Il saggio Postcapitalismo di Paul Mason dovrebbe intitolarsi Postmarxismo, perché riesuma strumenti vetusti per (non) fornire una Grande Spiegazione Dei Destini Del Mondo. Tanto poi la teoria è sempre quella: è tutta colpa del neoliberismo

Il potere politico moderno è solo un comitato che amministra gli affari comuni dell’intera classe borghese.

Se tornassero fra i vivi, a Marx ed Engels si presenterebbe un curioso dilemma: com’è possibile che il “comitato d’affari della borghesia” faccia di tutto per determinarne l’estinzione?
Nei Paesi occidentali la spesa pubblica vale grosso modo la metà del Pil. La pressione fiscale ha raggiunto livelli che nemmeno nell’Egitto dei faraoni. L’aliquota massima dell’imposta sul reddito è il 70% in Belgio, il 56% in Svezia, il 52% in Danimarca, naviga attorno al 45% in Germania, Francia, Italia e Grecia, e così pure nell’Inghilterra passata per la cura Thatcher.
Se lo Stato moderno altro non è che un burattino della borghesia, perché di mestiere quello stesso Stato fa una sola cosa: ridistribuire quattrini, e dice di levarli ai “proprietari” per darne a quelli che “proprietari” non sono? Se le scelte politiche non sono che un sottoprodotto degli interessi dei possessori dei mezzi di produzione, come mai i possessori dei mezzi di produzione medesimi si lasciano alleggerire della metà dei propri redditi? Che direbbero Marx ed Engels, non lo sappiamo. Ma i loro tardi epigoni hanno la risposta pronta. Il potere politico moderno è solo un comitato che amministra gli affari comuni non già dell’intera classe borghese: ma dell’un per cento più ricco della popolazione. Così svicola anche Postcapitalismo: Una guida al nostro futuro (Il Saggiatore, 2016), saggio di Paul Mason, giornalista di Channel 4, 212mila follower su Twitter. Sarà uno dei successi di questa stagione. Fra l’altro, è scritto bene: la militanza ideologica di Mason non è un santino televisivo, c’è passione, del genere che travolge ogni ostacolo che il buon senso s’ostina a frapporre fra l’autore e la sua meta. L’itinerario non è dei più originali.
Come buona parte degli intellettuali occidentali, Mason ha deciso che il capitalismo è un cancro che stritola il pianeta. Solo che buona parte degli intellettuali occidentali riesce a commuoversi per i profughi siriani, scaricare una canzone su iTunes o chiamare un taxi senza scartabellare sulle sure del Capitale.
Postcapitalismo è invece per una metà buona un’immersione non nel post-capitalismo ma nel post-marxismo. La povera Rosa Luxemburg riposi in pace, ma è difficile immaginare che abbia qualcosa da dirci sulla crisi dei mutui sub-prime. Mason è d’opinione diversa e spolvera con ammirevole dedizione le sue statuine votive.
La preferita è quella di Kondratiev, economista russo non sopravvissuto alle purghe staliniane, circostanza tragica quanto conveniente per chi voglia riesumare il comunismo (che altro può esserci, “dopo” il capitalismo?) evitando domande scomode.
Rielaborandone il pensiero, Mason spiega che il capitalismo procede per cicli lunghi, “onde” cinquantennali che sono «il ritmo di lungo periodo del sistema fondato sul profitto» (ringrazio sin d’ora chi avrà la pazienza di spiegarmi che significa) e riflettono una natura “intrinseca” ai rapporti di produzione. Ovvero la tendenza a sostituire macchinari al lavoro umano. L’onda ha inizio con l’accumulazione di capitale (da dove verrà?) nel settore finanziario, la quale stimola la ricerca di nuovi mercati e l’investimento in nuove tecnologie. Questo «scatena guerre e rivoluzioni», giacché la realtà politica non è che una superfetazione della realtà materiale. In qualche modo, il ciclo trova una sua stabilizzazione, perché la crescita economica crea pace sociale. Ma proprio sulla cresta dell’onda ci si accorge che l’euforia ha prodotto «un sovra-investimento in alcuni settori, o inflazione, o una guerra presuntuosa iniziata dal potere dominante» (che, com’è ovvio, pari sono) e parte il primo tentativo di adattamento alle mutate condizioni: cioè la compressione dei salari. Notate bene che il processo di sostituzione macchina-lavoro umano prosegue per tutto il ciclo, ma i lavoratori se ne avvedono, a quanto pare, solo nella fase discendente. Se la loro reazione è sufficientemente gagliarda da mettere le forze del capitale sulla difensiva, queste «si ritirano dal settore produttivo in quello finanziario», dove combinano altri pasticci.

