Explicit / Idee

Io non mi immedesimo

IL 74 25.09.2015

Contro il mito dell’empatia (letteraria). Leggere libri, soprattutto i classici, e metterci nei panni dei personaggi dei romanzi dovrebbe renderci esseri umani migliori. E allora come mai siamo ancora delle brutte persone?

Recentemente, durante un incontro pubblico, Domenico Starnone ha pronunciato le parole definitive sul mito dell’empatia letteraria: quelli che, stizziti, definiscono irritante un romanzo, fastidiosa la storia e non immedesimabili i protagonisti confermano più degli altri lettori che quel libro è buono e ha fatto il suo dovere.

Mi sono sentita sollevata perché l’empatia è diventata un’arma così minacciosa che appena la sento brandire sudo freddo, e accade sempre più spesso. Pare sia una delle parole più cercate su Google nell’ultimo decennio, ha fatto fuori categorie ritenute obsolete come la sensibilità, la compassione, l’intelligenza (quest’ultima resiste solo se si aggiunge “emotiva”, sennò viene liquidata come fredda). Oggi per capire devi essere empatico, altrimenti sei distante, e per motivi a me incomprensibili la distanza non è più considerata un discreto requisito per restare lucidi. Almeno in psicologia qualche perplessità si è levata: Paul Bloom, dell’Università di Yale, dice che il mondo ha bisogno di meno empatia per uscire dalla pericolosa e ondivaga via sentimentalista che ostacola la risoluzione razionale dei problemi. Steven Pinker, che insegna a Harvard, definisce il nostro tempo «malato di smania empatica». I dubbi avanzano, ma la letteratura rimane orgogliosamente una zona franca. Possiamo cominciare a sospettare dell’ingovernabile presunzione legata alla certezza di essersi messi nei panni degli altri (da «so cosa provi» agli sfaceli di «so cosa si può fare per il tuo bene» è un attimo), però guai a toccarne la deriva letteraria. «Se leggi, empatizzi e diventi migliore», ci sentiamo ripetere da molti promotori della lettura. Non ci facciamo una ragione del perché siamo ancora insignificanti e sbagliati, eppure abbiamo letto il doppio dell’anno scorso, forse non scegliamo i libri giusti e fiduciosamente ci affrettiamo a comprare il prossimo, lui sì ci salverà: è facendo leva sul senso di colpa che le campagne in libreria hanno qualche possibilità di funzionare. Certo, devono essere accompagnate da testimonial impeccabili: se ci convinciamo che leggere i classici ci renderà più buoni, più alti e più belli, una foto di Hitler circondato dai suoi amati testi di Shakespeare rischia di distruggere l’alacre lavoro di almeno due ministeri.

Torniamo all’empatia. Il problema è che portarla in società è meno facile di quel che sembra: per compiere il salto da semplice lettore a brava persona devi empatizzare, ma scordati di poterlo fare a tuo piacere. Ci si può definire sfortunati come Oliver Twist o affascinanti come Sandokan, ma provate a mantenere serena la conversazione vantandovi di esservi riconosciuti nell’ufficiale nazista Maximilien Aue, il carnefice di Le benevole.

Eppure, è (anche) quella l’esperienza che chiediamo a un libro, lì si trova la giustificazione narrativa di scrittori come Jonathan Littell o Michel Houellebecq: farci scoprire con sconcerto che somigliamo a personaggi infimi con cui mai avremmo voluto mischiarci, autore compreso. Ma «nulla di umano mi è estraneo» può dirlo un latino lontano nel tempo, non un commensale; ricordatevi di empatizzare nei limiti del buon gusto o rovinerete la cena agli amici con figlie adolescenti a cui state raccontando come Humbert Humbert vi sia stato di grande aiuto per capire i più reconditi aspetti della vostra personalità.

L’empatia è storia vecchia, è nata con la tragedia greca (al Ginnasio ci raccontarono che gli attori erano costretti a portare le maschere perché a fine spettacolo i cattivi rischiavano il linciaggio del pubblico: avremmo dovuto intuire già allora i rischi della smania empatica, scusaci, Pinker), ma la novità portata dal romanzo moderno è che oggi tutta quell’immedesimazione si può indossare con orgoglio. In fondo c’è solo da ringraziare quel tipo di finzione che da due secoli ci permette di dire che siamo qualcun altro senza che nessuno chiami il dottore. Occhio, perciò, a restare in territorio sicuro: autodefinendoci Madame Bovary susciteremo la comprensione e persino il rispetto degli astanti (vuoi mettere la volgarità di “corna” con l’eleganza di “soffocante bigottismo della provincia francese”), mentre se dicessimo di essere Napoleone un nugolo di signori in camice ci trascinerebbe a forza in una clinica immersa nel verde. Ma non traete conclusioni affrettate: a volte corre l’obbligo contrario, il galateo impone di empatizzare con le persone in carne e ossa e non con i personaggi letterari. Siete confusi? Ve l’avevo detto che non era facile.

