Yolo / Serie TV

Freddo, Minnesota, 1979: capolavoro Fargo 2

IL 75 23.10.2015

Illustrazione di Manuel Bortoletti

La seconda stagione della serie ispirata al celebre film dei fratelli Coen è tornata, con un cast rinnovato. Ed è bellissima

In un mercato ricco di offerta in cui è difficile – diciamo almeno da dopo Breaking Bad – seguire qualcosa tutti insieme per più anni, sembra che le serie tv siano tornate a essere soprattutto
intrattenimento, indipendentemente dalle loro possibilità romanzesche. Fargo, ispirata al film degli anni 90 dei fratelli Coen anche se racconta storie nuove, si piazza a metà strada tra le serie artistiche senza ambizioni di grande pubblico (Transparent, Olive Kitteridge, Mr Robot) e le grandi produzioni con zombie e draghi capaci di far sedere la maggior parte del pubblico sul divano lo stesso giorno alla stessa ora – per rendere l’idea: Game of Thrones ha vinto l’Emmy come miglior drama battendo l’ultima stagione di Mad Men.

«Trovare materiale che la gente voglia guardare è la sola ragione per cui i network si danno da fare», ha detto Noah Hawley, scrittore e showrunner di Fargo. L’idea alla base non è delle più pure: «Se ti chiedono: “Vuoi fare un film dei fratelli Coen per la tv?” Tu rispondi di sì, perché quando ti ricapita». Ma la prima stagione si è rivelata un prodotto curato nei minimi dettagli dal punto di vista visivo e narrativo. E a ben guardare c’erano degli indizi che, nonostante il confronto con l’originale la facesse partire in perdita, potesse venirne fuori una bella serie.

Anzitutto il benestare dei fratelli Coen, che nel 1997 avevano rifiutato un’idea simile (con la regia di Kathy Bates) e stavolta, dopo aver letto le dieci puntate scritte da Hawley su commissione, hanno firmato la produzione – senza nessun coinvolgimento creativo, però. Poi il cast (Billy Bob Thornton, Bob Odenkirk, Martin Freeman) che anche nella seconda stagione, in cui si narra una storia completamente diversa con attori nuovi – come succede in True Detective – resta eccezionale. Quest’anno ci sono Patrick Wilson, Ted Danson, Kirsten Dunst e Jesse Plemons; e l’azione si è spostata nel 1979. Basettoni, camicie psichedeliche, musica funky, Ronald Reagan. Si racconta la storia del “massacro di Sioux Falls”, di cui si parlava già nella prima stagione, sempre con furbizia ammirevole, dicendoci solo che mettendo in pila i cadaveri «ci si sarebbe potuti arrampicare al secondo piano di un palazzo».

Hawley pesca a mani basse non solo dal Fargo originale, ma da tutta l’opera dei fratelli Coen, con citazioni più o meno letterali. Tipo la valigetta con i soldi che Steve Buscemi lascia a bordo strada alla fine del film, e che uno dei personaggi della serie trova scavando. Tipo, anche, personaggi che in mezzo a dialoghi normali si mettono a raccontare parabole morali. Hawley ha assicurato che anche nella seconda stagione ci saranno «omicidi raccapriccianti», ma forse l’aggettivo più adatto per descrivere il tono della serie è grottesco (dalla Treccani: «Che muove il riso senza rallegrare»). In questo Fargo è rintracciabile quello stesso spaesamento pauroso e ridicolo al tempo stesso che fa sembrare i personaggi dei fratelli Coen dei bambini in costume, troppo cattivi o troppo ingenui per la loro età. E se è meno innovativo, o artistico, almeno dura dieci ore.

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