Alison e Noah, la versione di lei e quella di lui. Inizia la seconda stagione della serie in cui due sconosciuti si innamorano a Montauk. E noi tifiamo per lei

La tua versione e la mia. Quello che vedi guardandomi, quello che ti sfugge, quello che non capirai mai, quello che mi ha fatto innamorare di te, quello che mi delude. E il dolore profondo, incancellabile, di ciò che è accaduto prima di incontrarti, che ha messo questa disperazione nei miei occhi, e allo stesso tempo questa furiosa voglia di ricominciare. Alison – Ruth Wilson (a sinistra) – di The Affair (su Showtime inizia la seconda stagione il 4 ottobre) è un personaggio meraviglioso, complesso, autentico. Non c’è niente, in lei, di fasullo o improbabile. Nulla che possa impedire a Noah, scrittore felicemente sposato e padre di quattro figli, di innamorarsi di lei, di mettersi nei guai.

Alison fa la cameriera a Montauk, serve lobster roll a famiglie che spariranno già prima dell’inverno, ed è lei stessa un cuore in inverno. Suo figlio di pochi anni è morto, è stata colpa dell’oceano, forse anche colpa sua, che non l’ha portato da un dottore, che pensava che fosse tutto a posto, che ha lasciato che il bambino si addormentasse, dopo. Con questa tragedia addosso Alison ha un credito infinito verso l’esistenza, ha meno di trent’anni e un marito che vuole reagire al dolore immenso, che la ama, anzi che è pazzo di lei, ma non capisce che Alison ha fatto un passo in più, è altrove, ha dei segreti negli occhi, ha uno sguardo sul mondo che richiede troppe energie, ha momenti di disperazione che lui non sa più consolare. Così è più facile innamorarsi di uno sconosciuto: nella sua versione dei fatti (è l’espediente narrativo, dividere la storia in due: la versione di lei, la versione di lui) Alison non pensava a Noah, non lo guardava, non si era neanche pettinata, era solo stanca, pallida e triste. Nella versione di Noah lei aveva un vestito molto corto, uno sguardo seduttivo, perfino il seno più grande, gli aveva chiesto di fare la doccia insieme, gli prendeva la mano. Non sono per forza bugie: è la verità come la percepiamo, come desideriamo che sia, come preferiamo raccontarla, alla polizia, a un amico, o in un libro di memorie, oppure a noi stessi con gli occhi chiusi, e dentro le nostre grandi speranze.

Alison va a New York, vede Noah attraverso una finestra illuminata, vede il suo matrimonio, i suoi figli, vede quello che lei non ha, e la mattina quando fa una doccia clandestina a casa di Noah getta via con rabbia lo shampoo della moglie. Alison è così vera che sembra di toccarla, che viene voglia di consolarla, di dirle che Noah è troppo vanitoso per comprenderla, troppo concentrato sul bisogno di diventare uno scrittore di successo, di dimostrare a suo suocero che può farcela da solo. Alison è meglio di Noah, vede più lontano, ama di più, è più viva anche quando si sente morta.

I suoi capelli, bagnati dalla doccia o svolazzanti in bicicletta, sono già da soli capaci di raccontare la storia di una ragazza alla ricerca della felicità. Qualunque sia la verità, e confidando sempre nel fatto che non esista davvero, è la versione di Alison quella per cui fare il tifo.

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