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Viaggio al termine del palinsesto

IL 74 25.09.2015

Lettura critica di “Nessuno escluso - Linee editoriali per la produzione della fiction Rai”, il manifesto programmatico della tv pubblica che regola la produzione delle nostre serie

Che ne sarà della fiction italiana nell’era di Netflix? Vedremo Kevin Spacey nei Cesaroni? Don Matteo che spaccia al Cocoricò? Faremo il binge watching di CentoVetrine in streaming? Tutti se lo chiedono ma nessuno lo sa. Dietro l’angolo ci sono trasformazioni dei consumi, ricambio dei gusti, cicli demografici, nuovi italiani e Reed Hastings di Netflix che dice: «Entro quindici anni, il palinsesto della tv lineare non esisterà più». Che fare? Sin qui il nostro patto di genere ha retto. Sky Atlantic se la tira col crime drama sofisticato, la cura dell’immagine, l’innovazione, il “respiro internazionale”. Mediaset offre l’action così così ma si prende il melodramma più efferato. Grazie alla Ares Film di Teodosio Losito e Alberto Tarallo ha messo in piedi una formidabile epica tamarra costruita attorno all’unico divo che abbiamo, Gabriel Garko. Un gigantesco, spregiudicato pastiche con dentro Visconti, Grand Hotel, Jane Austen, Fassbinder, Filumena Marturano, Milly D’Abbraccio, Sandro Ferrone e una vaga ma riconoscibile «atmosfera alla Hitchcock», come dice Losito.

Alla Rai spetta il compito più infausto. La missione inderogabile. Il famigerato, «racconto del Paese». Lo spiegano bene nel documento informativo Linee editoriali per la produzione della fiction Rai, manifesto programmatico dove la Rai si concede la splendida definizione di «fabbrica del racconto audiovisivo italiano». Non dite storytelling. Non siamo mica alla Holden. Questo è il braccio narrativo della «più grande azienda culturale del Paese». L’ultimo tentativo di letteratura condivisa che ci resta dopo l’opera, la commedia all’italiana e il Fantacalcio se ci giocassero anche le femmine. S’intitola Nessuno escluso, perché «nessuno deve essere escluso dal racconto di Rai Fiction» e nessuno mette Rai Fiction in un angolo. Redatto in un linguaggio a metà tra la Dichiarazione universale dei diritti umani, un’intervista a Bagnasco e una circolare interna del Miur, il manifesto della fabbrica dell’audiovisivo italiano fissa il profilo ideologico (i valori), tecnico (i format) e narrativo (temi e personaggi) del servizio pubblico. Trovate anche le indicazioni per proporre una fiction alla Rai. Le storie devono essere «improntate al rispetto della dignità della persona e alla non discriminazione», al «superamento degli stereotipi culturali attraverso una rappresentazione veritiera della società civile», al «recupero di identità valoriali e delle diverse sensibilità».

Ricordatevi che nel «servizio pubblico non devono esistere le classi differenziali dove chi può, chi è fortunato accede al meglio e a chi ha meno strumenti viene lasciato lo scarto, il prodotto banale e sciatto». Qui si guarda a Piketty, mica a Breaking Bad. Quest’anno, contro la diseguaglianza narrativa c’è Braccialetti rossi 3, Don Matteo 10, Il giovane Montalbano 2 e un solido schieramento civile a tre punte: «Sud», «donne», «migranti». Lo strike lo fa Anna e Yusef – Un amore senza confini. Lasciata Ponza alle spalle, Vanessa Incontrada ha proseguito la sua epica marittima infilandosi nei barconi con l’aiuto di molti equivoci, un sostegno insospettabile della Trentino Film Commission e neanche un’interrogazione parlamentare di Salvini. «Sono entrata nella parte diventando bionda. Per il resto è stato tutto estremamente reale. La barca ondeggiava. La gente mi cadeva addosso e urlava. Ho pianto davvero». In alternativa, c’è la capitaneria di porto di Claudio Amendola che si occupa dei migranti in Lampedusa.

Identità valoriali e società civile li recuperiamo a Calura. È il nome di fantasia del paesino della Puglia Film Commission dove nasce Violante Placido, eroina di Questo è il mio paese. Il plot sta a Renzi come Flashdance a Rocky: «Anna non ha nemmeno quarant’anni quando diventa sindaco, senza esperienze politiche pregresse e con pochi alleati, dovrà lottare da sola contro i giganti e porterà una rivoluzione nel suo piccolo borgo». Ma la storia comincia tanti anni prima, quando lei tenta «un’avventura umana e professionale al Nord». Poi però torna a Calura, vince le elezioni, «avvia un’operazione politica di trasparenza e un inaspettato rilancio dell’economia» e sfida il boss locale aka era-mio-padre, Michele Placido.

Giusy Buscemi finisce in un romanzo di Èmile Zola (Al paradiso delle signore, già film del 1930 di Julien Duvivier, già miniserie Bbc). L’eroina di Zola arrivava a Parigi dalla Normandia, si trasferiva dallo zio il giorno prima che la sua bottega venisse spazzata via dal neoliberismo dei nuovi grandi magazzini. Giusy viene dal Sud. Non va a Parigi, ma si ferma a Milano nel ’56, in pieno boom. Contro gli stereotipi che dividono le due Italie del rapporto Svimez, sarà chiamata a «conciliare emancipazione e sentimento» tra «giovani donne che rappresentano l’Italia nuova», sempre con questa fissazione di lavorare. C’è anche l’esordio nella fiction di Cristina Comencini che ci trascina nell’«epopea di una famiglia produttrice di grappa che attraversa gli anni dell’emancipazione femminile», ed è subito Premio Nonino. Emancipazione femminile anche per Miriam Leone investigatrice di femminicidi (Non uccidere), per Anita Caprioli che combatte la mafia con «sistemi investigativi d’avanguardia» (Le Catturandi), per Diane Keaton che si fa suora per amore di Sorrentino.

