Son giorni strani, e poiché a nulla vale cercar di proteggersi da questa canicola africana, ti ritrovi a bere acqua tonica irrobustita e ad ascoltare a ritrecine canzoni vecchie e tristi, Don’t Cry dei Guns N’ Roses più di tutte e sopra tutte, col suo perfetto testo da liceale, miagolato dall’Axl migliore e intinto nella solennità lercia dell’assolo di Slash, che pare volersi prendere l’incombenza di raccontare non solo quello struggente addio di due ragazzini, ma ogni addio, anche i nostri, che cerchiamo invano di avvolgere d’una garza di tenerezze e sorrisi stenti ma son duri come la pietra, e affilati, grigi e diacci e secchi – maleducazioni, non son che maleducazioni, alla fine, e quando arriva il momento siamo tutti white trash come Axl Rose, tutti noi, sempre. Io per primo.

And please remember
that I never lied
And please remember
how I felt inside now honey
You got to make it your own way
But you’ll be alright now sugar
You’ll feel better tomorrow
Come the morning light now baby
And don’t you cry tonight
And don’t you cry tonight
And don’t you cry tonight
There’s a heaven above you baby
And don’t you cry

Son giorni strani, e le notti peggio, passate a guardar soffitti crepati e chiedersi se sia bene avviare a scrivere un altro romanzo mentre l’ultimo è ancora nelle librerie, e convincersi di sì, certo, bisogna scrivere quando si può e non quando si deve, e avviare subito, all’alba, con la prima luce, spinto dall’entusiasmo di un figliolo, e subito accorgersi che tutte le idee e le storie che nel dormiveglia ti sembravano così brillanti e robuste son fragili, invece, son ponti di ragnatela, e non reggono nemmeno un sospiro, e allora spengi il computer e ti metti a leggere – che altro puoi fare? – e avvii dalla Fallaci di Quel giorno sulla Luna, la formidabile cronaca della missione Apollo 11 che non avevi mai letto, e sei pieno di ammirazione per l’impeto sventato e brillante con cui affrontava la scienza dura dell’allunaggio e dei pericoli di contaminazione, l’Oriana, e mostrava di saper bene – d’aver studiato – ciò di cui scriveva, così meritandosi di poter essere testimone di quei momenti in cui il mondo cambiava per sempre e lei era lì, proprio lì, al centro d’ogni cosa, nella tribuna stampa di Cape Kennedy, a vedere coi suoi occhi la partenza dell’immane razzo Saturn sulla cui cima era appollaiata, minuscola, la capsula degli astronauti, per poi salire su un aereo e precipitarsi a Houston, al Centro di Controllo, a vedere come andava a finire,

Perché aveva conosciuto Armstrong e Aldrin e Collins, Oriana Fallaci. Li aveva intervistati più volte. Aveva cenato con loro. Conosceva la pochezza della loro vita da borghesi di provincia e il necessario distacco che mantenevano verso ogni implicazione non scientifica della missione – una normale conquista tecnologica, dicevano tutti loro, anche von Braun – perché una volta giunti nel Mare della Tranquillità non dovevano emozionarsi e mettersi a poetare, ma condurre a termine la missione in tempo: riportare indietro venticinque chili di pietre lunari e un sacchetto di suolo lunare, lasciar lì un sismografo e uno specchio, rispondere alla telefonata di Nixon, e piantare la bandiera americana.

Nella fervida, fremente telefonata alla redazione dell’Europeo, fedelmente trascritta, Oriana Fallaci continuava a dire che Giulio Verne aveva già descritto quella missione, un secolo prima, e anche la sua astronave partiva dalla Florida, d’estate, e ospitava tre uomini. Ripeteva che ci sarebbe voluto Omero a raccontare del grande passo per l’umanità, altro che lei! E poi, quando si accendevano i motori del Saturn e cominciava il conto alla rovescia degli ultimi secondi, la sua voce si incrinava d’emozione e di pianto mentre raccontava di uno spostamento d’aria che ci ha quasi buttato per terra, e spiegava quel fragore che sembra un bombardamento ma non ammazza nessuno.

