Magazine / Fuori collana

La notte dei 100 punti

IL 75 23.10.2015

Wilt Chamberlain firmò l’impresa il 2 marzo 1962, quando i suoi Philadelphia Warriors sconfissero i New York Knicks in una partita che è entrata nella storia dello sport

Se vai a oltre 50 punti di media a partita, farne per una volta 100 è un exploit, ma non è un miracolo. L’area miracolista è per gli altri, i giocatori normali. Qui si rievoca un altro genere di prestazione, che appartiene, oltre che al libro dei record, alla descrizione di uno sport nel momento del suo exploit, ancora intriso di umanità ma anche d’arte d’arrangiarsi. E che racconta la dimensione ultra-umana di un atleta che le circostanze collocano al di sopra degli altri e che decide di dare forma a questa superiorità, renderla narrazione, edificando la leggenda. Ma è anche la storia di un episodio che ha un peso nella storia sociale degli Stati Uniti. In particolare per la sua interferenza con l’inesauribile questione della razza.

Riscaldamento

La partita di venerdì 2 marzo 1962 era tutt’altro che di richiamo. La regular season era alla fine e i Philadelphia Warriors erano al secondo posto con l’ottimo record di 46-29, mentre i Knicks, all’ultimo posto della divisione, aspettavano l’inizio delle vacanze. Chamberlain ha passato la notte prima della partita nella sua casa di New York con una ragazza. Non hanno dormito e alle 6 di mattina l’ha accompagnata a casa. Alle 8 è alla stazione e monta sul treno per Philadelphia solo, assonnato e stonato. Arrivato a Philly incontra alcuni compagni e insieme si concedono un lungo pranzo, che quasi gli fa perdere il pullman per Hershey. L’atmosfera è di routine. Giocare alla Hershey Sports Arena, un vecchio e inospitale impianto per l’hockey, non piace ai giocatori. È la lega a spingere per decentrare le partite meno interessanti, a caccia di pubblico. Hershey è a 140 chilometri da Philadelphia e la città è costruita attorno alla sua celebre fabbrica di cioccolato. Nel palasport, solo 4.124 persone pagano il biglietto per l’evento, circa la metà della capienza. Tutto sembra, meno che una notte memorabile.

 

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Palla a due

Quel giorno a Hershey non c’erano telecamere e non esiste documentazione video della serata. La radiocronaca della partita invece è stata ricostruita usando diverse fonti, professionali e amatoriali e ora è interamente disponibile. Il fatto è che nel 1962 l’Nba è ben diversa da oggi. Non è una vera major league, piuttosto un campionato di professionisti usciti dai college. È il basket universitario ad appassionare il grande pubblico. Nemmeno un giornalista di New York segue i Knicks in occasione di questa trasferta. È una brutta serata piovosa e per spingere la gente di Hershey a uscire di casa, il proprietario dei Warriors usa uno stratagemma di moda in quel periodo: il doubleheader, due partite al prezzo di una, con un’esibizione dei molto amati giocatori di football dei Philadelphia Eagles e dei Baltimore Colts, professionisti della Nfl, impegnati in un’amichevole che precede la partita Nba. Nonostante questo l’arena è mezza vuota. Nello spazio stampa siedono solo un inviato dell’Enquirer, due stringer di agenzie e due fotografi.

Nella stagione 1961/62 Wilt Chamberlain è uno dei 37 giocatori di colore della lega, dopo che a partire dal 1950 l’Nba ha imboccato la via dell’integrazione. Sono pochi, ma abbastanza per modificare radicalmente il gioco, col loro approccio diverso da quello dei bianchi, più veloce, muscolare, spettacolare, che tende a privilegiare la prodezza a scapito dei meccanismi di squadra. Ormai la maggioranza dei giocatori più in vista della lega sono neri e la classifica marcatori è guidata da tre afroamericani: Chamberlain, Elgin Baylor e Walt Bellamy. Tra i neri circola la convinzione che ci sia un patto non scritto tra le franchigie, secondo cui ciascuna di esse non ne schiera più di quattro. Peraltro i giornalisti scrivono spesso che con l’aumentare del numero di giocatori molto alti nelle squadre, il gioco perderà interesse, perché si distanzierà dalla gente “normale” per diventare un’esibizione di eccezionalità. Di Chamberlain si parla come di un fenomeno, ma anche di un freak, con quella taglia fisica impressionante di 216 centimetri e con l’abitudine di schiacciare il pallone nel canestro, gesto fino a quel momento considerato al limite dell’antisportivo e a lungo bandito dal gioco. È soprannominato The Big Dipper, l’Orsa Maggiore. E lui di sicuro non vuole essere considerato il migliore solo perché è il più grosso. Si sente un campione a 360 gradi.

