Yolo / Cinema

La nuova stella del cinema indie

IL 75 23.10.2015

Getty Images

Alex Ross Perry, 31 anni e già quattro film (buoni) alle spalle, si sta cimentando nell’imponderabile: adattare Don DeLillo e il suo I nomi. Auguri

La nuova promessa del cinema americano ha 31 anni, non ama Ozu, si appunta i monologhi sul telefono senza poi ricercarli, può parlare per un’intera intervista dei romanzi di Philip Roth e ci tiene a precisare che i suoi personaggi non sono villains perché fa film solo su persone che gli piacciono.
Quando Wes Anderson sembra essersi chiuso a chiave e poi perso nel suo stesso parco giochi e Noah Baumbach viene a dirci nel 2014 che i ventenni ascoltano i vinili, un nome la spunta tra i due, quello di Alex Ross Perry. E chi non era stato convinto da Impolex (2009) e The Color Wheel (2011) si ricrederà vedendo i suoi ultimi film, che il regista riassume a Vice così: «Listen Up Philip era su un uomo triste, Queen of Earth è su una donna triste».
Gli infelici Philip e Catherine sono al centro di due film completamente diversi. Il protagonista di Listen Up Philip (2014) – Jason Schwartzman nel personaggio più antipatico che abbia mai interpretato – è un giovane scrittore di talento che vive a New York, e probabilmente il giovane scrittore di talento più insopportabile che io abbia conosciuto al cinema o nella letteratura.

Sullo schermo, Philip starebbe bene vicino ai ragazzini dell’upper class newyorkese di Whit Stillman che, in Metropolitan (1990), ai romanzi di Jane Austen preferiscono «good literary criticism»; sulla carta, ricorda il mitomane Adam in Leaving the Atocha Station di Ben Lerner.
Conosciamo Philip nei giorni della pubblicazione del suo secondo libro, che ritiene inferiore al suo romanzo d’esordio. È la settimana in cui il suo nome viene inserito nella prestigiosa lista dei «35 Under 35» della New York Literary Review, che crede che sia inutile perché nessuno la legge più, ed è l’anno in cui rompe con Ashley, la sua fidanzata fotografa – infastidito dal fatto che pure lei possa essere giovane e talentuosa – e in cui conosce un vecchio scrittore misantropo che gli dirà di lasciare la città e ritirarsi in campagna, rendendolo solo più confuso di prima. La narrazione è affidata a una voce fuori campo che scompare nel successivo Queen of Earth (2015), dominato dai monologhi dei suoi personaggi. Uno in particolare. Dopo la rottura con James, Catherine (Elisabeth Moss) decide di passare l’estate nella casa sul lago dell’amica Virginia (Katherine Waterston, la Shasta di Vizio di forma). Una notte, le due si confidano ricordi di amori passati in una sequenza fatta di primi e primissimi piani: ora profondamente coinvolte, ora spiate a sorridere di nascosto dei racconti dell’altra. È qui che il regista alza il livello del cinema indie americano al quale siamo stati assuefatti in questi anni, puntando a John Cassavetes e riuscendoci meglio di seguaci più grandi di lui (Derek Cianfrance) e di chi quel talento non se l’è ritrovato nel sangue (Nick Cassavetes).
Gli infelici di Alex Ross Perry non sono disagiati né sentimentali: sono persone qualunque. Catherine non riesce a farsi una ragione del fatto che le scuse scritte in una lettera dal suo ex ragazzo fossero un cliché. Quando Philip torna finalmente da Ashley e lei lo respinge, tutto quello che gli viene in mente è un più che banale incipit per un romanzo: «Nothing lasts forever and we both know hearts can change» – che poi non è altro che November Rain dei Guns N’ Roses. Sono queste le premesse con cui Alex Ross Perry osa iniziare a dirigere, dopo Cosmopolis (2012) di David Cronenberg, il secondo film tratto da un libro di Don DeLillo: I nomi.
E non sappiamo cosa aspettarci. Finalmente.

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