Il basket americano ci piace perché è bello. C'è poco da fare. Il ritornello, anche per questa stagione, è uno solo: I love this Game

I love this Game. Negli anni Ottanta questa frasetta, apparentemente innocente, ha cambiato la percezione del marketing sportivo di molti di noi (allora) giovani. Vedere avvenenti attrici e cantanti, noti entertainer e personaggi pubblici recitare con entusiasmo queste quattro parole mentre alle loro spalle sgambettavano gli atleti Nba ha convinto tutti noi. I motivi per cui quel Gioco, il basket professionistico americano, ci piaceva davvero li avrei/avremmo compresi solo molto più tardi, ma una cosa era ed è certa: I love this Game. Acclarato questo, e passati dall’età del Betacam sgranato a quella dell’alta definizione, val la pena di condividere qualcuno dei summenzionati motivi, sperando che anche per voi scoppi la scintilla.

I love this Game perché i colori e i rumori sono unici. Anche quelli che pagano poco sono infinitamente più vicini di altre situazioni sportive al centro dell’azione. Anche loro sentono le scarpe che stridono sul parquet, emettendo quel suono così caratteristico che noi malati di basket riconosceremmo tra mille. Proprio partendo da questi presupposti, una partita Nba è diventata una vera e propria realtà aumentata, tra schermi di imbarazzanti dimensioni e qualità, audio di altissima fedeltà e colori sempre vivi (cit.). Essere in un’arena americana o canadese è esperienza del tutto apparentabile al cinema, con il vantaggio che qui non esiste sceneggiatura e il colpo di scena è autentico e sempre dietro l’angolo. Istruzioni per l’uso: potreste avere vicino qualche “esperto” che vi racconta che nell’Nba è tutto spettacolo, che nessuno pensa alla pallacanestro e che questi schermi, woofer e compagnia sono solo americanate per catturare il cliente. Mentre la seconda parte è vera e non mi pare scandalosa, anzi, riguardo alla prima fatevi una bella risata. O in alternativa, consigliate all’estensore di questi luoghi comuni un veloce colloquio con gli ormai tanti italiani che nella lega gestita da Adam Silver giocano, allenano o lavorano.

I love this Game perché il rispetto è un elemento dell’equazione. Mi fa un po’ ridere sentire parlare della cultura sportiva che abbonderebbe in campo e sugli spalti in America per scarseggiare qui da noi. Questa è una visione molto superficiale della realtà, se non – senza mezzi termini – un falso storico. Ci sono fior di tifosi trinariciuti da quella parte dell’Oceano, e ancor più fior di galantuomini da cui imparare da questa. È solo che dall’interno del fortino si ritiene, di là, che sparare addosso alla credibilità del prodotto sia autolesionistico. Anche di là si incazzano, e alla grande, per gli arbitri. Anche di là fioriscono strampalate teorie del complotto basate sul nulla e ci sono pulsioni negative. C’è solo una piccola, grande differenza: queste scemenze tendono a non finire sui giornali e in tv. E se per caso qualche volta succede, la scure dell’Nba cala senza pietà, allentando multe di decine di migliaia di dollari che fanno subito passare la voglia agli incauti. Perché hanno più cultura sportiva? Dai, non fatemi ridere. Solo e solamente perché il giochino produce dollari come le Langhe producono vino, e nessuno è così pazzo da smontarlo. Non è tutto, ma neppure è poco.

I love this Game perché questa dimensione di tecnologia, business e marketing non soffoca mai il lato strettamente cestistico della vicenda. È vero che per motivi di cassetta si tende a vendere il singolo, ma alla fine a vincere è sempre e solo la squadra, in questo il Gioco non fa sconti ed è un grande sollievo per chi lo apprezza fino in fondo. Per entrare davvero nella leggenda, Michael Jordan ha dovuto imparare a forza (cioè con le sconfitte) che una cosa è essere sublimi e un’altra riuscire a marcare la differenza. Lo stesso viaggio fatto qualche anno più tardi da LeBron James, che ora si trova nella situazione di Jordan e Kobe Bryant dopo il primo ciclo di successi; ri-vincere è infatti enormemente più difficile che farlo la prima volta, e già quella prima volta spesso arriva tardi (per Jordan e James a 28 anni). Non si tratta di essere altruisti, o almeno non solo. E nemmeno di fare imprese eroiche, posto che i fuoriclasse vivono anche di quelle. Riuscire a essere il motivo principale – mai unico! – per cui una squadra Nba vince con una certa costanza è operazione scivolosa, che corre su un filo sottile, impossibile da descrivere. Vedere il viaggio dei Russell, dei Bird, dei Magic che ci sono riusciti ieri e di quelli, già citati, che ci sono riusciti in epoca più moderna è come leggere epica. Solo che questa è scritta in un linguaggio moderno e si lascia anche vedere.