Primo quarto

Secondo Frank McGuire, l’allenatore dei Warriors, la partita inizia senza alcun progetto sul fatto di farne fare 100 a Wilt. Comunque dopo pochi minuti Philly è avanti 19-3 e lui ne ha messi dentro 13, con 5 centri consecutivi. La partita sembra instradata su quei binari: i Knicks difendono poco e non sembrano agguerriti. Alla fine del quarto la partita è praticamente decisa: 42-26, con 23 di Chamberlain che, contraddicendo le sue medie deficitarie al tiro libero, ne ha messi 9 su 9. Forse a quel punto l’idea di un record può essere passata per la testa di Wilt: ma solo quella del maggior numero di liberi realizzati, che in quel momento era di 24.

Philadelphia Warriors 42
New York Knicks 26

Chamberlain Minuti 12
Tiri 7-14 (liberi 9-9) Punti totali 23

* * *

Wilton Norman Chamberlain nasce a Philadelphia da una cameriera e un custode e ha 8 fratelli. È un bambino fragile, cagionevole e più che a pensare alla pallacanestro deve occuparsi di sopravvivere. Anzi, quel gioco non lo interessa, un po’ troppo da femminucce. Gli piace l’atletica leggera e da ragazzino salta già quasi due metri. Ma dal momento che Philly è una città di basket, alla fine decide di sfruttare la sua statura fuori della norma – 1,80 a 10 anni, 2,10 a 14 – che gli permette di dominare i coetanei. Scrive Hal Bock di Espn: «All’epoca i giocatori erano di taglia normale. Poi arrivò Wilt: era terrorizzante. E il gioco cambiò». Viene soprannominato Golia e la cosa non gli va a genio. Una volta diventato professionista, guadagna più di tutti gli altri e vive alla grande, per esempio affittando un appartamento a New York mentre gioca a Philadelphia – facendo il pendolare da scapolo impenitente che non ha mai nascosto la predilezione per le notti a base di sesso. Si favoleggia delle 20mila donne con cui si sarebbe accompagnato, collezionandole come francobolli. A fine carriera, a L.A., vive in una tenuta che sembra quella di Hugh Hefner, immerso in un’ininterrotta festa mobile. Ad aiutarlo c’è l’insonnia che fin da bambino lo fa dormire pochissimo.

 

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Secondo quarto

Imhoff, il centro dei Knicks che marca Chamberlain, torna in panchina carico di falli. Dopo l’ennesima infrazione si rivolge a un arbitro: «Dategli subito cento punti e andiamocene a casa!». Ma nel secondo quarto la spinta dei Warriors s’affievolisce e il distacco si riduce. Chamberlain ha segnato fin qui 41 punti, cifra importante ma che non lo impressiona più di tanto, perché gli è capitato diverse volte in precedenza. Ma è tra i suoi compagni che durante la pausa spunta l’idea: «Diamo sempre la palla sempre a Wilt e vediamo quanti ne fa». McGuire, l’allenatore, è d’accordo.

Philadelphia Warriors 9
New York Knicks 68
Chamberlain Minuti 12
Tiri 7-12 (liberi 4-5) Punti totali 41

* * *

Chamberlain è alla terza stagione Nba e nelle due precedenti ha battuto il record di media realizzativa, rispettivamente con 37,6 e 38,4 punti a partita. McGuire a inizio campionato ha dato un’indicazione precisa: «2 volte su 3 la palla va a lui», come racconta Gary M. Pomerantz in Wilt, 1962. L’idea era di tenerlo in campo sempre. Fino a quel giorno Wilt ha giocato ogni minuto di ogni incontro, a parte una partita in cui è stato estromesso per somma di falli tecnici. Nella stessa settimana di Hershey, Chamberlain ha disputato già tre partite in cui ha realizzato 67, 65 e 61 punti e ha stabilito un altro record: 60 o più punti segnati 15 volte nel corso della carriera. L’8 dicembre 1961, con 78 punti ai Lakers, ha superato il record di punti individuali in una partita, superando i 71 di Elgin Baylor. Chiuderà la stagione con l’incredibile media di 50,4 punti a partita, segnandone più di 50 in 45 occasioni. Al che aggiunge 25,7 rimbalzi a partita. Eppure il record a cui si dichiara più affezionato è un altro: 48,5 minuti in campo a partita, ovvero, grazie ai supplementari, più della durata stessa di un incontro. Cifra ineguagliabile.

Terzo quarto

La tattica “tutti i palloni a Big Dipper” è inarrestabile. Chamberlain supera subito i 50 punti e lo speaker dell’arena, Dave Zinkoff, annusa l’aria e comincia a gasare gli spettatori. Wilt se la deve vedere coi marcamenti dei Knicks, che si sono fatti più duri, con due o tre giocatori su di lui, perché non vogliono permettergli quello che ormai hanno capito che ha in mente. Di fatto Wilt non può essere fermato: ne segna altri 28, col totale che sale a 69. Dave Budd, centro di rincalzo dei Knicks che marca Wilt in questo quarto, ricorda: «Contro di lui non potevi giocare al solito modo: era troppo grosso. O ti mettevi davanti a lui, ma lo servivano con dei pallonetti, o gli facevi prendere palla e provavi a opporti, ma avevi quei 140 chili che t’arrivavano addosso». Chamberlain ha capito che la serata è propizia: il record di 78 è a un passo. Se si impegna, lo batterà.

