In casa non abbiamo la tv, eppure non ne abbiamo mai guardata tanta. È perché il tubo catodico ha perso il suo senso (e la sua funzione). Netflix gli darà solo il colpo di grazia

C’era un’epoca in cui si diceva «non ho la tv». Me la ricordo. Non era tanto tempo fa.

Io, come moltissimi venti-trentenni che conosco, potrei dirlo ancora. Ho varie cose con lo schermo, che secondo le lettere minatorie che continuo a ricevere potrebbero costringermi a pagare il canone. Ho un laptop (più un altro rotto), uno smartphone cinese, un vecchio tablet che si scarica subito; ho una macchina fotografica digitale e un iPod ottimisticamente pensato per la palestra e quasi mai usato. Prima o poi a Natale mi farò regalare un videoproiettore. Ma il televisore non ce l’ho.

Io, come moltissimi venti-trentenni che conosco, «non ho la tv» potrei dirlo ancora: ma sarebbe una truffa, o se non altro un’imprecisione; perché la realtà è che io – noi – guardiamo un sacco di tv. Solo che non la si chiama così. Si dice “serie tv”, ma più spesso solo “serie”, che è un termine astratto; si dice “video” o “YouTube” senza pensare che quel tubo è catodico. Si passa un weekend intero sul divano a spararsi una stagione di Battlestar Galactica, ma questo è ben diverso da starsene tutto il giorno attaccati alla tv.

Questa dissociazione potrebbe dipendere da molti fattori. Di certo c’entra la sensazione che i modi di guardare e fare televisione siano cambiati tanto, negli ultimi anni, da rendere l’oggetto irriconoscibile. Ma probabilmente c’entra anche una qualche forma di oscura vergogna, di sensazione che la “televisione” sia una fonte di intrattenimento sciocco e schiavo del potere, un focolaio di ignoranza e violenza, una «ladra di tempo» e una «serva infedele».

Queste ultime due definizioni, così come tutto l’argomento sul rapporto fra tv e violenza, devono la loro popolarità a un libretto del 1993 intitolato Cattiva maestra televisione, costruito intorno a un breve scritto del filosofo austriaco Karl Popper. Popper scriveva che nel Novecento la televisione si era trovata a essere la principale fonte d’informazioni sul mondo per i bambini di tutto l’Occidente; e ne analizzava i contenuti in virtù di questo suo ruolo educativo. Le conclusioni non erano buone. La televisione concedeva un’esperienza di intrattenimento passivo, al contrario della lettura. Era rivolta a un pubblico molto vasto, e quindi doveva giocoforza offrire contenuti livellati verso il basso. Era tarata su uno spettatore disattento (che la guarda mentre mangia, o mentre cucina, o mentre sonnecchia sul divano) il che la rendeva superficiale e ripetitiva. Il suo modello di business si reggeva sulla pubblicità, il che la costringeva a trattare i temi più scottanti con semplificazioni demagogiche. I film prodotti direttamente per la tv dovevano incorporare le pause pubblicitarie nella propria struttura narrativa, che quindi risultava singhiozzante, dopata di tensione surrettizia per impedire di cambiare canale, e piena di ridondanze inutili per spiegare l’antefatto a chi si sintonizza in ritardo. La competizione fra canali generava un’escalation di sesso e violenza nei programmi, perché erano il modo più facile per accalappiare l’audience.

Quest’ultimo era il problema che stava più a cuore a Popper. La fondatezza delle sue conclusioni può essere messa in discussione (la correlazione fra tv e violenza era sostenuta con più citazioni di Kant che statistiche); eppure è innegabile che il libro toccava un punto scoperto. Alcune delle soluzioni che proponeva erano irrealistiche (ritorno al monopolio), altre, come l’istituzione di un organo di autoregolamentazione, sono state in effetti implementate.

Più in generale, i suoi ragionamenti condizionano ancora una certa idea che abbiamo, in modo ormai quasi irriflessivo, di televisione: un mezzo di second’ordine, con uno stigma in parte meritato, da considerare non una fonte di intrattenimento nobile ma tutt’al più un piacere proibito (basta pensare alla differenza fra «ho passato la sera a guardare film» e «ho passato la sera a guardare puntate di The Affair» e «ho passato la sera a guardare la tv»). Le critiche tradizionali alla qualità della televisione erano vere. Eppure, a leggerle oggi, sembrano uscite da un altro mondo, stranamente fuori bersaglio rispetto alla televisione che conosciamo.

In effetti, è interessante vedere come tutte le limitazioni di cui era accusata la programmazione televisiva dipendevano in modo piuttosto diretto dalla natura del mezzo, a livello tecnico o commerciale. Gli sceneggiati erano scadenti per via del pubblico distratto; i notiziari erano demagogici per via dei capricci degli inserzionisti. L’interdipendenza era tale che risultava superfluo, pignolo, chiedersi se il problema con la televisione fosse legato all’oggetto fisico (il televisore) o ai contenuti immateriali che mostrava (la programmazione televisiva). Non a caso si chiamavano con la stessa parola, “televisione”.

