Yolo / Musica

Israel Nash, Settanta per sempre

IL 75 23.10.2015

Illustrazione di Daniela Bracco

Storia di un pezzo, Strangers, di un cantante che sembra Neil Young e i Rolling Stones pur essendo nato nel 1981 e di come, in ultima analisi, tutto cambia se non ascolti bene

Dov’è arrivata la musica bianca occidentale chitarristica? Sono quindici anni che si fa archeologia del rock, ma sono stati nel complesso quindici anni abbastanza sofisticati. Dove le band anni Novanta sembravano possedere al massimo una trentina di cd o vinili, i gruppi di oggi scaricano le discografie di intere scene musicali e rifanno le epoche con una cura postmoderna, con una sprezzatura spesso molto chic e decisamente fredda. Anni fa si potevano ascoltare le Vivian Girls anche solo una volta e poi mai più, ma era importante confermare di persona che avessero equalizzato alla perfezione la loro versione languidamente androide delle riot grrrls. Gli Interpol facevano i Joy Division con la giacca abbottonata da bancario fico di Londra – il che è assurdo, ma funzionava.

Forse per segnalare un superamento dell’era curatoriale, la redazione mi ha dato da recensire l’ultimo disco di Israel Nash. Chi? Israel Nash. È un cantante che fa una musica completamente derivativa ma per niente curatorial. Ossia non cerca di rifare un’altra epoca come se fossimo in una galleria a un documentario in bianco e nero girato da uno skater e proiettato sul fianco di un tir con dentro delle modelle che dormono. Israel Nash rifà gli anni Settanta e basta. Li rifà come gli Achtung Babies rifanno le cover degli U2 nei locali romani. Lui rifà essenzialmente Neil Young e i Rolling Stones, periodo ovviamente anni Settanta, con pedal steel guitar, acusticone, assolone, le jam allungate e la voce dolente.
Israel Nash non è un bello, ma non è neanche ripugnante, e non ha l’aria preconfezionata ma nemmeno sembra troppo vissuto. Sta lì, un po’ sovrappeso, con la chitarra, e una band che vista su YouTube in un live da studio radio ha meno carisma dei telecronisti Rai, nonostante in certe foto, con i capelli lunghi in faccia e gli occhiali da top gun, possa sembrare qualcos’altro per un attimo. In realtà su YouTube ricorda il primo Zucchero Sugar Fornaciari.

È appena uscito il suo ultimo disco, in cui sembra smarcarsi un po’ da Neil Young, se non altro per aumentare la cupezza delle atmosfere. È un disco sincero, di uno che vorrebbe scrivere Wild Horses o Southern Man. Parla di lui la radio perbene NPR. La sua più grande claim to fame è aver avuto come produttore e batterista, due dischi fa, Steve Shelley dei Sonic Youth. Israel Nash viene dal Missouri, è arrivato a New York per farsi conoscere, poi è scappato in Texas, ma si è fatto scoprire in Europa, e da qualche rivista in Europa (intercettata dalle radio americane) è stato un minimo recuperato negli Stati Uniti. E ora lo recensiamo in Italia, e nessuno sa quantificare che cosa sia successo, se Israel Nash abbia avuto successo, o se invece questa sua musica così onestamente e coscienziosamente dominata da un immaginario che è il passato musicale di tutti, per forza di cose, non sia quasi un dato di fatto: ora lui è lì che la suona e qualcuno per ascoltarla lo si trova. La storia della circolazione del suo nome parla di come la musica, in un’epoca di preferenze precise, tag, organizzazione del gusto, dove si può ignorare completamente che cosa ascolta la gente, che cosa c’è in classifica, sia diventata a misura di ascoltatore fin quasi all’anonimato dell’artista.

Peraltro, la storia di come sono arrivato a recensire questo disco aggiunge qualcosa al discorso su cos’è la musica oggi. Ero in redazione, mi avevano appena restituito, dopo mesi, un paio di buone cuffie che avevo scordato a Milano. Il direttore mi passa il suo telefono con sopra, su Apple Music, una canzone intitolata Strangers, di questo sconosciuto dal nome buffo (il nome intero è ancora più interessante: Israel Nash Gripka). Dopo una piccola schitarrata in punta di piedi, parte un arabescato di corde alte della chitarra elettrica su una base dondolante come un tappeto volante, ma è proprio un arpeggino, a risentirlo, facile e perfetto, e lì per lì mi pare di non aver mai sentito niente di tanto felice e bello. È una versione di On the Beach di Neil Young ma filtrata da un’idealizzazione stile Almost Famous e completamente priva del disagio di Neil Young, quello strano misto di ricchezza e visionarietà di uno che aveva visto tutto. La California di questo pezzo invece è ricostruita non tanto in laboratorio quanto dal falegname, e l’effetto lì per lì è dirompente. È anche una musica, come si dice, sincera, priva di affettazione, il che oggi è un po’ insolito. Accetto di scrivere un pezzo dal titolo Il più grande cantante degli anni Settanta è nato negli anni Ottanta.

Poi torno a Roma, cerco su Spotify l’artista, lo ascolto con degli auricolari (un modello buono, ma pur sempre auricolari), e mi succede una cosa strana: non riesco a ritrovare il pezzo, fra le ultime uscite di Nash, tre singoli che anticipano Silver Season. Non riesco a ritrovare il tappeto volante e l’arpeggio arabesco.
Dopo, finalmente riconosco la canzone, ma non è più la stessa cosa. Che è successo? Ho scelto una risoluzione troppo bassa per il mio streaming? I miei auricolari non vanno bene? Avrei accettato la proposta se non avessi ascoltato la canzone da quelle altre cuffie e da Apple Music? Bastava aumentare la risoluzione del mio account Spotify?

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