Noi qui facciamo il tifo per Stefania Sandrelli, madre Courage di Garko in Non è stato mio figlio, set dove forse è sbocciata la passione tra l’attore e Adua Del Vesco, star in ascesa della Ares Film e formidabile nome d’arte di Rosalinda Cannavò che sprigiona campagne di Libia, telefoni bianchi, carteggi Puccini-D’Annunzio, «ah qual grande dolore in piccole anime e spasimo, dramma rovente, carne, poesia!». E poi ancora rifiuti tossici per Beppe Fiorello, riciclaggio per Claudio Gioè e tanti format spagnoli: oltre Braccialetti rossi, c’è la new entry Grand Hotel e Matrimoni e altre follie, tentativo Mediaset di riaprire il filone family-comedy dopo l’esaurimento dei Cesaroni e le inchieste di Mafia Capitale. Noi aspettiamo Casa Monica, la sitcom. Speriamo ci metta le mani Netflix che stava già lavorando sul «mondo di mezzo» con la Cattleya di Federico Tozzi ai tempi del funerale caciarone. Coi titoli della stampa estera del giorno dopo, avranno brindato pure loro a Zio Vittorio. Vabbè ma la famiglia allargata, le corna, un po’ di leggerezza, magari Tinder? Tranquilli. Claudia Pandolfi, figlia di Ninetto Davoli, resta vedova e incontra Claudio Santamaria, figlio di Edwige Fenech. Si intitola È arrivata la felicità. Dice che è «l’erede ideale di Tutti pazzi per amore». Gli autori sono gli stessi.

«Nella gamma di generi e sottogeneri», così il manifesto, «Rai riserva uno speciale interesse ai prodotti di commedia intelligente, comunque di qualità e mai volgare, che sappia divertire ma anche fotografare e commentare la realtà, rappresentando le mutazioni della società italiana». È una commedia, ma fa riflettere. Una commedia della Rai non può divertire perché è scritta bene o «ha ritmo» – sterili, brutali indici di efficienza dei meccanismi narrativi – ma perché non è volgare, perché fotografa, perché commenta la realtà. Perché il manifesto l’hanno scritto prima che arrivasse Campo Dall’Orto e per quest’anno ormai è andata. Ma «tra marzo e maggio», dice Campo Dall’Orto, «ci sarà lo spazio per cominciare a disegnare una Rai più simile a quella che immagino». Cioè? «Con una discontinuità di tipo culturale prima che di tipo tecnologico. C’è una parola, forse abusata, ma che sintetizza bene quello a cui mi sto riferendo: pop». Se non fosse che noi con questa parola c’abbiamo il rapporto che c’abbiamo, se non fosse che per capire la popular culture ci siamo dovuti far spiegare Gramsci dagli inglesi, ci sarebbe da stappare lo spumante aziendale di viale Mazzini. Brindare al tracollo del mito civile e pedagogico della tv di Stato, uccidere il maestro Manzi che è in noi, che proprio nella fiction sta sempre lì in agguato con la lavagnetta a ogni pagina di sceneggiatura. Ce la faremo?

«Il problema in Italia è che non c’abbiamo lo showrunner», dirà il lettore arrivato sin qui che la sa lunga (c’è stato un tempo in cui per cavarsela bastava dire: «Le serie sono i nuovi romanzi», «True Detective è meglio del cinema», ormai se non ti giochi lo showrunner non sei nessuno). Lo showrunner però ce l’abbiamo eccome. Si chiama Eleonora “Tinny” Andreatta, figlia prediletta di Beniamino e direttore di Rai Fiction dal 2012. È lei che fa funzionare tutte le serie. La Rai sceglie storie, personaggi, registi, sceneggiatori, case di produzione. Tutta roba di public utility. Come la Lux Vide, nata dalle ceneri della Rai di Bernabei, retta da Matilde e Luca Bernabei, produttrice delle vite dei Santi, del ciclo “gli amici di Gesù” e di Don Matteo. Gli autori si adeguino. Invece di lamentarsi, quest’anno possono iscriversi al Master di scrittura seriale della Rai, cinquemila euro per cinque mesi di alta formazione e esercitazioni. Alla fine ti interrogano sul manifesto: «L’articolo 3?» «Rai Fiction rispetta le donne». Sei pronto per scrivere «opere di impianto cinematografico che possono toccare temi di grande valore civile e spettacolarità».

Gli americani trasformano i film in serie tv (Fargo, Hannibal, Rush Hours, Minority Report, Limitless) noi ci industriamo a fare le miniserie che sembrano film italiani. La seconda golden age della tv non ci avrà mai. Neanche nell’anno di Antonio Campo dall’Orto e Carlo Freccero. Per Netflix è pronto un bel catenaccio di diritti. Al resto penseranno i server italiani. E poi Reed Hastings non conosce per niente il nostro mercato, il prodotto locale. Come hanno notato in molti, Netflix «non ha neanche un ufficio in Italia». Come Airbnb non ha le case, Uber le macchine, Alibaba i supermercati.

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