Quella parola oggi ha sempre meno significato. I programmi televisivi ormai sono contenuti a cui si accede da qualunque cosa abbia uno schermo: come Facebook, come i giornali, come i videogiochi. Ci si accede quando si vuole, nel posto in cui si vuole, e ce li si procura, legalmente o illegalmente, come si vuole. (E quindi forse hanno ragione quelli del canone, mi duole ammettere.)

Ne ha parlato diffusamente, di recente, un lungo articolo del New York Times Magazine dedicato alla “scomparsa del viewing party”, in cui si analizza come per le nuove generazioni l’immagine degli amici radunati intorno alla tv sia ancora valida ma abbia cambiato di significato. Se fino a qualche anno fa ci si incontrava in occasione di certe trasmissioni per vederle insieme, ora accade perlopiù solo con le partite, e succede semmai il contrario: ci si trova e si decide di vedere, on demand, qualcosa che di per sé è disponibile sempre. O si cerca in Rete in quale arretrato di MasterChef c’era quella ricetta della polenta, e la si guarda sul cellulare mentre si cucina. O si fa una maratona di arretrati di Crozza ritrasmettendo via Snapchat i clip migliori. O si scaricano cinque puntate di Gomorra per un lunghissimo ritorno in treno dalle vacanze estive, coi sottotitoli fatti in crowdsourcing per i pezzi in dialetto. O si guardano i tg in streaming per discutere delle distorsioni delle notizie su Twitter.

 

Questa non è una semplice evoluzione di costumi, ma cambia la natura stessa di ciò che chiamiamo “tv”. Le serie prodotte da Amazon non sono schiave delle pause per la pubblicità, perché Amazon non vive di pubblicità. Netflix diffonde online tutti gli episodi di una stagione nello stesso momento, sostituendo con le “maratone” la vecchia attesa trepidante dei nuovi sviluppi, di settimana in settimana (ma anche: permettendo una ricchezza narrativa molto maggiore). I documentari di Vbs possono toccare temi forti perché mirano a un pubblico di nicchia, ma coprendo tutto il mondo questo basta a renderli profittevoli. Una serie come Breaking Bad ha una narrazione complessa che richiede molta attenzione: infatti, di media, ogni puntata ha avuto meno di due milioni di spettatori negli Stati Uniti, cioè meno della metà di Porta a Porta (rabbrividisco). Ciò non l’ha resa insostenibile, anzi: ha creato un pubblico fidelizzato e attento che ne ha garantito il successo planetario, mentre quattro milioni di italiani sonnecchiavano svogliati di fronte a un talk show fatto partendo dal presupposto di avere un pubblico svogliato e sonnecchiante.

Questo può sembrare un fenomeno limitato a certe fasce di età e di alfabetizzazione tecnologica: ma i giovani crescono, e i computer si diffondono, e i servizi di tv on demand hanno preparato il terreno perché Netflix, anche al pubblico meno tecnologizzato, non sembri un’innovazione aliena ma una specie di videoregistratore potenziato. Le fasce orarie diventeranno sempre meno significative, via via che la messa in onda corrisponderà non al momento di visione del pubblico, ma solo all’ingresso del contenuto in un archivio accessibile in Rete. Sarà quell’archivio (come quello Bbc, come quello di Hulu) a identificarsi con la “televisione” molto più di un antiquato oggetto che decide lui che cosa vedi e quando.

La competizione fra tre canali ha portato violenza gratuita e Maurizio Costanzo, ma quella fra mille ha portato intrattenimento di altissima qualità, d’autore, come Seinfeld e Les Revenants; l’ascolto attivo e critico suggerito da Popper come rimedio alla passività del mezzo televisivo, esperito in solitaria, non è stato reso possibile dall’azione illuminata di genitori e maestri, ma dall’arrivo dei social network. «I bambini [dovrebbero usare] apparecchiature video per realizzare loro stessi degli spettacoli: che capiscano da soli quanto è facile per una telecamera distorcere la realtà», si augurava uno dei saggi di Cattiva maestra televisione. Ce l’hanno, ma non si chiama telecamera.

Quest’estate degli amici che lavorano nell’editoria hanno organizzato una festa per seguire insieme la diretta del premio Strega. La logistica della serata è stata complicata dalla necessità di far funzionare lo streaming del sito della Rai, perché il maxitelevisore che avevano in soggiorno non era collegato all’antenna. «Non è una tv», ha detto il padrone di casa, indicando l’apparecchio collegato a internet, a un laptop e a una PlayStation. «È uno schermo».

Lui la tv non ce l’ha.

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