiani un po’ socialisti.

L’unica cosa che si può rivelare della trama appassionante che da qui prende le mosse e che anche la quarta di copertina americana è riuscita a nascondere praticamente per intero con grande rispetto per i lettori, è che Pip ottiene in modo equivoco uno stage pagato in Bolivia presso il campeggio cablato del Project Sunlight, un’impresa diciamo concorrente di WikiLeaks, gestita da un ispirato egomaniaco di nome Andreas Wolf: uno dei personaggi più carismatici del mondo, che viene dalla Germania dell’Est e la cui traiettoria da giovane ribelle e figlio protetto di funzionari di partito a eroe della verità e della trasparenza e idolo sessuale del pianeta dà alla piccola storia di debiti e poche possibilità di Pip/Purity uno slancio vertiginoso, e al romanzo uno splendido intreccio.

Al limite si può aggiungere che c’è un giornalista che dirige un sito di inchieste vecchia maniera, che c’è una grande famiglia a capo di una grande corporation della carne, ci sono sfratti, sesso appassionato e sesso calcolatore, più una tonnellata di madri morbose che incasinano la vita a figli e figlie e danno l’idea che la satira sociale di Jonathan Franzen galleggi con sicurezza su un mare di Edipi ed Elettre degni di Saul Bellow.

Purity (in Italia esce per Einaudi, IL ne ha pubblicato un capitolo in anteprima) è il migliore dei romanzi di Franzen anche se sembra decisamente minore rispetto alle uscite evento di Le correzioni (2001) e Libertà (2010). Franzen è ormai uno scrittore libero, ha vinto la sua battaglia e fa ciò che gli pare. Nell’ormai celebre intervento su Harper’s dal titolo Perché scrivere romanzi? (1996), Franzen si augurava che il romanzo tornasse a essere popolare e coinvolgente. Era la seconda metà degli anni Novanta, e nel 2001 uscì il suo aspirante Grande Romanzo Americano (da ora in poi “GRA”): Le correzioni. Il saggio di Harper’s, allora, venne riletto come propedeutico a Le correzioni, e invece, rileggendolo oggi, mi sembra di trovarci l’annuncio di Libertà e soprattutto di Purity.

Franzen scrive il pezzo dopo l’insoddisfazione per la ricezione, positiva e indifferente insieme, dei suoi primi due romanzi:

Avevo già capito che i soldi, la notorietà, la corsa in limousine fino allo studio fotografico di Vogue non erano semplici indennità accessorie. Erano il premio principale, la consolazione per il fatto di non avere più alcuna rilevanza all’interno della cultura.

Nel 1988 e nel 1992 lo scrittore trentenne aveva pubblicato due satire sociali corali molto diverse da Le correzioni. In La ventisettesima città, un capo della polizia donna e proveniente da Bombay divide la città. Fin dall’incipit sentiamo un talentuoso divertimento privo di arie e affettazione:

Ai primi di giugno William O’Connell, capo della polizia di St. Louis, annunciò le sue dimissioni e il consiglio dei delegati della polizia, trascurando i candidati appoggiati dall’establishment politico della città, dalla comunità nera, dalla stampa, dall’associazione degli agenti di polizia e dal governatore del Missouri, decise di conferire la carica quinquennale di capo della polizia a una donna che aveva già fatto parte della polizia di Bombay.

Ha il passo poco pretenzioso di una serie tv. Per il senso pratico e l’equilibrio con cui parte, suona come un The Wire ante litteram. E infatti condivide con quella che è forse la più stimata serie tv di sempre una certa missione, come spiegherà in Perché scrivere romanzi?:

Così come la macchina da presa ha conficcato un piolo nel cuore dell’arte descrittiva, la televisione ha ucciso il romanzo di cronaca sociale. Gli scrittori realmente impegnati possono piantare un chiodo in qualche crepa del monolito. E tuttavia lo fanno (…) con la prospettiva che nessuno li leggerà per ricavarne informazioni.

