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Lo strano caso di Deirdre McCloskey

di Michele Masneri
fotografie di MATTIA BALSAMINI per IL
IL 75 23.10.2015

È l’economista che smonta le tesi di Piketty e spiega come la società prosperi soprattutto con idee e innovazione (non con capitale e rendite). L’8 novembre ha ricevuto a Milano il Premio “Bruno Leoni” durante la cena annuale dell'istituto. Per l'occasione, ripubblichiamo l'intervista che ha concesso a “IL” nel 2015

Il liberismo è giusto, il liberismo funziona, il liberismo chiarifica, penetra e cattura l’essenza dello spirito evolutivo. Il liberismo in ogni sua forma: di vita, di amore, di sapere, di denaro, ha improntato lo slancio in avanti di tutta l’umanità. Non si sa se Gordon Gekko piaccia a Deirdre McCloskey, settantatreenne economista americana di origine scozzese, una delle massime teoriche del libero mercato. Lei è alta, carismatica, balbetta un po’, ha un umorismo abbastanza contagioso, sembra una contessa madre di Downton Abbey un po’ più corpulenta. In I vizi degli economisti, le virtù della borghesia si paragona «a una zia affettuosa, decisa a correggere un nipote dal grande potenziale che però ha preso delle cattive abitudini». Perché «quasi tutta la produzione scientifica in campo economico non è solo banale – dopotutto, il grosso della scienza è banale, altrimenti avremmo tutti i giorni scoperte come quelle di Newton o di Einstein – è anche sbagliata».

Il libro è stato pubblicato in Italia lo scorso anno dall’Istituto Bruno Leoni, che poco settimane fa invitato “zia Deirdre” a Milano per il ciclo di conferenze L’altro Expo: nutrire l’innovazione, migliorare la vita. È in questa occasione che IL l’ha incontrata. McCloskey ha insegnato per quindici anni alla Università dell’Illinois di Chicago, nella culla del liberismo: il 1968 lo ha passato a fare «discussioni infinite con Milton Friedman», ricorda, quando era marxista e keynesiana, antiliberista, poi ha cambiato idea. Non è il solo cambiamento che ha fatto, diciamo. Fino a 52 anni, infatti, Deirdre McCloskey è stata Donald McCloskey. Sulla sua transizione ha scritto un’autobiografia, Passaggi, tradotta da Transeuropa nel 2008, con un’introduzione di Gianni Vattimo (sarà l’eterogenesi dei fini).

Da liberista, sottolinea che il cambiamento «costa poco! Ricevo un sacco di lettere ancora oggi da ragazzi che mi chiedono quanto costa. Meno di quanto pensate!». Poi diventa più seria: «Quando ho visto il coming out di Bruce Jenner in tv davanti a 17 milioni di persone, mi è venuto in mente il mio, nel 1995: non era una cosa così tranquilla. Il giornale locale, il Des Moines Register, scrisse quattro articoli di seguito in prima pagina: “Professore dell’Università di Chicago diventa donna”. La mia ex moglie e i miei figli non mi parlano più da vent’anni. Ho tre nipotini che non ho mai visto. Ma, se ci pensi, è la storia di ogni famiglia. Una zia Betty farà una cattiveria alla cugina Luisa, e non si guarderanno mai più: le famiglie si comportano sempre così, ma un eccesso di offerta di amore, per dirla da economista, fa abbassare il prezzo».

Poi torna seria. «Io lo so da quando avevo 11 anni che avrei voluto essere una donna. Però la società ti porta a fare delle correzioni: a diventare capitano della squadra di football. A diventare un buon padre, un buon marito. O un economista macho. Fatto tutto. Sono stata tutto. Adesso sono quasi perfetta. E il mio rettore era entusiasta: “È meraviglioso per il nostro programma sulla parità, un professore maschio in meno, una donna in più!”. Si chiama Gary Fethke, come me è un liberista. Disse anche: “O mio Dio, temevo che mi stessi per dire che eri diventato keynesiano”».

