La banda ultralarghissima può unire il Paese, rilanciare l’economia e farci divertire moltissimo. Ecco le strategie e le istruzioni per l’uso

In Mulholland Drive di David Lynch, una delle frasi memorabili, che segna una cerniera tra la realtà e i risvolti onirici del film, recita: «No hay banda! Non c’è una banda! Il n’y a pas d’orchestre! È tutto, tutto registrato. No hay banda! Eppure, noi sentiamo una banda…». Se con “banda” non si intende un gruppo di musicisti, ma la quantità di dati, cioè bit, che possono essere trasferiti attraverso una connessione internet in un determinato periodo di tempo, e soprattutto si intende banda ultralarga, allora in Italia troppo spesso no hay banda. Salvo alcune zone del Paese in cui le connessioni sono già molto veloci, l’Italia è un po’ in ritardo rispetto a gran parte dell’Europa, ma gli operatori privati e il governo centrale contano di colmare il gap entro il 2020.

In ogni caso, tra concretezza e fantasia, tra percezione e realtà, ogni discussione sulla banda larga e su quella ultralarga non è dissimile dalle criptiche parole pronunciate nell’atmosfera sospesa del Club Silencio in Mulholland Drive. Per cominciare va detto che le nozioni di “banda larga” e di “banda ultralarga” hanno ben poco della supposta precisione scientifica ed entrano in cortocircuito con altre denominazioni in uso per definire le più avanzate tecnologie di trasmissione, come per esempio NGN (Next Generation Networking) o NGA (Next Generation Access) o NGAN (Next Generation Access Network), che sono tre acronimi sostanzialmente interscambiabili. Tutt’al più c’è una convenzione, secondo cui si può iniziare a parlare di banda larga a partire da una velocità di 2 megabit per secondo (Mbps) e di banda ultralarga a partire da una velocità di 30 Mbps. Ma sempre di banda ultralarga si parla anche per indicare connessioni assai più rapide (NGA eccetera), intorno ai 100 Mbps, che sono già utilizzabili in alcune città, in particolare a Milano, e che sono l’orizzonte verso cui in Italia si indirizzano sia gli operatori privati sia il governo centrale.

La necessità di avere una banda intorno ai 100 Mega e quindi ultralarghissima (usiamo questo termine per chiarezza, benché non sia “tecnico”) invece di una banda ultralarga e basta, intorno ai 30 Mega, è legata a due fattori. In primo luogo il dato nominale sulla velocità, alla prova dei fatti, si rivela spesso un anelito più che una realtà consolidata. In secondo luogo perché le connessioni sono di norma asimmetriche, il che significa che a una velocità di download alta (cioè la velocità con cui si scaricano dati) si accompagna un’assai più modesta velocità di upload (cioè la velocità con cui si caricano dati). Quindi, per avere una velocità complessiva degna del nome di banda ultralarga, 30 Mega si rivelano spesso inadeguati.

Com’è noto, per la banda larga e ultralarga – perlomeno per la rete di trasporto sulle lunghe distanze – si usa la fibra ottica al posto dei tradizionali cavi in rame. Ma per arrivare all’utente, cioè al singolo computer, il rame non è scomparso. Le connessioni in fibra più diffuse hanno l’architettura FTTx, laddove “FTT” sta per “fiber to the” (“fibra fino a”) e la “x” indica le molteplici soluzioni adottate dagli operatori che forniscono le connessioni. Le più comuni tra queste soluzioni sono la FTTC, fiber to the cabinet, in cui il cavo in fibra ottica arriva fino a quello che in gergo si chiama “armadio”, e cioè alle centraline che si vedono lungo la strada, e da lì, per un percorso di norma inferiore ai trecento metri, una distanza che consente di non disperdere troppa velocità, i dati arrivano all’utente con un tradizionale “doppino” in rame; la FTTB, fiber to the building, in cui la fibra arriva fino a una cabina condominiale, da cui partono i collegamenti in rame per i singoli appartamenti; la FTTH, fiber to the house, in cui la fibra arriva fino a una scatoletta posta a pochi centimetri dalla presa a cui attacchiamo il nostro computer e il rame è eliminato completamente.