Quei primi due libri erano scritti, come usava nell’Ottocento, o in generale prima della televisione, per informare: anche se dai tempi del modernismo la grande letteratura non è più scritta per informare, lui vuole usarla così. (Robert Musil non informa su come si organizza un evento culturale nazionale, Marcel Proust non descrive i salotti borghesi per illustrare le ingiustizie di classe o la condizione della servitù o degli omosessuali, Virginia Woolf non è interessata a spiegare Londra o la struttura del mercato rionale.) Per Franzen, se c’è tensione morale in una storia è perché c’è una posta in gioco sociale, come in questo passaggio dal secondo romanzo, Forte movimento, che parla di terremoti causati dall’uomo:

Neppure sulla strada di Lynnfield, mentre fissava il primo cadavere che avesse mai visto, c’era stato spazio per la rabbia nel suo cuore. (…) Come poteva un terremoto causato dall’avidità e dalla perfidia di individui reali diventare semplicemente un atto di Dio, con tutta la vacua stupidità disumana degli atti di Dio?

Questo tipo di romanzo, si accorse Franzen, ha senso se può avere un impatto sulla società.

L’unica famiglia media americana che conosco bene è quella in cui sono cresciuto, e posso testimoniare che mio padre, pur non essendo un lettore, aveva una certa familiarità con James Baldwin e John Cheever, perché la rivista Time li aveva messi in copertina, e Time, per mio padre, era la massima autorità in campo culturale.

Per diventare un’autorità in campo culturale, Franzen capisce che deve passare per la cruna dell’ago e scrivere un tipo di romanzo più convenzionale: il romanzo che vuole essere il GRA. Ai suoi libri manca quell’atmosfera che da Francis Scott Fitzgerald a Philip Roth è un po’ il cuore del GRA: il maschio bianco insoddisfatto alle prese col sogno americano e con forme più o meno esplicite di parricidio e di tragedia familiare. Forse è meglio ripartire da qui, deve aver pensato Franzen, e il tema sociale semmai insinuarlo. Così, si mette al lavoro molto metodicamente, e in apparenza con molto meno divertimento, a darci dentro col gotico americano in Le correzioni:

La maggior parte dei tavoli da ping-pong nei seminterrati delle case è destinata a servire agli scopi di altri, più disperati giochi. Quando era andato in pensione, Alfred si era impossessato dell’estremità orientale del tavolo per i conti bancari e la corrispondenza. (…) Il tavolo da ping-pong era l’unico campo di battaglia su cui la guerra civile infuriava apertamente.

Altro che informare divertendo: qui il conflitto si è spostato classicamente all’interno della famiglia. Franzen ha abbandonato i thriller politici sociali civici e si è buttato sul privato per fare la sua cover di tutti i temi del GRA: sogno americano, modernità, perdita di valori, ogni disagio, ogni pillola antidepressiva, ogni pagina del manuale dei disturbi mentali.

 

Franzen è uno scrittore molto intelligente e molto serio, il piano gli riesce, e con un libro “non suo”, arriva il National Book Award. Il romanzo è scritto con quella destrezza da vero manipolatore di trame, per cui esce fuori un romanzo dall’aria solenne e pallosa che in realtà si legge d’un fiato.

Negli ultimi dieci anni, ricordava Franzen, gli scrittori finiti sulla copertina di Time erano stati solo Scott Turow e Stephen King. Franzen ci arriverà, su quella copertina e con il titolo Great American Novelist, ma non con Le correzioni bensì riportando tutto a casa: dopo aver scritto il romanzo solenne sulla famiglia che si riunisce a casa per il Natale, e aver passato dieci anni nell’indecisione, riesce finalmente a spendere il glamour e la fama ottenuti con Le correzioni per portare la gente a leggere un romanzo sociale e civile che assomiglia decisamente ai suoi primi due: Libertà. Il primo paragrafo già segnala il ritorno ai temi cari, dicendo del protagonista: «Sembrava assurdo che Walter, più verde di Greenpeace e cresciuto in campagna, fosse finito nei guai per connivenza con l’industria del carbone ai danni dei contadini».