La McCloskey è stata marxista, keynesiana, antiliberista; poi ha cambiato idea. Non è il solo cambiamento che ha vissuto: fino a 52 anni, infatti, Deirdre è stata Donald. Sulla sua transizione da uomo a donna ha scritto un libro: Passaggi

Essendo anche docente di Letteratura inglese, esperta della società vittoriana (il suo sito internet si chiama, assai vittorianamente, Prudentia), zia Deirdre sta finendo una trilogia sulle virtù borghesi, un trittico al capitalismo e a quel «grande arricchimento che abbiamo verificato tutti nell’Ottocento». «Dai», dice, «nessuno può negarlo. Oggi la gente sta molto meglio quasi ovunque, i poveri hanno acqua corrente, medicine, vaccinazioni. Siamo tutti molto più ricchi. Però, per qualche ragione che non ho ancora capito o studiato abbastanza, dopo l’epoca d’oro del liberismo, cioè dal Seicento all’Ottocento, dopo il 1848 si sono tutti aizzati contro il liberismo. Tutti a cercare alternative nel socialismo, nel nazionalismo, a volte anche nel nazionalsocialismo… Che non mi pare siano andate benissimo. Con la mia trilogia cerco di ripristinare un po’ di verità su quello che ci ha fatto diventare quello che siamo, cioè il capitalismo. Che poi come parola non mi piace, sarebbe meglio “miglioramento tecnologico e istituzionale a un ritmo frenetico, sperimentato da scambi non forzosi tra tutte le parti coinvolte”; oppure “liberalismo fantasticamente di successo, nel vecchio senso europeo, applicato agli scambi e alla politica, e poi alla scienza e alla musica, alla pittura e alla letteratura”. Ma mi rendo conto che sono termini giornalisticamente poco sexy». Insomma, «si pone la faccenda nei termini sbagliati. La parola capitalismo è fuorviante. Le parole sono importanti!» – ed è bello che una delle massime teoriche del liberismo usi un’espressione di Nanni Moretti. Bisognerebbe farli conoscere, si piacerebbero. Forse un film sull’economista liberista già economista maschio keynesiano riporterebbe Moretti ai progetti del pasticcere trotskista.

«Comunque», prosegue McCloskey, «capitalismo fa pensare al fatto che la ricchezza arrivi per accumulazione di capitale, come pensano del resto tutti i miei colleghi, da Adam Smith a Karl Marx, fino a Piketty e al mio amico Varoufakis. Ma i ricchi non sono tali perché accumulano soldi, o mattoni, o azioni, o lauree una sull’altra. Lo sono per le loro idee. E questo è il contenuto del secondo libro della mia trilogia: la gente non si arricchisce sfruttando gli schiavi o con l’accumulazione del capitale o fondando le Compagnie delle Indie; quei business non spiegherebbero la crescita reale della ricchezza registrata negli ultimi due secoli. Il potere di acquisto di un cittadino di Singapore o della Svezia dall’Ottocento a oggi è cresciuto, infatti, da trenta a cento volte; un italiano spendeva tre euro al giorno, oggi ne spende ottanta. Che cosa ha portato a questo? Mica le ruberie o lo sfruttamento, bensì l’innovazione: l’innovazione di privati come Enrico Fermi o Corradino D’Ascanio, quello che ha inventato la Vespa. È la borghesia che incoraggia e ammira gli innovatori: nel 1492 gli europei erano dei primitivi se paragonati alle invenzioni, alle istituzioni e all’arte della Cina – del resto Colombo un motivo per volerci andare doveva pur averlo. Dopo il 1800, l’innovazione europea esplode. Perché? A un certo punto, passa il concetto che il commercio, il far soldi, è una cosa dignitosa, onesta (lo dice in italiano, onesta: McCloskey è anche un’esperta di storia italiana, cita Leopardi e lo Zibaldone, cita i Gonzaga, ndr). Il grande arricchimento deriva dalla Grande Liberazione. Quella per cui i borghesi finalmente potevano fare soldi, essere ammirati per questo, e tutto ciò su un patto sociale che dice: “Mi lasci far soldi? Io ne farò fare di più a te”. I grandi esperimenti moderni sono la Cina e l’India. La Cina nel 1978 e l’India nel 1991 smisero di deridere gli imprenditori, il mercato, il profitto, e che cosa accadde? Hanno cominciato a crescere dell’otto o dieci per cento all’anno».