Philadelphia Warriors 125
New York Knicks 106
Chamberlain Minuti 12
Tiri 10-16 (liberi 8-8) Punti totali 69

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Secondo Oscar Robertson, leggenda del basket, l’Nba avrebbe perduto i suoi risicati contratti televisivi, se non fossero arrivate in suo soccorso le superstar nere: «La gente sentiva parlare di Chamberlain che segnava 50 punti a notte e poteva farne 100 e voleva vedere. Wilt da solo ha dato una bella mano alla salvezza dell’Nba». Chamberlain stava dando segnali anche dal punto di vista sociale: «Wilt suonava forte e chiaro la campana del riscatto, dicendo: “Lasciate alla mia gente il diritto di esprimersi”. Era un messaggio importante per noi che convivevamo con l’umiliazione delle quote razziali e con la stagnazione della crescita sociale. Ed era importante per l’Nba, che rischiava l’estinzione per ubbidire a quelle regole allucinanti», scrive Willie Naulls, giocatore dei Knicks che quella sera era sul campo. Eppure Chamberlain politicamente è un conservatore: vota repubblicano, sostiene Nixon nelle elezioni del 1968 e del 1972, lo accompagna al funerale di Martin Luther King Jr., si schiera contro le Pantere Nere e gli altri movimenti di liberazione. Molti fratelli, Kareem Abdul Jabbar in testa, lo considerano un traditore. E lui li fa arrabbiare ancor di più confessando di preferire le ragazze bianche.

 

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Ultimo quarto

A ogni canestro l’annunciatore fa il conto alla rovescia: il gioco è scoperto. Quando mancano 8 minuti alla fine, Wilt ha bisogno di 25 punti per arrivare alla magica cifra. Il pubblico urla: «Datela a Wilt!». Quando segna l’ottantesimo punto la folla grida: «100!». Ma Chamberlain ha già fissato un nuovo record, sente la durezza delle marcature dei Knicks, vorrebbe desistere. Sono i compagni a spingerlo. Gli passano palloni che deve limitarsi a infilare nel canestro. A 5 minuti dalla fine è a 89. I Knicks fanno fallo sugli altri Warriors per non mandare Wilt in lunetta e rallentano il gioco per far passare il tempo: ormai non è il punteggio della partita a contare, ma la rincorsa di Chamberlain. A due minuti dalla fine è a 94, riceve l’ennesimo pallone sotto, segna e va a 96. 40 secondi più tardi è York Larese a fargli arrivare un lob che trasforma in due punti con una delle sue rare schiacciate. Ultimo minuto. Chamberlain si piazza in post. Ruklick passa a Rodgers che serve Chamberlain sotto canestro. Wilt sbaglia, ma Luckenbill prende il rimbalzo e gli restituisce la palla. Sbaglia di nuovo. Luckenbill prende un altro rimbalzo, stavolta gira la palla a Ruklick che appoggia a Chamberlain, nel frattempo uscito dall’area. Wilt si alza e segna, quando mancano 46 secondi alla fine. L’arena esplode. Duecento persone invadono il campo. Ruklick corre al tavolo per assicurarsi che gli abbiano attribuito lo storico assist. Quando la partita riprende Wilt si piazza a centro campo e non tocca più la palla. Ha fatto il record perfetto. 100 suona meglio di 102. È impossibile dimenticarlo. Come i 60 home run di Babe Ruth.

Philadelphia Warriors 169
New York Knicks 147
Chamberlain Minuti 12
Tiri 12-21 (liberi 9-9) Punti totali 100

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A immortalare il record c’è la foto in cui tiene in mano un foglietto con scarabocchiato il numero 100. Fu improvvisata al momento: Harvey Pollack, dirigente dei Warriors, entrò nello spogliatoio e glielo mise in mano. Paul Vathis, un fotografo che era lì solo per portare il figlio alla partita, scattò.

A chi gli chiedeva della famosa notte, Wilt rispondeva che non sarebbe mai stata possibile senza l’aiuto dei compagni: «Volevano che ce la facessi». Poi aggiungeva che quella non era la sua partita prediletta: preferiva la volta in cui aveva preso 55 rimbalzi sulla testa dell’eterno rivale Bill Russell.

Chamberlain muore a 63 anni nel 1999, per problemi cardiaci. Al funerale l’elogio più toccante è proprio quello di Russell: «Saremo amici per sempre», dice, anche se per anni non si erano parlati. Nel 2006 Kobe Bryant prova ad attaccare il record di Chamberlain, ma deve fermarsi a 81 punti realizzati. Una modesta nota a margine: quando Big Dipper fece il suo record, non era ancora stata introdotta la linea del tiro da tre punti.

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