Explicit / Non fiction

Un prof entra in un fight club

IL 74 25.09.2015

Docente di letteratura si dà ai combattimenti in gabbia e racconta tutto in un saggio sulla natura della violenza. Una cosa da uomini

Il primo pugno in faccia non si scorda mai. Prima di cadere al tappeto ti sembra che tutto si inclini. Come se tu fossi un albero tagliato. Poi sbatti le palpebre, il mondo si raddrizza ma continui a barcollare. Incomincia a farti male il cervello. Non la testa, non il volto. Il cervello. Vista e pensiero annebbiati, percezioni limitate, mente rallentata. Hai l’impressione che ti abbiano messo una coperta trasparente sulla testa. Quando ti soffi il naso, coaguli di sangue nero cadono sul fazzoletto. Il professor Jonathan Gottschall, docente di letteratura inglese, queste cose le sa bene. Le ha vissute in prima persona e le ha raccontate in un libro: Il professore sul ring: Perché gli uomini combattono e a noi piace guardarli (Bollati Boringhieri, traduzione di Giuliana Olivero).

La ricerca inizia quando la carriera di Gottschall è a un punto morto. A quasi quarant’anni ha pubblicato qualche saggio di discreto successo cercando di mettere insieme critica letteraria e biologia evoluzionistica (in italiano è stato tradotto nel 2014 L’istinto di narrare, Bollati Boringhieri, ma, nonostante articoli e recensioni su riviste autorevoli, i suoi tentativi di scalare l’accademia non erano andati a buon fine. È in quel momento che lo studioso – altezza 1 metro e 75, peso sui 90 chili, un passato da ragazzino vittima di bullismo – guarda dall’altro lato della strada. Dalle finestre del suo studio nel dipartimento di inglese di Washington, Pennsylvania, vede una palestra di MMA, ovvero mixed martial arts, arti marziali miste, disciplina molto praticata negli Stati Uniti. Funziona così: i due lottatori si sfidano all’interno di una gabbia metallica ottagonale. Non ci sono molte altre regole. Il professore decide di iscriversi al fight club.

Nel libro, un po’ riflessione teorica e un po’ memoir, troviamo tutto ciò che i combattimenti gli hanno insegnato sulla natura della violenza. Lottare ci renderebbe più civili, sarebbe un risultato dell’evoluzione:

Il combattimento rituale è efficiente. Permette agli animali di risolvere i conflitti e definire le gerarchie eliminando i rischi estremi del combattimento senza esclusione di colpi.

Poi, a un certo punto, fare a botte ti piace proprio: «Dominare fisicamente un altro uomo è inebriante», scrive Gottschall. Questo uso della forza è soprattutto maschile. Anzi è una caratteristica decisiva della mascolinità. Che secondo Gottschall esiste davvero e non è solo frutto di costruzione culturale, come pensano i suoi colleghi debosciati. Il professore osserva invece come le donne preferiscano ferirsi solo metaforicamente. Con le parole più che con i pugni. «Sono più caute e timorose». Che si tratti di una specie più evoluta?

Jonathan Gottschall Il professore sul ring Bollati Boringhieri 2015

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