Ciò che la vita divide, il cinema unisce: Amy e Cara non si sono mai frequentate, ma a settembre “usciranno” insieme

Guardando Amy – The Girl Behind the Name, al cinema dal 15 settembre, ci si domanda, tra le altre cose: se non ci fosse stato YouTube, sarebbe esistita Amy Winehouse? È una semplificazione, si capisce. Ma il documentario di Asif Kapadia (quello di Senna) è una grande news feed che mischia video, fotine private, momenti che starebbero bene su Tmz, tutto quello che compone e decompone lo storytelling (oggi si dice così) a cui c’hanno abituati i social media.
Guardando una qualsiasi campagna pubblicitaria degli ultimi mesi, ci si domanda, tra le altre cose: se non ci fosse Instagram, esisterebbe Cara Delevingne? È un’altra semplificazione, si capisce. Ma se una volta si diventava supermodelle in passerella, oggi servono centinaia di selfie e Taylor Swift che ti “regramma”.
È una semplificazione sempre, quando si parla di icone, e oggi chi non lo è. Amy lo era anche prima di diventarlo da morta il 23 luglio 2011, nel giro di mezza giornata. Cara sta facendo di tutto per, forse c’è già riuscita: nella Rete che tutto produce e mangia e sputa, lei è tra i capi. Semplificando di nuovo: la prima può essere definita anche solo dalla cofana nero pece, la seconda dalle sopracciglia folte, roba che solo su una come lei può diventare must have (oggi si dice così).

 

Quattro anni senza Amy. Eppure è impossibile cancellare dalla memoria quegli occhi sgranatissimi

Si poteva fare meglio. La locandina di Paper Towns (tagliata male) pubblicata sull’Instagram di Cara

Entrambe inglesi (no: londinesi), aria punkettona un po’ vera e un po’ fake, una poveraccia di periferia, l’altra borghese di Mayfair, una maledetta fin dall’infanzia di borgata, l’altra con bambagia ereditaria. Escono questo mese con due film. Amy col documentario omonimo, appunto: rischia l’effetto specialone di Mtv ma è generoso, e ha l’ineluttabilità dell’«era tanto bello, ho pianto tanto». È un’attrice da premio: menzione alla scena in cui riceve il Grammy per Rehab, al suo commento al titolo della canzone di Justin Timberlake in cinquina con la sua («Davvero l’ha chiamata What Goes Around Comes Around?»), alla faccia da Giulietta Masina quando Tony Bennett annuncia la vittoria. Cara, doti recitative ancora non del tutto confermate, è protagonista di Città di carta (Paper Towns, in Italia dal 3 settembre), ultimo adattamento dallo scrittore di young adult (oggi si dice così) più prolifico al mondo, John Green, lo stesso di quel Colpa delle stelle coi ragazzini tumorati e innamorati.

Nei rispettivi film, entrambe sono ragazze scomparse, entrambe fuggono. Winehouse da una qualsivoglia possibilità di farci capire fino in fondo il perché: del genio, del successo, dello sbrocco, della fine. Delevingne – più didascalicamente – scappa dalla tranquilla provincia per inseguire chissà cosa chissà dove, e diventando così il sogno proibito del solito nerd del paesello (Nat Wolff, in Colpa delle stelle faceva l’amico cieco).
Ci si domanda se e come Amy avrebbe usato Instagram, mentre si legge che Cara starebbe pensando – per ’sto fatto che le icone devono saper fare un po’ tutto, specie quando sono ancora in stage – di debuttare come cantante. Nel frattempo macina film: ne ha altri cinque già pronti.
Quando la prima è morta a ventisette anni, l’altra stava per compierne diciannove e aveva iniziato da poco la carriera di modella. Il cortocircuito sperato è avvenuto nel giorno del quarto anniversario della morte: Cara ha messo su Instagram (dove sennò) una foto in bianco e nero di Amy, scrivendo di continuare a risposare in pace, e che ci manca molto, e di andare a vedere il suo documentario. Sarebbe stato un mondo diverso e perfetto, quello in cui Amy e Cara uscivano, si ubriacavano e finivano sui tabloid insieme. Un mondo di lacrime che si asciugano da sole (cit.), a patto che le icone piangano.

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