L’esigenza di avere più banda ultralarga non è legata soltanto alla legittima aspirazione di scaricarsi un film in pochissimi minuti o agli sviluppi tecnologici, che oggi si possono perlopiù soltanto occhieggiare, connessi alla domotica. Le vere ragioni per cui è fondamentale sviluppare le infrastrutture necessarie a una maggiore diffusione della banda ultralarga e ultralarghissima sono meno voluttuarie: per le aziende una connessione molto veloce è una condicio sine qua non per essere competitive, per la Pubblica amministrazione è lo strumento con cui snellire davvero le procedure e interloquire rapidamente e a distanza con i cittadini, per gli ospedali è il punto di partenza per poter sviluppare la telemedicina, i teleconsulti, la telechirurgia.

Per comprendere meglio quale sia la situazione in Italia bisogna innanzitutto distinguere la connessione fissa dalla connessione mobile. Della connessione fissa si è già detto più sopra. Quando invece ci si connette in mobilità, per esempio con uno smartphone o un tablet, i dati arrivano al proprio device con un collegamento radio alla più vicina antenna che a sua volta riceve da un’altra antenna o direttamente da un cavo in fibra ottica; a monte, un cavo in fibra ottica in ogni caso ci deve essere. Si può già parlare di banda larga e ultralarga nel caso delle tecnologie 3G o 4G (sarebbe più corretto parlare di HSPA, UMTS, LTE, LTE advanced e così via, ma anche in questo caso la tassonomia si intreccia, si ramifica in parasinonimi che sinonimi poi non sono e crea molta confusione, quindi forse è meglio continuare a esprimersi con i termini della vulgata: 3G e 4G). Le connessioni mobili però sono assai più difficoltose di quelle fisse, perché il segnale è soggetto a molti più disturbi e perché l’utilizzo contemporaneo da parte di molti utenti può creare un effetto “ingorgo” che può ridurre, e di molto, la velocità di trasmissione dei dati.

Secondo i dati dell’Unione europea, in Italia il 99,1 per cento delle famiglie è “coperto” dalla banda larga fissa (ma soltanto il 51,1 per cento ha un abbonamento con cui sfruttare questa potenzialità, a fronte di una media europea del 70 per cento) e il 36,3 per cento delle famiglie è “coperto” dalla banda ultralarga fissa, cioè superiore a 30 Mega, ma pochissimi (soltanto l’1,9 per cento delle famiglie nel 2014, a fronte di una media Ue del 18) se ne avvalgono davvero. Per quanto riguarda le zone rurali, cioè le aree con meno di cento abitanti per chilometro quadrato, l’Italia è l’unico Paese dei Ventotto ad avere una copertura di banda ultralarga pari a zero.

Per quanto riguarda le connessioni mobili, la copertura del 3G è pressoché totale (e gli utenti effettivi sono 71 ogni cento persone, in linea con la media europea), mentre la copertura del 4G, che era del 77 per cento nel 2014, secondo i dati degli operatori telefonici, negli ultimi mesi è arrivata all’85-90 per cento.

La penetrazione in Italia della banda ultralarga fissa, e persino quella della banda larga, non è frenata soltanto dalla carenza di infrastrutture, ma anche da una domanda che, seppure in leggera crescita, è piuttosto timida. Oltre a un certo analfabetismo digitale che nel nostro Paese è più diffuso che altrove, complice anche un’alta età media della popolazione, a deprimere la domanda c’è l’antica inclinazione nazionale per il telefonino, poi trasformatosi in smartphone: un italiano su cinque, anche quando è acciambellato sul proprio divano di casa, utilizza esclusivamente connessioni mobili, un’abitudine che in Europa ci accomuna soltanto ai finlandesi e agli svedesi che, fin dai tempi in cui Nokia ed Ericsson furoreggiavano incontrastate, sono rimasti mobile addicted.

