Yolo / Cinema

Elle Fanning e il tempo dei Trans-teenager

IL 74 25.09.2015

Arriva l’autunno-inverno cinematografico con tre film che orbitano intorno all’identità di genere. Nel più atteso, About Ray, risplende la sorella di Dakota

Le discussioni d’autunno sono già confezionate e a tema unico, resta solo da aspettare l’uscita di tre film.
A fine settembre (negli Usa) c’è Stonewall di Roland Emmerich, la storia del movimento LGBT – il 1969, l’inizio. Poi The Danish Girl di Tom Hooper (27 novembre, sempre negli Usa), anteprima a Venezia: la ragazza danese è Lili Elbe, il primo uomo a essersi sottoposto all’operazione per il cambio di sesso.
Ambiziosi, ma non i più attesi: quello è About Ray, appena uscito in America, di Gaby Dellal. La protagonista è Ramona, un’adolescente agguerrita. Snerva la madre con richieste non proprio da adolescente: insiste per avere un permesso firmato dai genitori e cominciare la terapia ormonale, si sente maschio ma sa cosa fare.
La trama è la preferita dal nuovo millennio, la crisi d’identità di tutti (il titolo originale era Three Generations): Maggie (Naomi Watts) non sopporta l’idea di vedere la sua bambina che diventa un uomo; Dolly (Susan Sarandon), la nonna lesbica di Ray, madre di Maggie, deve decidere chi difendere, se la figlia avvilita o la nipote determinata. E poi lei, Ramona-Ray, la più piccola, l’unica convinta di poter scegliere chi essere. La critica fuori dal cinema ha deciso di iniziare prima dei titoli di testa, la prima contestazione è stata sulla consueta mancanza di coraggio dei registi: il protagonista transgender è la solita etero (l’accusa precisa è: cisgender), come Hilary Swank in Boys Don’t Cry. Per raccontare un dramma maschile di identità sessuale avrebbero di nuovo preferito la strada troppo facile: una ragazzina rapata a zero infilata in un paio di jeans larghi. Tra l’altro la ragazzina nei jeans larghi, oltre a non essere un uomo, non ha neanche finito il liceo.

 

Michael Friberg/Contour by Getty Images

Elle Fanning (appunto Ramona-Ray), 17 anni, è l’ultima delle attrici prime della classe, quella di cui tutte le altre prime della classe si preoccupano: pare che dall’altra parte delle telecamere invecchiare sia diventato impossibile più che mai, «I was told 37 is “too old” for a 55-year-old love interest», pigolava Maggie Gyllenhaal qualche mese fa.
Considerato che la gravità della questione è nel fatto che il problema non sono più soltanto le ventenni, le più accorte (Paltrow, Alba, Lively, Mendes) hanno già differenziato gli investimenti di mercato, sono diventate amministratrici di blog con ricette di cucina e di vita, esercizi di yoga e abitini. Altre si sono rassegnate a diventare qualcuno su uno schermo più piccolo, Netflix – naturalmente condannandosi a restare per sempre la stessa donna: dopo il 2000 le serie tv sono la strada senza ritorno.

Ma è il capitalismo spinto del cinema: gli studi di produzione preferiscono quello che vogliono, e più di tutto negli ultimi tempi amano il ricambio della bravissima attrice con una teenager che inizia a somigliarle. Emma Watson è stata la nuova Natalie Portman, Natalie Portman era già la nuova Cate Blanchett e probabilmente da ottobre il nuovo posto d’onore nella catena alimentare l’avrà conquistato lei, Elle Fanning, la ragazza più pallida d’America, sguardo perso e faccia come argilla. Il futuro era già scritto da qualche parte, forse in Somewhere di Sofia Coppola, quando Elle era la figlia giudiziosa di un attore depresso. Nell’unica scena indimenticabile del film sono in piscina, lei fa la smorfiosa con una tazza di tè immaginaria: quella bambina aveva dieci anni e riusciva a ridere con gli occhi vivi sott’acqua. Le altre prima di lei avevano preso pagelle entusiasmate per molto meno: Natalie Portman perché era stata brava a tenere una sigaretta, Emma Watson, la bacchetta magica.

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