Oh, che cosa stupenda… si alza così lentamente, sai, lentamente… va sulla Luna… la Luna… Vorrei che oggi nessuno morisse.

Di seguito avvii a leggere il libro gemello che Norman Mailer scrisse della stessa missione Apollo, Of a Fire on the Moon, ma ti garba meno, molto meno, e allora lo lasci per passare a An American Dream, sempre di Mailer, che invece ti garba enormemente, e non solo perché nel primo capitolo il protagonista ammazza quattro persone, tre nazisti e sua moglie. Mentre ti lasci ammaliare da quella scrittura gonfia e invasa dal talento, e ammiri ancora una volta l’infinita duttilità dell’inglese, ti ritrovi a pensare con struggimento all’epopea di quei giornalisti che a partire dalle loro cronache intinte di scrittura alta eppure popolare, fine eppure poderosa, finirono per scrivere alcuni dei romanzi fondamentali per raccontare i tempi di quell’America selvaggia – oltre a Mailer, Hunter Thompson, certo, e Tom Wolfe, e Joan Didion…

Anche Sotto il vulcano, riprendi in mano, perché il tuo figliolo lo legge e lo rilegge e una notte, all’alba, appena tornato da una di quelle sue nottate infinite di ventenne, ti viene a svegliare col libro in mano e il sorriso sulle labbra e si siede sul letto e avvia a leggerti qualche meraviglia di cui non t’eri accorto nelle tue letture precedenti, o forse non ricordavi – perché di tutto ormai ti ricordi sempre meno.

– Io non ho una casa, dice la señora Gregorio al Console… Babbo, ascolta, apri gli occhi… Io non ho una casa, solamente un’ombra, ma tutte le volte che avrai bisogno d’un ombra, la mia ombra è tua…

Quale misera cosa sarebbe stata la tua vita senza la lettura, senza i romanzi e i racconti e le poesie, senza gli scrittori e le scrittrici! Quanta gioia e ammirazione e felicità ti hanno regalato, e a quale costo… Continui a pensare a tutti gli autori e le autrici che hanno deciso di togliersi la vita. Li immagini nei loro ultimi giorni, a camminare per casa sconfitti, posseduti dal nulla, spettinati, muti, malvestiti, gli occhi svuotati, i pensieri sciupati, ogni parola svanita…

Hunter Thompson, che si tirò una revolverata in testa a sessantotto anni, stremato dal dolore della malattia, perduto nell’abisso terribile d’un pomeriggio di febbraio. Era seduto davanti alla sua macchina da scrivere. Aveva scritto la data di quel 22 febbraio 2005 e un’unica parola: counselor.

Hemingway, che si uccise a sessantadue anni, la mente e la memoria dilaniate dagli elettroshock, sparandosi una fucilata in testa nel nulla di Ketchum, una cittadina del cazzo in mezzo all’Idaho.

Paul Celan, che si gettò nella Senna in una notte di metà aprile, dal ponte Mirabeau, a cinquant’anni, e ricordi subito quando nel 1991 interrompesti per qualche ora un viaggio d’affari nella Berlino da poco liberata – ci andavi a vendere il velour – per vedere la grande mostra di Anselm Kiefer alla Nationalgalerie. Su tante di quelle opere gigantesche campeggiavano le scritte Dein aschenes Haar Sulamith, I tuoi capelli neri Sulamith, e Dein goldenes Haar Margarete, I tuoi capelli d’oro Margarete, vergate a carboncino dalla mano del pittore sulla striscia di cielo basso che sovrasta le pianure infinite della sua Germania, e se i capelli di Sulamith erano nidi di capelli umani che sortivano da lastre di piombo corrose e calpestate, quelli di Margarete eran fili di paglia secca che sembravano sparsi dal vento su quelle tele immani. Quando leggesti sul catalogo della mostra che erano parole tratte dai versi di Paul Celan, ne comprasti un libro e ti mettesti subito a leggerlo, in automobile, armato solo delle cinquanta parole del tuo tedesco tessile, mentre il tuo agente guidava zitto verso le cattedrali berlinesi del confezionismo tedesco, oggi tutte fallite, morte anche loro. Sussurri tra le labbra i loro nomi formidabili: Hommel & Klatt, Hensel & Mortensen, Umlauf & Klein, Wilhelm Krause…