In ogni caso, gli operatori privati da un lato (i più attivi nella fornitura di servizi e nella costruzione infrastrutturale sono Fastweb, Telecom, Vodafone, Metroweb e Wind) e il Ministero dello Sviluppo economico dall’altro fanno e programmano grandi investimenti per una più pervasiva diffusione della banda ultralarga. La strategia del governo, passato per vari stop and go e per qualche aggiustamento, prevede 12 miliardi di budget: 5 provenienti dal settore privato e 7 dalle casse pubbliche, così ripartiti: 2,1 miliardi dai fondi europei FESR (Fondo europeo di sviluppo regionale) e FEASR (Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale), che sono gestiti dalle Regioni, e 4,9 miliardi dal Fondo sviluppo e coesione. Una delibera dell’agosto scorso del Cipe ha per ora sbloccato 2,2 dei 4,9 miliardi “in carico” al Fondo sviluppo e coesione.

Mentre in alcuni Paesi come la Corea del Sud o il Giappone, ma non soltanto, si lavora avendo come punto di riferimento connessioni da 1 Gigabit per secondo, cioè 1.000 Mbps, l’obiettivo italiano è quello di recuperare il tempo perduto e di allinearsi a quelle che sono le previsioni per il resto dell’Europa per i prossimi cinque anni. L’ambizione, avendo come “termine” il 2020, è quella di rendere alla portata del 100 per cento della popolazione una connessione che sia al di là dell’asticella convenzionale della banda ultralarga, cioè ad almeno 30 Mega, e una porzione tra il 50 e l’80 per cento della popolazione, nonché tutte le strutture pubbliche, a collegamenti capaci di almeno 100 Mega. Per ottenere questo risultato l’Italia è stata divisa in quattro cluster, denominati A, B, C e D, o tre zone, nera, grigia e bianca (anche in questo caso, evidentemente è una costante, la nomenclatura si incarica di confondere le idee).

In sostanza, si tratta di una divisione “economica”. Alle zone nere (cluster A) appartengono le quindici maggiori città e le zone a maggiore densità produttiva, in cui vive circa il 15 per cento della popolazione. Qui la banda ultralarga spesso è già una realtà; si tratta di zone redditizie per chi vende connessioni, quindi le infrastrutture per la fibra ottica dovrebbero essere (e già sono) a completo carico degli operatori privati. Alle zone grigie (cluster B e C) appartengono le zone “medie” in cui vive circa il 70 per cento della popolazione e in cui offrire servizi di banda ultralarga non è molto remunerativo. Quindi nelle zone grigie lo Stato – con interventi diretti, defiscalizzazioni, voucher – affiancherebbe i privati nelle ingenti spese per le infrastrutture necessarie. Alle zone bianche (cluster D) appartengono le zone più economicamente depresse o più remote (località isolate, paesi di montagna), in cui vive circa il 15 per cento della popolazione. In queste aree “a fallimento di mercato” ogni investimento da parte degli operatori privati sarebbe impossibile da recuperare e quindi lo Stato si farebbe carico di tutte le spese infrastrutturali, talvolta coprendo l’ultimo tratto con ponti radio e non con cavi in fibra, lasciando poi agli operatori la fornitura dei servizi.

In questo progetto potrebbe avere un ruolo importante anche Enel che sta sostituendo tutti i suoi contatori. Utilizzando la sua rete capillare su tutto il territorio per far passare la fibra ottica si potrebbero risparmiare molti soldi in lavori di scavo e nella creazione di nuovi cavidotti. Ma per ora, almeno per molti italiani, no hay banda né a 100 né a 30 Mega. E può quindi avere ampio mercato l’espressione digital divide, un divario che è necessario colmare davvero entro il 2020. È un’urgenza strategica che l’Italia deve soddisfare il prima possibile per poter costruire un ecosistema di telecomunicazioni che sia, per usare un’espressione che compare nel piano del governo per la banda ultralarga, “a prova di futuro”.

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