Piscina al 57° piano Singapore, 2013

fotografia di Paolo Woods & Gabriele Galimberti

Pulizia di una stella sulla Walk of Fame Hollywood, 2005

fotografia di Juliana Sohn

I cicli cinquantenari offrono una splendida Grande Spiegazione Dei Destini Del Mondo, oggetto che in libreria si vende sempre bene. La Grande Spiegazione si rafforza, se si è capaci di scorgere il profilo del Nemico dappertutto. Quella di Mason per il capitalismo è un’ossessione paragonabile a quella che la maggior parte di noi nutre per il sesso.

Il capitalismo comprende aziende, mercati e Stati. Ma comprende anche bande criminali, reti segrete di potere, santoni nei bassifondi di Lagos, analisti impazziti a Wall Street. Capitalismo è la fabbrica Primark crollata in Bangladesh e la teenager scatenata all’apertura dello store Primark a Londra, sovraeccitata all’idea dei suoi capi a buon mercato.

L’onnipresente cancro capitalistico è un organismo in evoluzione, «si adatta costantemente» (ma al “ritmo” delle onde di Kondratiev). Ora, finalmente, questa capacità di adattamento si sarebbe esaurita.
Un po’ è perché si approssima la fine del ciclo iniziato negli anni Settanta. Un po’ perché il conflitto di classe cova sotto le ceneri ed è pronto a riesplodere. E un po’ perché a mordere il freno sarebbe il “neoliberalismo”, quest’invisibile architettura del mondo contemporaneo.
Il libro di Mason è una magnifica dimostrazione involontaria di come “neoliberalismo” (in Italia, “neoliberismo”) sia una parola inservibile per ogni discussione appena appena seria.
Da una parte, secondo Mason quella attuale è la crisi dell’iper “finanziarizzazione”, una cospirazione volta a produrre società sempre più indebitate, fondata sulla sostituzione della moneta cartacea alla moneta-merce, con le banche centrali che battono il tempo di accelerazioni e frenate dei mercati. Ma, dall’altra, Mason gioca a freccette con un pantheon “neoliberale” in cui il ruolo di Giove lo recita Ludwig von Mises, l’economista austriaco che a tre anni dalla Rivoluzione d’Ottobre previde che nella società socialista il calcolo economico sarebbe stato “impossibile”. Ora, se il “neoliberismo” fosse un piano accuratamente studiato per conquistare il mondo, e se in qualche modo nel suo disegno avesse parte Mises, la moneta sarebbe ovunque ancorata all’oro e le pulsioni inflazionistiche della banche centrali verrebbero rigidamente controllate. È improbabile poi che un liberista, persino il più moderato, abbia mai coltivato il sogno di una società dove la spesa pubblica sfiora la metà del Pil, interi settori d’importanza cruciale (dalla sanità all’istruzione) sono monopolio pubblico, del numero di norme che regolamentano l’attività economica s’è perso il conto.
Mason, che è un osservatore intelligente della realtà, non nega nessuna di queste cose. Però, forte di quella tradizione che ha fatto del nascondere la polvere sotto il tappeto un’arte chiamandola “dialettica”, ci spiega che quest’orgia di statalismo in cui sono immerse le nostre vite è, vai a capire, “neoliberista”.