«Marxisti e keynesiani sbagliano tutto. Il mio amico Varoufakis, o Piketty… Bravi ragazzi, per carità. Però sbagliano l’approccio. Piketty parla di Liliane Bettencourt, la donna più ricca del mondo, che campa di rendita, e va bene, ma è un’eccezione. Oggi la maggior parte della gente vive del proprio capitale umano, non del capitale finanziario. Non c’è bisogno di essere artisti o geni, basta essere un professionista, o anche un idraulico. Poi c’è l’altra ossessione, quella dei consumi. Anche qui Varoufakis sbaglia: lui pensa che la ricchezza dipenda da somme di denaro che circolano nel mondo, e che l’economia è come un pallone, gonfiato dal consumo; e che quando i consumi cessano, si sgonfia. Ma non è così. La ricchezza arriva dall’innovazione. Pensiamo a Bill Gates o a Steve Jobs: il capitale non ha alcuna importanza, chi se ne importa del rendimento sul capitale finanziario. Gates e Jobs non hanno mica messo i soldi in Borsa o in banca: hanno creato miliardi di dollari di valore da idee e innovazioni che virtualmente non valevano nulla. Si chiama proprietà intellettuale, l’hanno inventata i veneziani, sai?». Insomma, gli economisti sono troppo ossessionati dal capitale. E dall’idea del furto e dell’espropriazione: «Anche con lo sfruttamento di tutti gli schiavi e di tutte le miniere, anche affamando tutti i popoli e le colonie, non ci sarebbe stato il grande arricchimento. Sono stata una sindacalista, sono iscritta ai sindacati dell’Università di Chicago. Andavo in piazza, alle manifestazioni… Ma non saranno i sindacati a renderci più ricchi. Voi italiani siete molto più ricchi di altri popoli, e non credo che sia merito dei sindacati. Guarda quella borsa meravigliosa, chi l’ha disegnata diventerà ricco, chi la copierà diventerà ricco a sua volta: è il mercato».

E il povero Stato? Non potrebbe far funzionare un po’ l’economia, magari finanziando l’innovazione? (Si tenta di provocare zia Deirdre, insomma). «Ma non diciamo sciocchezze. Le invenzioni sono solo private, le invenzioni pubbliche sono de-invenzioni. C’è un esempio meraviglioso. Negli anni Venti, un grande chimico tedesco (Fritz Haber) inventa il fertilizzante chimico per l’agricoltura. Wow. Un’invenzione stupenda. Dopodiché, il governo tedesco si impossessa della sua invenzione e inventa le armi chimiche che verranno utilizzate in guerra. Ecco come funziona lo Stato innovatore!». Però, per esempio, l’auto elettrica c’è grazie ai sussidi di Obama (la si provoca): «O mio Dio, quello è lo Stato decisore. Ancora peggio! Ma tu, in quanto italiano, pensa se fosse il governo italiano, il parlamento o un burocrate romano a decidere su che cosa investire, a disegnare il futuro tecnologico». Dice proprio «un burocrate romano», e in effetti lo scenario è un po’ inquietante, si immagina Marino o la Meloni al posto di Elon Musk in una Silicon Valley nel Grande Raccordo Anulare. Vabbé, il tempo sta finendo: chi voterà, Deirdre, alle elezioni americane? «Qualunque candidato libertario, ma naturalmente non vinceranno mai. Un repubblicano? Mai, a meno che passasse Rand Paul: allora sì, con entusiasmo, anzi farei proprio il fund raising! Sono stata tante cose nella mia vita. Sono stata marxista, sindacalista, democratica… Sono stata un uomo. Sono episcopale e vado in chiesa. Ma repubblicana, mai!». A proposito: il New York Times l’ha definita «la più rara delle creature: una conservatrice transgender neocristiana postmoderna». «No! Io sono una signora del Midwest letteraria, quantitativa, postmoderna, liberista, progressista-episcopale che un tempo era un uomo!». Le parole sono importanti.

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