Guida semantica per discutere di crisi del Mezzogiorno in Sicilia ed evitare sguardi torvi e “tumpulate”

Al liceo quando leggevamo sul Villari il titolo del paragrafo La questione meridionale ridevamo come dei deficienti.

Il termine “questione”, per chi è stato giovane tra fine anni Ottanta e primi anni Novanta in Sicilia orientale, significava “pretesto per litigare”: ti stai cercando la questione? Vuoi fare questioni? Chi te la dà tutta ‘sta confidenza, ti sei venuto a prendere la questione? erano tutti modi per dire che qualcuno voleva venire alle mani con qualcun altro. Perciò leggere sul manuale di storia l’espressione “questione meridionale” ci faceva subito venire in mente due che si incrociavano per strada, si guardavano di traverso e poi cominciavano a insultarsi finché non finiva a legnate.

Le questioni erano uno dei nostri passatempi preferiti: ci piaceva assistere e ci piaceva anche inscenarne di finte, in zona Piazza della Repubblica. Due di noi simulavano di urtarsi camminando, poi di scambiarsi qualche brutta parola e poi di picchiarsi, ovviamente partendosi alla catanese, cioè ricorrendo all’unica arte marziale codificata di matrice non orientale (prevede un uso simultaneo, caotico e mulinante di mani e piedi che rende all’avversario impossibile prevedere i colpi: noi eravamo convinti che il Mossad avrebbe dovuto usarla per istruire i suoi agenti). Altri tre/quattro componenti della comitiva fingevano di intervenire per separare i primi due, con grandi coup de théâtre e mosse alla Antonio Inoki. Una messinscena che la gente prendeva per seria: subito arrivavano i primi curiosi, si creavano i capannelli, altri ragazzi si fermavano coi motorini per vedere se conoscevano qualcuno di quelli coinvolti nella questione. Col tempo, eravamo diventati degli abili copisti: quando ci capitava di assistere a delle questioni vere, stavamo molto attenti ai dettagli. Per esempio, avevamo capito che queste rozze esplosioni di violenza avevano regole d’ingaggio sofisticate: un codice non scritto prevedeva il divieto assoluto di partirsi in molti contro uno. La regola veniva ovviamente aggirata, ma con una grande attenzione per la forma: chi si cercava la questione andava in solitudine presso colui che intendeva aggredire e magari faceva partire la prima tumpulata (non ho mai trovato realistici i film americani, dove tutti fanno a pugni: io vedevo dare sempre e solo schiaffi a palmo aperto), a quel punto i due si azzuffavano e gli amici di chi si era partito intervenivano, ufficialmente per separare, ma in realtà cercando in tutti i modi di ricevere un colpo dall’aggredito, e avere a quel punto la scusa per passare dal ruolo di paciere a quello di aggressore giustificato. Dopodiché si poteva scatenare il pestaggio: le apparenze erano salve e la violenza di gruppo autorizzata.

In effetti, la parte divertente non era tanto fingere le botte, quanto imitare parole e mimica di questi estenuanti preludi fatti di minacce, false partenze, discussioni sfinenti.

La cosa che più mi colpisce adesso nel ricordarmene è che l’espressione “questione meridionale” suonava alle nostre orecchie come una perfetta tautologia: per noi era chiaro che ogni questione fosse meridionale. Non riuscivamo a immaginarci due non meridionali che attaccassero una questione, proprio perché dire questione non era tanto sinonimo di rissa o di litigio o di legnate, ma più che altro di tragedia e di tragediatori, di un’enfasi estrema su avvenimenti minuscoli, per cui altrove non si sarebbe mai venuti alle mani. Che bisogno c’era allora di specificare meridionale? Dove altro, se non al meridione d’Italia, poteva mai avere luogo una questione? Il riaccendersi della polemica dopo l’ultimo rapporto Svimez mi ha fatto ripiombare in quell’atmosfera da teatro di strada dei tempi del liceo, con il corredo delle relative maschere: il neo-meridionalista che si picca, i poveri cristi che continuano a fermarsi a Eboli (giusto il tempo di mangiarsi una cosa veloce, perché la Salerno-Reggio Calabria è sempre tutta un cantiere), la grande firma che pubblica una lettera su un quotidiano per cercarsi la questione direttamente col presidente del Consiglio, e gli spettatori curiosi, a fare cerchio intorno a un dibattito tanto infuocato quanto caotico, ripetitivo e transeunte.