CATTIVE MANIERE

Leggere, grazie al cielo, è un gesto maleducato. Da piccola, a casa, avevo il permesso di mangiare senza staccarmi dal romanzo in cui ero immersa (da I ragazzi della via Pál ho estratto un fossile di brioscina databile intorno al 1987 d.C.) e grande fu il mio sconcerto quando scoprii che quella libertà non vigeva fuori dal nostro regno. «Perché?», chiesi invano.

«Perché no», l’invariabile e feroce risposta. Nessuno si prese la briga di spiegarmi che a tavola in casa d’altri devi empatizzare con le persone che hai davanti, e pazienza se intanto, in una strada di Budapest, Nemecsek è straziato dalla polmonite e Boka predispone bombe di sabbia per fare la guerra. Ciccia: a te toccano la caldaia rotta della zia e la gotta del nonno. Come tutti i bambini sanno, si comincia a leggere per non stare a sentire i discorsi noiosi dei grandi, non per capirli meglio. Una volta adulti, i migliori amici dei libri restano il tedio e l’isolamento, il piacere primordiale che ne ricaviamo è quello misterioso dell’avventura in mondi ben diversi dal quartiere dove abitiamo.

Anche oggi, durante un pomeriggio di godimento puro e solitario, malediciamo l’amica che interrompe il nostro sollazzo perché ha la febbre e chiede se le portiamo una tachipirina. Come fa a non capire che siamo occupati a piangere i morti della Campagna di Russia? Si crede più importante di Lise, la moglie del principe Andrej, appena defunta di parto? Che se la compri da sola, la tachipirina, la nostra scocciatrice ipocondriaca! Non è perché Guerra e pace ci sta facendo diventare empatici che infine ci alziamo, infiliamo di malavoglia il cappotto sulle pantofole e andiamo a fare il nostro dovere nell’esercito dei buoni, ma perché la mamma, la maestra e il catechismo ci hanno insegnato che è giusto così. Fa parte della nostra educazione, e non è la parte che spetta alla letteratura.

IL COMPLESSO DI EMMA

Qualche colpa, nel tortuoso processo di esternalizzazione dell’empatia che ci ha ridotto in questo stato, ce l’ha anche il simpatico dottore austriaco che all’inizio del Novecento svelò che il re delle letture classiche era nudo, eravamo tutti Edipo (o Elettra, aggiunta in quota rosa per soddisfare la parità di genere). Scoprimmo che la trilogia tebana ci piaceva perché appagava desideri fuori legge e fuori morale che non sapevamo di avere, e diventò impossibile appassionarsi alla faccenda senza che su di te ricadesse il sospetto d’infamia: non leggevi più per sapere come andava a finire, sotto sotto empatizzavi per giacere con il parentado. Se state prendendo appunti per un manuale di conversazione, consiglio di evitare come la peste Edipo e mettervi al sicuro con Antigone: dire che le ragioni del cuore non coincidono con quelle dello Stato fa sempre persona molto sensibile. Scusate, empatica. Non importa che lo pensiate davvero, tanto non si è mai ciò che si è convinti di essere.

Da austeniana militante, incontro molte sedicenti Elizabeth Bennet, l’appassionata eroina di Orgoglio e pregiudizio. Quasi tutte però si rivelano essere Emma, la protagonista dell’altro, omonimo romanzo, ovvero una tizia che non ne imbrocca una ma è sicura del contrario. Emma è il massimo dell’immedesimazione autopercepita, è certa di agire per il bene degli altri, di conoscerli e capirli meglio di loro stessi. Provate a leggere la sua storia sfidando l’irritazione che sentirete crescere in voi, quella di cui parlava Starnone, con il massimo dell’onestà e il minimo dell’arroganza, chiedendovi davvero di cosa parliamo quando crediamo di parlare di empatia. L’eroina più disprezzata di Jane Austen è il risultato di un’operazione che riesce solo ai grandissimi scrittori: costruire un intero, magnifico romanzo su un personaggio mediocre e insopportabile. Il mondo è pieno di gente che le somiglia, ma per qualche strana ragione nessuno vuole empatizzare con lei.

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