Yolo / Musica

Il genio di Jackson C. Frank

IL 74 25.09.2015

A mezzo secolo di distanza dall’unico album mai prodotto, un cofanetto celebrativo restituisce dignità artistica a un musicista la cui vita non ha mai incontrato pace

Le storie sfortunate sono un fattore ricorrente del pop. Molte nascono dal deflagrare della sindrome d’incomprensione in caratteri insicuri e finiscono per essere l’epitaffio di carriere dimenticabili. Capita anche, però, che siano l’effetto conclusivo di un’inspiegabile procedura d’incomunicabilità tra un vero artista e quello che avrebbe potuto essere il suo pubblico, ma che il destino, il timing o la beffa hanno fatto in modo che non diventasse tale. In certi casi queste vicende sono completate da un’afterlife: una volta che tutto è finito, una scintilla resta accesa e da essa, poco alla volta, si riaccende un fuoco. Il talento viene finalmente riconosciuto e celebrato.
La procedura di risarcimento, seppure postuma, conferisce solennità e commozione al tutto e l’arte di questi musicisti vive nel tempo, tramandata come un gioiello raro. Lo sapete: è la storia di Nick Drake e di Tim Buckley, di Karen Dalton e di Judee Sill. Ed è la storia di Jackson C. Frank, che raccontiamo oggi con la consolazione che sia condivisibile, dal momento che è uscito The Complete Recordings, il più esauriente cofanetto possibile della sua produzione, che include l’unico album ufficiale, i ventidue outtakes che avevano visto la luce anni fa e le ulteriori e uniche trentatré registrazioni effettuate dall’artista, oltre le quali altro non esiste.

Jackson C. (sta per Carey) Frank nasce a Buffalo nel 1943 e, quando muore nel 1999, il suo unico lavoro, che porta il suo nome e risale al 1965, è da molti anni fuori catalogo. Poco alla volta però le cose hanno ricominciato a muoversi, l’interesse per la sua musica si è riattivato e da lì all’emozione del veder riemergere l’opera, lo stile, il suono, la voce, l’ispirazione e la storia di quest’uomo, il passo è stato breve. Il suo è stato un viaggio nel tormento, che comincia con un attimo fatale: quello in cui, quando ha undici anni, una caldaia esplode nella sua scuola elementare. Quindici compagni muoiono nella tragedia, Frank resta ustionato in metà del corpo, ma si salva. Trascorre sette mesi in ospedale e un suo professore, per aiutarlo a distrarsi, gli regala una chitarra.
Jackson ha subìto danni permanenti agli arti, ma la sintonia che prova con lo strumento gli permette di elaborare una tecnica personale per suonarlo, a dispetto di ciò che le sue mani sono in grado di fare. Elvis è il suo eroe e quando ha 13 anni la madre lo porta a Graceland, dove Jackson ha la fortuna di incontrare il “Re” e di farsi fotografare con lui, in una specie di esoterica consacrazione. Comunque il periodo di tempo che lo separa dalla fatidica data del ventunesimo compleanno, costituisce l’apprendistato di Jackson verso quel mestiere di cantautore che vede come naturale sbocco della sua creatività.
Suona nei locali di Buffalo, compone le prime canzoni, porta allo stato dell’arte il fingerpicking, educa la voce, che è tersa, altamente espressiva, fantasticamente intonata. E si fidanza con Katherine Wright, musa, compagna e, infine, ingombro negli anni brucianti che si accinge a vivere. Tutto infatti cambia quando Frank riceve il risarcimento per l’incidente del 1954. Sono tanti soldi per l’epoca, 110mila dollari, quasi un milione per i valori di oggi. Ed è la benzina che accende il motore di Jackson: compra un biglietto di nave e parte insieme a Katherine per l’Inghilterra. Una volta a Londra frequenta i giri e i club dei folk singer. Ha quattrini tra le mani e voglia di spenderli, in alberghi, macchine, bella vita. Conosce Paul Simon, un espatriato come lui, gli fa ascoltare le sue canzoni, lo convince del proprio valore. Simon si offre come produttore del suo album d’esordio e suonerà per lui qualche parte di chitarra (altrettanto farà Al Stewart: per il resto solo la voce e lo strumento di Frank) ottenendo dalla Columbia Records un contratto per il disco di Jackson. Che nel frattempo rompe con Katherine, e la rispedisce negli States ad abortire. Frank si fidanza con Sandy Denny, la principessa della ribollente scena folk del momento, e stringe amicizia con John Renbourn, futuro chitarrista dei Pentangle.