Allora, mentre mi intenerivo al ricordo di me e dei miei amici che ci ammollavamo l’un l’altro papagni finti fingendo che fossero veri, mi è venuto in mente che a un certo punto avevamo raggiunto un livello di abilità tale per cui le nostre questioni erano diventate indistinguibili da quelle vere. La cosa da una parte ci inorgogliva, ma dall’altra ci destabilizzava: non è che quando assistevamo a quei litigi, da cui traevamo ispirazione, eravamo a nostra volta vittime inconsapevoli di un raggiro a opera di altri sfaccendati? In fondo, nelle questioni vere ogni azione e ogni reazione discendevano da una specie di catena dell’obbligo: al tal insulto bisognava rispondere con il tal altro, e alla tale mossa con una uguale e contraria. Per questo imitarle ci veniva semplice: bastava ripetere il canovaccio, un po’ come succede ogni volta che la questione meridionale si riapre. Il dato sullo spopolamento fornito dal rapporto Svimez, per esempio. Tra il 2000 e il 2009, quasi 600mila persone hanno abbandonato il meridione per trasferirsi in prevalenza nel Nord Italia. L’immagine cui si è ricorso per illustrare il fenomeno è stata quella dei borghi fantasma: chiazze di case diroccate a puntellare un deserto di terra riarsa e inframmezzata da muri a secco, sedie impagliate fuori dalla porta di un bar con sopra solo vecchietti intenti ad aggiustarsi la coppola e giocare a briscola. Ora: lo spopolamento c’è, eccome se c’è, e i giovani sono davvero spariti da città che non offrono opportunità di lavoro. Però chi si aggirasse per l’Hybleonshire, ossia i dintorni agresti di Noto, Ragusa o Scicli, più che impressioni da mangiatori di fichi d’India ne riceverebbe immagini di un’opulenza shabby chic: perché la povertà emigra e sparisce, ma la ricchezza rimane e trasforma la masseria di famiglia in un golf resort. Al Sud resta a vivere solo chi può prosperarvi: la coppola dei vecchietti, se c’è, è firmata Dolce&Gabbana, e la desolazione non è quella contadina dell’iconografia dei Carlo Levi e dei Danilo Dolci. Il paesaggio delle sventure meridionali è cambiato, ma il linguaggio che usiamo per descriverlo è rimasto quello, e in mancanza di uno nuovo, continuiamo a imitare e mimare la questione meridionale che fu. Sarà perché mimare e ripetere sono attività che, oltre a divertirci, ci rassicurano?, mi sono chiesto, ormai perso tra le ubbiacce della mia memoria. Forse sì, mi sono risposto spolverando un altro ricordo di gioventù.

Sempre per andare in cerca di questioni da osservare da vicino, la domenica ci recavamo allo stadio. La squadra locale militava in quella che all’epoca si chiamava Serie C1: le partite non erano un granché, noi ci andavamo più che altro per vedere cosa faceva il pubblico. In gradinata c’era un signore sui cinquant’anni, che ogni anno faceva questa cosa magnifica: alla prima di campionato, dopo essersi accalorato parecchio in discussioni sulla campagna acquisti sbagliata, il modulo suicida, i rischi di retrocessione e i giocatori brocchi, aspettava che subissimo gol e poi con gesto plateale, tutto rosso in viso, si alzava, si toglieva le scarpe e le lanciava in campo come se fossero state le molotov di un attentatore. Poi si metteva in piedi sopra al seggiolino di plastica, stracciava l’abbonamento e ne faceva coriandoli. Noi sapevamo benissimo che in realtà era tutta scena: sotto al sedile aveva sempre un sacchetto di plastica con un altro paio di scarpe, e poi quell’abbonamento non lo pagava mai, era lo zio di uno degli azionisti, e in tasca di sicuro ne aveva altri cinque o sei, per cui quindici giorni dopo era regolarmente seduto al suo posto. Tutti i presenti però gli si accalcavano attorno per dirgli di calmarsi, che così gli sarebbe venuto un infarto, che per una partita di pallone non era il caso di rimetterci la salute. Quindi chi era in realtà quel tizio, ci chiedevamo noi ogni anno? Un vero intemperante? O piuttosto un tragediatore professionista, che come noi si divertiva a simulare la collera e gli eccessi di ira per godersi poi l’effetto che facevano sulla gente? Non siamo mai riusciti a stabilirlo con certezza, ma oggi mi sento di propendere più per la seconda ipotesi.

Lo penso perché adesso mi pare di aver capito che al meridione, quando la realtà si fa così pericolosa da sembrare ineludibile, scatta la voglia di rifarle il verso: così, più abbiamo paura di prendere le botte, di retrocedere in C2 o di finire peggio della Grecia, e più ci viene automatico armare la farsa, farci venire gli ictus, simulare con anticipo il disastro imminente apposta per ridere di come potrebbe reagire il resto del Paese. Leonardo Sciascia era uno che dell’espressione questione meridionale conosceva tutte le sfumature. In un’intervista concessa al settimanale Il Sabato nel 1988, disse una delle sue frasi divenute poi più celebri: «La Sicilia è irredimibile». Cos’era capitato all’illuminista siciliano per uscirsene in modo tanto apocalittico? Niente. Infatti la frase, citata così, è falsa. Roberto Alajmo ha rintracciato l’originale di quell’intervista e si è accorto di un omissis: «La Sicilia è irredimibile. Ma comunque bisogna continuare a lottare, a pensare, ad agire come se non lo fosse». Cosa voleva dire allora Sciascia con quell’irredimibile? Era sincero o stava solo tragediando? L’anno prima aveva scritto l’articolo sui professionisti dell’antimafia: questi qua sembra che vogliano suonarle a Cosa Nostra, ma in realtà agitano le braccia e le mani alla catanese per impressionare i passanti e fare carriera. Può darsi che pure lui volesse esorcizzare la paura di essere stato preso in giro sfottendoci un po’ tutti a sua volta? Che volesse insomma inscenare il peggio e vedere come avremmo reagito? In questo caso il monito autentico della frase lo si otterrebbe solo capovolgendola: «La Sicilia non è irredimibile. Ma bisogna lottare, pensare e agire come se lo fosse». Chissà: magari è così che si cominciano a dare le botte vere e a risolvere le questioni finte.

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