Domestiche sistemano la stanza degli ospiti in una casa ricca Kenya, 2011

fotografia di Guillaume Bonn

Torniamo a Mises. Egli comprese che la pianificazione era votata al fallimento perché, in assenza di proprietà privata dei mezzi di produzione, non ci sarebbe stato modo di attribuire un prezzo ai fattori produttivi. Ciò avrebbe reso drammaticamente difficile decidere come impiegare risorse scarse. I prezzi servono per capire se, in un certo contesto, è più ragionevole usare il rame per fare tegami o cavi telefonici, se sono più utili gli uni o gli altri, quali materiali alternativi possono essere impiegati.
Del dibattito sul calcolo economico, che vide le più brillanti teste del socialismo novecentesco tentare di rispondere a Mises, Mason si occupa per trarne conclusioni improbabili. Gli economisti di scuola austriaca hanno demolito la teoria del valore-lavoro, l’architrave incrinato dell’edificio marxiano. Ma per Mason sono problemi superficiali, quisquilie, certo che il lavoro è misura di tutte le cose, basta considerare il lavoro qualificato come un multiplo del lavoro non qualificato.
Il “post-capitalismo” sarebbe determinato dal fatto che «un’economia dell’informazione potrebbe non essere compatibile con un’economia di mercato – o almeno, non con una dominata e regolata primariamente dalle forze di mercato».

L’informazione corrode l’abilità del mercato di fare correttamente i prezzi, perché i mercati si basano sulla scarsità mentre l’informazione è abbondante.

Nel dibattito sul calcolo economico, abbiamo imparato come il vantaggio dell’economia di mercato stia proprio nella capacità di utilizzare conoscenze disperse nella società. Esistono conoscenze difficilmente filtrabili nelle statistiche nazionali, che formano il tableau de bord dei pianificatori. Sono informazioni sommamente “pratiche”, congetture ponderate nel mondo del pressappoco, quanto produrre di questo e quanto di quest’altro, che l’imprenditore maneggia con destrezza mentre lo studioso, e il politico, al massimo possono ricostruirne il percorso a posteriori.

Intrusi sulla parete di roccia (miniera North Mara) Tanzania, 2011

fotografia di David Chancellor

Security (miniera North Mara) Tanzania, 2011

fotografia di David Chancellor

Stabilimento della Packard Motor Car Company Detroit, 2009

fotografia di Andrew Moore

Per Mason oggi tutto sarebbe diverso, a causa dell’«emergere spontaneo della produzione collaborativa: stanno facendo la loro comparsa beni, servizi e organizzazioni che non rispondono più ai dettami del mercato e della gerarchia manageriale». È curioso che un autore che sottolinea con tanto vigore le capacità d’adattamento del cancro capitalista, poi pensi che esse non lambiscano i modelli organizzativi. Se si riducono le barriere all’entrata e si abbassano i costi delle transazioni, cioè i costi in cui s’incorre perché una transazione abbia luogo (per esempio, il costo d’informarsi sull’effettiva disponibilità di un bene), l’economia di mercato funziona meglio, non “si corrode”. La cosiddetta “sharing economy”, che per amor di politicamente corretto ha avuto in sorte un nome che nulla c’entra con quel che è, consente a sempre più persone di sfruttare un bene (una casa, un’automobile) per fargli generare reddito. Questo forse ci rende tutti più “capitalisti”, non di meno. Certo, se non c’è nequizia nella storia umana che non sia “capitalismo”, allora l’esistenza di Wikipedia il capitalismo lo mette in crisi per davvero…
In realtà, gli scambi “monetizzati” si accompagnano da sempre a scambi “gratuiti”, gli spazi degli uni e quelli degli altri si allargano o restringono a seconda della cultura, della tecnologia, delle convenienze. Le Grandi Spiegazioni Dei Destini Del Mondo servono a evitare di ragionare sulle convenienze concrete, sugli scambi fra esseri umani in carne e ossa, sulle innovazioni prodotte non dal “capitalismo”: ma da quel ricercatore o da quell’azienda. Consentono anche di trascurare un minuscolo dettaglio: il mondo sortito dalla rivoluzione industriale ha moltiplicato pani e pesci per una popolazione in costante aumento. Se oggi la crescita appare stentata proprio in quello che era storicamente il suo luogo d’elezione, cioè l’Europa, è forse perché questa gigantesca creazione di ricchezza ha consentito lo sviluppo di un formidabile apparato parassitario, ormai fattosi troppo pesante. Che metà del nostro Pil sia “non di mercato”, per il capitalismo non è un’opportunità: è una rapina. Oppure dev’essere una faccenda di moti ondosi.

Un predicatore di strada chiede a Wall Street di pentirsi. New York, 2011

fotografia di Christopher Anderson

Paul Mason
Postcapitalismo

382 pagine 22 euro

L’11 aprile 2016 l’autore sarà in Italia e presenterà a Milano il suo ultimo libro
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