Durante i dieci anni di pausa tra questo quarto romanzo e il precedente, i suoi tre principali rivali americani –che hanno scritto i tre principali candidati a GRA di fine secolo – sono usciti di scena in modi diversi. Philip Roth (Pastorale americana) ha concluso la carriera con una collezione di romanzi deliberatamente minori; Don DeLillo, prosciugato da Underworld, ha perso la vena; David Foster Wallace, il migliore amico letterario di Franzen, che aveva pubblicato un candidato GRA di nicchia (?!) come Infinite Jest, si è tolto la vita nel 2008.

L’umore di fondo, fra i lettori forti, è che con Libertà Franzen abbia rinunciato alla lingua, allo stile, e c’è chi si lamenta per queste famiglie middle class bianche coi first world problems tipo la sopravvivenza di una specie di uccelli. In ogni caso il libro funziona e si realizza la sua profezia:

Nel diciannovesimo secolo (…) il romanzo era il principale mezzo di istruzione sociale. Un nuovo libro di Thackeray o di William Dean Howells era atteso con la stessa eccitazione con cui oggi si attende un evento cinematografico di fine dicembre.

Solo Libertà riesce a farsi attendere con la stessa frenesia con cui sono state accolte le stagioni finali di Mad Men e Breaking Bad. Ma il passaggio non è completo, e si realizza solo con Purity.

Purity è la versione turbo dei primi romanzi di Franzen. Qui ci si allontana completamente dagli stilemi del GRA: intanto, forse ascoltando le critiche negative contro le sue famiglie middle class, Franzen prende come protagonista una diseredata: debito universitario, case occupate, lavori senza senso. E il viaggio di Pip fino in Bolivia è una presa in giro totale del sogno americano, cui Franzen volta le spalle. Elementi di saga ci sono, ma sono così piantati nella vitalità della storia, che invece di fare gotico americano, simbolismo, rimangono più reali che metaforici.

Purity è un libro divertente. Informa su libertà digitale, mutui e sfratti, ha i grandi reportage sulle armi nucleari. In cambio, c’è gente che viene ammazzata e gente che va a letto col nemico. Pip e Andreas Wolf sono la versione di sinistra di personaggi di James Bond.

In effetti, se questo libro ha un limite, è che sembra scritto di fretta: è come se, avendo stravinto, Franzen desse a intendere che non gli interessa più impacchettare un libro come se fosse chissà che, se avesse chissà che aura. Perciò, è pieno di dialoghi, con occasionale effetto telenovela: mentre due personaggi si chiariscono per lunghe pagine, viene voglia di cominciare ad affettare cipolle per il soffritto. Soprattutto, i dialoghi non definiscono molto i personaggi, che hanno quasi tutti lo stesso gusto per la rispostina pungente e la stessa capacità argomentativa, il che rende piatto lo stile. A volte, leggendo i flashback dalla Berlino Est anni Ottanta sembra sentir parlare degli stagisti editoriali di New York che leggono BuzzFeed e The Awl. Il resto però c’è: le cinquanta sfumature di foschia sulla costa californiana, la dolcezza tropicale un po’ marcia delle pagine boliviane, i grandi resoconti sulle giovinezze faticose, le anoressie, gli amori basati sul plagio, le eredità… Franzen è veramente uno scrittore popolare, e con questo libro si rivela il meno affettato della sua generazione. Ha rinunciato a qualcosa, ma ha anche trovato molto altro. La sua profezia era azzeccata, e ora che può raccontare i grandi processi del mondo contemporaneo noi abbiamo finalmente il nostro Robert Ludlum.

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