Explicit / Idee

Sono un giardiniere

IL 74 25.09.2015

Dare i numeri a parole

Sono un giardiniere, infatti non scrivo una riga, pianto piante. Punto. Due punti: è finita l’avventura. Che voglio dire? Una domanda gira nell’aria: “Che era è?”. O, geranio, in me contraddittorio: o t’ignoro o mi appassioni. Detto questo, che era è? Quale è l’oggi al passato? Si sta come i fiori (approfitto delle mie conoscenze), si sta a bocca aperta su steli. Ogni fiore è tutto il mondo in sé. Non è più era d’avventura romanzesca, quel fior di romanzo che va per mari e tenebre. È l’era del fiore in sé. L’era è quel che è. Ovunque tu, fiore, vada, incontri te nell’altro fiore, magari un po’ più scolorito, un po’ più spetalato, quindi te, che sei, appunto, stinto e spampanato. A ben guardarti, sei moscio. E ammosciante, tu e le tue cerchie, tu e le tue corolle. E se fronteggi un’inflorescenza rigogliosa e rara, subito te ne fai parassita. Insomma che era è? Prepariamoci a un prossimo classicismo. Non so se mi spiego, dico a me. Figurati io, mi rispondo. Oh, non vorrei che parlare a me, con tante interiezioni: oh, ah, eh, ih, uh. Le vocali con l’acca sono un’intimità, e solo intimamente è possibile esclamare. Siamo all’inizio di un nuovo classicismo: fine dell’avventura nel mondo fuori di sé, inizio degli svenimenti in sé, di tra colonne, anch’esse infrante, e in vallette a brucare verdura, insalate di parole in miscuglio, da taglio, a foglia larga, stretta la via. Dice: ma c’è il problema. Quale? Uno a caso: il mondo come circondario, come periferia. Tondo e globale, sì, ma solo al centro, in questa valle lacrimosa con rovine. In perpetuo mancamento, in ameno venir meno, in continua perdita dei sensi. Ognuno sa, e quel che sa è lo stesso che sa l’altro, con punte di livore acuto. Tutto un fare il punto, un mettere il puntino ossia il proprio cervello cavilloso su ogni i, tal quale mosca che corregga il mondo. Gusti affinati con la raspa e col raspare, lingue appuntite nel temperamatite. Arte stucchevole, che è una meraviglia: l’artista appeso al trave con la cazzuola dello stucco in mano, finalmente imbianchino, pittore di pareti, installatore di se stesso in altalena. Servile il poeta, sennò a che serve? E scrittori su un gambo solo, al vento. Ecco qua. O io sono un trombettista, infatti non scrivo una riga, faccio soffiate: siamo, allora, all’inizio di una nuova età del jazz. Può essere. Ma con chi, con chi vivere l’era, l’evo, the age, la vogue? Con chi?

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