Petronio Arbitro, che volle morire lievemente, durante uno dei suoi pranzi, come ci racconta Tacito: «Si tagliò le vene e poi le fasciò, come il capriccio gli suggeriva, aprendosele poi nuovamente e intrattenendo gli amici su temi leggeri».

Cesare Pavese, che si uccise a quarantadue anni con le bustine di sonnifero, a Roma, nei giorni crudeli della fine d’agosto. A diciott’anni, sconvolto per il suicidio d’un compagno di classe, aveva scritto questi versi:

Sono andato una sera di dicembre
per una stradicciuola di campagna
tutta deserta, col tumulto in cuore.
Avevo dietro me una rivoltella.

Sylvia Plath, che a trentun’anni sigillò ogni spiraglio della cucina con asciugamani e lenzuola, infilò la testa nel forno alle quattro di notte e accese il gas, in un suicidio che non può non aver ispirato quello di James Incandenza, il regista avantgarde alcolizzato e geniale che in Infinite Jest pratica un foro nel vetro del forno a microonde, vi infila la testa, sigilla ogni apertura con del foglio d’alluminio e accende il forno facendo scoppiare ogni cosa, testa e forno, e quando suo figlio Hal torna a casa dopo l’allenamento, stanchissimo e affamato, mentre si toglie le scarpe da tennis nell’ingresso, subito prima d’entrare in cucina e vedere suo padre in piedi con la testa infilata in ciò che resta del forno a microonde, non può non pensare che in casa c’è un profumino buonissimo.

E poi Emilio Salgari, che si ammazzò pieno di rabbia verso i suoi editori che l’avevano sempre sfruttato, tagliandosi il ventre e la gola con un rasoio, a quarantott’anni, all’alba, in un burrone in mezzo a un bosco, non lontano dalla sua casa di Torino.

Sándor Márai, che si suicidò a San Diego in California, a ottantotto anni, con una rivoltellata, pochi giorni dopo la morte della sua compagna.

Heinrich von Kleist, che si sparò a trentaquattr’anni, insieme a un’amica gravemente malata, a Berlino, sulle rive del triste Wannsee.

Robert E. Howard, il creatore di Conan il barbaro, che si tirò anche lui una pistolettata alla tempia, nel deserto, a trent’anni, inconsolabilmente sconvolto dalla notizia della morte imminente della madre adorata.

Franco Lucentini, che si gettò nella tromba delle scale del palazzo nel quale viveva, a ottantadue anni, e chissà se fece lo stesso anche Primo Levi.

Virginia Woolf, che a cinquantadue anni riempì di sassi le tasche del suo pastrano e si gettò nel fiume Ouse.

David Foster Wallace, che si impiccò nel garage di casa, a quarantasei anni.

Son giorni strani, davvero. Vedi tanti spezzoni di vecchi film, senza finirne neanche uno, e di tutti ti rimane in mente solo quel gran grido di Encolpio, nel Satyricon:

– Avanti, o mortali, riempitevi il cuore di grandi speranze! Avanti a far progetti per mille anni! Avanti a conquistare ricchezze con ogni sorta d’inganni!

Hai fatto a cazzotti, due volte. Hai preso il sole. Hai spinto l’automobile ben oltre i duecento all’ora. Hai bevuto molto più di quanto avresti dovuto bere e parlato molto più di quanto avresti dovuto parlare.

Ti chiedi quanto possa andare avanti, tutto questo. Tutta questa vita. Speri per sempre.

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