Sembra che il gruppo australiano sia maturo abbastanza per piazzarsi tra i grandi del rock, ma forse sono solo adatti all’oggi

Da un quindicennio il rock è un gigantesco dipartimento accademico dove dei ricercatori zombie cercano di riprodurre alchimie di altre epoche rifinendole però con quella lacca curatorial che ne fa un prodotto fuori dalla storia e che si addice molto all’epoca presente, in cui i rapper disegnano le scarpe per Adidas e gli scrittori pensano ai propri tweet quanto alle proprie opere.
Ogni ritorno del rock è solo la curatela di una mostra pop art sul rock. Se l’ultimo Rock Onesto è stato, più che il grunge, il bordello arty di Sonic Youth, Pixies e Dinosaur Jr; a partire dal nuovo secolo, da Strokes, White Stripes e Interpol, fra gli altri, questa è la storia. I Tame Impala sono la versione più simpatica possibile di questo processo: con due dischi, Innerspeaker del 2010 e Lonerism del 2012, hanno dato la lacca postmoderna al suono psichedelico inglese, imponendosi nel circuito dei festival.

I Tame Impala sono in realtà un uomo solo, Kevin Parker, che si fa accompagnare in tour da una band. Parker è un australiano solitario che al momento vive e registra musica in una casa sul mare, a quanto dice il mito. Registrando il terzo disco, Currents, a casa sua mentre si lasciava con la tipa, ha avuto una stranissima intuizione: le melodie psichedeliche – il solito castello di carte di melodie spesso in falsetto prese dai Sessanta inglesi, a partire dai capisaldi Syd Barrett e John Lennon – possono diventare soul e RnB con una manciata di accorgimenti tecnici, lirici e melodici. I pezzi sono stati ulteriormente rallentati, la chitarra è stata più o meno tolta eliminando il rifferama stile Zeppelin, le melodie si sono allungate come gomma da masticare e lo spazio è stato riempito completamente da synth volgarissimi, con basso e batteria perfettamente coordinate a dare un funk molto astratto ma sempre solido: abbastanza bianco nelle melodie, tipo Tears For Fears o Prefab Sprout, ma phat nei suoni, come usa oggi, tipo l’ultimo album di Miguel, ma anche la colonna sonora di Drive.

Si dice ovunque che i Tame Impala siano pronti per gli stadi (tre date all’aperto in Italia in questi giorni…). Forse è un modo di dire, in ogni caso il disco è molto bello. Secondo il mio amico etiope MF, è il disco perfetto per il 2015: talmente perfetto che fra tre anni non lo si potrà più ascoltare. Per come la vedo io, forse è ora di cominciare a produrre dischi “evento” immaginando che debbano essere ascoltati una volta sola, al massimo due, con ottime cuffie: come guardare un film al cinema. È un pensiero che ho avuto per la prima volta con Random Access Memories dei Daft Punk, un disco che sembrava una presa in giro oppure una tesi di dottorato sul suono dei turnisti che incidono dischi commerciali nei grandi studi di registrazione. Quel disco, mi ero detto all’epoca, non andava messo in vendita, ma fatto ascoltare una volta sola in un museo: andava incontrato traumaticamente, nella sua perfezione umana ma anche un po’ inutile, come ascolto performativo, un po’ come quando la gente andava al MoMA a sedersi per qualche minuto di fronte a Marina Abramović vestita bene.
In un’ottica simile, un disco soffocante ma amoroso come Currents, che in falsetto dice «Perché io sono un uomo, donna… ed è l’unica risposta che ho» e poi schiocca la dita o mette l’handclap, è perfetto per essere ascoltato una volta e poi ricordato come un lungo incubo in cui le certezze della musica alternativa andavano definitivamente a puttane e vinceva Al Green.

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