Già fondatore dei The War on Drugs, il cantante che pare uscito dal pubblico di un MTV-Unplugged del 1992 potrebbe essere uno degli ultimi argini allo strapotere dei vocalizzi funk in sneaker supertecniche

È veramente difficile trovare una scusa per far ascoltare Kurt Vile a qualcuno. È bianco, ha i capelli lunghi, viene dal banjo e dai The War on Drugs, ma non è romantico, è troppo ironico.
La verità è che è un fattone. I musicisti bianchi cresciuti nel mito dell’Americana, la frontiera e la roulotte, la periferia, la libertà, possono resistere a quest’epoca di grande rap e RnB afroamericano cupo, suicida, sotto Xanax, solamente a condizione di diventare specie protetta, mito vintage: i bevitori di vino alla Bill Callahan, alla Micah P. Hinson (per dire il meglio e il peggio del genere, e specificando che Callahan è ironico ma chi lo ascolta fa finta di no) fanno colpo sulla parte di noi che vuole farsi cullare e dimenticare dalla storia.
La storia oggi sono i rapper o cantanti sperimentali vestiti da dio, sono Kendrick Lamar, The Weeknd, Asap Rocky, Kanye, tutto un funk filtratissimo, in suole spesse di scarpe da ginnastica tecniche. I miei pallidi cantanti chitarristi fanno degli sforzi incredibili per farsi considerare dallo Zeitgeist.

Ma Kurt Vile nemmeno si pone come specie protetta. È grazioso e perdente, ma pure malizioso e aggiornato. Sulla tazza di un suo recente video promozionale c’è scritto “Bae”, e se non sai cosa vuol dire non ti invitano a giocare a basket con Obama. Il nuovo singolo, che annuncia l’album b’lieve i’m goin down… in uscita il 25 settembre, si chiama Pretty Pimpin’, che si può tradurre: «Me la comando abbastanza».

 

Fondatore dei War on Drugs, se ne separa in amicizia lo scorso decennio (continuando a collaborarci dal vivo) perché stanno diventando famosi e il suo progetto solista ne risentirebbe. Visto che l’ultimo disco dei TWOD è andato benissimo l’anno scorso, facciamo dei confronti: entrambi sono gruppi da fattoni, che producono un sound concentrato, ripetitivo ma non ossessivo, diciamo felice, pieno di drones e bagnasciuga di eco, riverbero, delay e flanger, con batterie che spesso tirano dritto come il motorik alla base del kraut rock. Qui le strade si dividono: i TWOD ci costruiscono sopra un’epica rockettara: sì Springsteen ma soprattutto Dire Straits, il pub rock, e ne fanno un’imitazione così impassibile che smette subito di essere ironica per diventare il gruppo cover con le pose. Kurt Vile, invece, sul più gentile lievito dell’arpeggio americanissimo di chitarra alla John Fahey produce divani musicali su cui sdraiarsi e fare battute stupide tra sé e sé. «A volte entro nella mia zona, mi diresti fatto, ma io non ho mai, come si dice, toccato quella roba». Oppure: «All’alba osservando la luce ricordo una ragazza di nome Alex. Lei e Mark erano felicemente sposati: ehi, perlomeno nella mia testa». Qui bisogna immaginarsi Beavis e Butt-head che ridono.

Ho chiesto al mio amico etiope, che per primo me ne raccomandò l’ascolto, cosa dire di questo artista dai capelli lunghi, ricci, bruttino e affascinante. Mi ha risposto: «Kurt Vile ha capito che il nobile linguaggio dell’indie rock anni Novanta poteva sopravvivere solo a un prezzo: al prezzo di abolire “Il Caricone”. E “Il Caricone”, ci tengo a sottolinearlo, faceva proprio parte del Dna dell’indie rock anni Novanta». “Il Caricone” era quel fenomeno per cui la strofa era suonata senza distorsore e il ritornello invece sfondava le casse (Smells Like Teen Spirit dei Nirvana, Alive dei Pearl Jam).
Kurt Vile evoca lo spirito pigro e scazzato di vent’anni fa – più Pavement e Dinosaur Jr, Grandaddy e Lemonheads, certo, che l’hardrock derivativo del grunge – quelle melodie da sega a scuola che andavano tanto, quando nel tempo libero in mancanza di internet si poteva guardare Daria su MTV: ha catturato le molecole del profumo degli anni Novanta e le ha impiantate in strutture più fluide, aperte, dove non è chiaro se c’è un ritornello, dove si gira a vuoto, senza sbalzi, felicemente sdraiati.

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