Anche Nick Drake si accorge di lui, se è vero che nei nastri che in quegli anni registra a casa compaiono quattro composizioni di Jackson. Il biondo beatnik di Buffalo sembra destinato a farsi un nome e quando con la sua preziosa chitarra Martin suona pezzi malinconici e appassionati come Blues Run the Game e Here Come the Blues, ci sono solo consensi. Le cose però vanno diversamente: Paul Simon, sul quale al momento pochi scommettevano, diventa una popstar. Il disco di Frank invece viene ignorato. Il colpo è durissimo e ancor’oggi è impossibile indagare i motivi di questo insuccesso, mentre di lì a poco i dischi di Richard Thompson, John Martyn o Bert Jansch, nelle loro svariate formule, incontreranno il più grande interesse di pubblico e critica. L’album è perfetto, alcuni brani sono eccelsi, le melodie alte e magnifiche, le esecuzioni asciutte e mai ridondanti. Si può ipotizzare una qualche forma di estraneità della musica di Frank al mercato britannico a cui si rivolgeva in prima istanza, ma anche questo è poco convincente, se nello stesso momento non solo Dylan, ma anche Townes Van Zandt e altri facevano scintille tra i giovani appassionati. Forse Jackson non aveva la faccia giusta. Forse era un ragazzo delle terre fredde, con il suo ciuffo sugli occhi e quel giaccone di lana pesante a scacchi…

In un paio d’anni Frank finisce i soldi. Torna in America, si stabilisce a Woodstock, un magnete per chi fa il suo mestiere. Sposa l’ex modella Elaine Sedgwick, la sorella di Edie, la “superstar” di Andy Warhol, e con lei fa due figli, un maschio e una femmina.
Per lui è un periodo di depressione e di squilibrio psicologico, che culmina in una profonda crisi quando il maschietto muore di fibrosi cistica. Londra ormai è un ricordo lontano: ci torna solo una volta, nel 1968, per una session da John Peel e per aprire il tour dei Fairport Convention. Di nuovo negli States, vede dissolversi il matrimonio e comincia a entrare e uscire dai manicomi. Negli anni Settanta scrive a Renbourn: «Come va? So che suoni ancora i miei pezzi, sarebbe bello vedersi». L’indirizzo sul retro della busta è quello di una clinica per malattie mentali. Il tentativo di registrare un secondo album naufraga miseramente. Ormai nessuno si ricorda più di Jackson C. Frank. Alla fine degli anni Settanta, Renbourn, di passaggio da Woodstock, cerca il vecchio amico: «Mi parlarono di un tipo che passava il tempo a fissare i semafori», racconta. Era lui. S’incontrano, Frank è malmesso, sovrappeso, flippato e la storia che racconta è brutta. Ha provato a scendere a New York, in cerca di Paul Simon per ristabilire i contatti. Non l’ha trovato ed è finito a vivere per strada, come un homeless. Un teppista gli ha sparato con un fucile a piombini e gli ha accecato un occhio.

Devono arrivare gli anni Novanta perché la vita di Frank conosca requie. Un fan, Jim Abbott, si mette ostinatamente sulle sue tracce e alla fine lo scova, ancora a Woodstock. Si dà da fare, gli trova una sistemazione, gli compra perfino una chitarra e lo convince a registrare di nuovo qualche canzone (sono quelle finalmente disponibili nel cofanetto).
La voce è cambiata, ha perso il timbro cristallino della giovinezza, si è arrochita, ma non ha perduto la sua potenza espressiva. Infine Jackson muore in pace e Abbott ne celebra la parabola nella biografia Jackson C. Frank: The Clear Hard Light of Genius, uscita lo scorso anno, (su Amazon, anche per Kindle).
Poco alla volta però, anche per lui monta il fenomeno, quasi paranormale, che ha riguardato negli ultimi anni altri artisti misconosciuti. Un ritorno in vita, una riscoperta trionfale e tragica al tempo stesso, che brilla della bellezza della materia artistica che porta a galla e rende teatrali e grotteschi i capitoli di questa esistenza.
Jackson C. Frank, a quindici anni dalla sua morte e a mezzo secolo dall’unico lavoro mai concepito, diviene un genio musicale. Forse era difficile vederlo subito, forse il suo karma era più forte della sua ispirazione. Forse è parte dei giochi del pop: scegliere a caso chi si eleva e chi si umilia.
Un’ingiustizia scombinata e casuale, come tante cose strane di questo mondo di matti.

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