I love this Game perché puoi essere alto meno di un metro e novanta ed essere il migliore di tutti, come è capitato nella scorsa stagione a Steph Curry. Che non ha vinto da solo – vedi sopra – ma ha ispirato con le sue gesta migliaia di giocatori che in ogni angolo del globo si sono sentiti dire: «Bravo, se solo tu fossi dieci centimetri più alto». Quando Curry era bambino, non pochi pensavano che non sarebbe mai stato altro che una mascotte. In età da college nessuno lo considerava per un ruolo diverso da quello del bravo ragazzo figlio d’arte che fa spogliatoio. Di Nba, figuriamoci, nessuno osava nemmeno parlare. E invece quel piccolino che tira in un decimo di secondo da distanze surreali nell’Nba ci arrivò, e quella che tutti pensavano sarebbe stata la fine di una storia già incredibile così è diventata l’inizio di un romanzo di fantascienza. Perché è fantascienza dominare questo Gioco sotto il metro e novanta, eppure lui lo ha fatto. Sconfiggendo uno dei tanti pregiudizi di cui ci riempiamo stupidamente la testa, cioè che esista solo un modo per vincere. Invece la bellezza di questo sport è che di modi ce ne sono ennemila, e nessuno garantisce alcunché. I Warriors hanno vinto col piccolino di cui sopra, con un allenatore esordiente in assoluto che fino alla stagione precedente commentava le partite in tv, con una squadra che ha corso più delle altre ed è stata la migliore in difesa ma anche (veltronianamente) la migliore in attacco. Tutte cose che fino a giugno 2015 si ritenevano impossibili, perché il ragionamento pigro purtroppo ci appartiene. E invece, come disse una volta un tal Kevin Garnett, impossible is nothing.

I love this Game perché quelli della mia generazione hanno sognato da bambini di poter vedere in tv una partita Nba e da adolescenti di vederla dal vivo. Oggi bambini e adolescenti che giocano a basket in Italia sognano di essere il nuovo Gallinari, Belinelli o Bargnani (per tacer di Datome). E quelli più cresciuti che allenano guardano a Ettore Messina, seduto accanto a uno dei più grandi allenatori di sempre sulla panchina degli Spurs, eterni favoriti per il titolo. Sì, è scientificamente dimostrato che si può crescere nella contraddittoria Italia del basket e finire a lavorare nella lega più ricca e bella che ci sia, con buona pace delle altre che brutte non sono. I tre che ci lavorano oggi arrivano alla stagione 2015/2016 sull’onda di un europeo che li ha avvicinati tantissimo alla gente, non solo quella malata di basket. Se riusciranno a trovare salute e serenità, il domani gli appartiene.

I love this Game perché con 30 squadre che giocano 82 volte a botta ci sono sempre motivi per stare con le antenne dritte. Sarei sorpreso se ai Warriors andasse tutto liscio per la seconda stagione consecutiva. Idem se gli Spurs riuscissero a inserire LaMarcus Aldridge e David West, spostare Ginóbili a playmaker di riserva e gestire i nuovi contrattoni di Danny Green e Kawhi Leonard senza difficoltà. E poi attenzione ai Thunder, perché con Russell Westbrook e Kevin Durant in forma fisica rimangono i più forti del lotto, e negli ultimi tre giri non hanno vinto solo perché la sfiga li ha colpiti con durezza. Non parliamo di Cleveland, dove lo psicodramma sull’asse Blatt-LeBron è passibile di almeno dieci finali diversi. O di Chicago, dove con l’aria rinfrescata grazie a Fred Hoiberg hanno in mente idee bellicose, che passano però dal vero Derrick Rose e dal mettere in una teca il Pau Gasol dell’Eurobasket per scongelarlo a maggio. Anthony Davis è il futuro, e pensate che uno tra lui, Curry, LeBron, Durant, Westbrook e James Harden NON sarà nel primo quintetto a fine stagione (beati loro). Insomma, davvero tantissime domande senza risposta, che sono poi il motivo per cui tutti siamo divorati dalla curiosità. Mentre il campo ci darà quelle risposte gradualmente, facendocele soffrire come un pokerista che spizza le carte con studiata lentezza, attorno allo stesso proprietari e general manager giocheranno la vera partita. Quella che passa dai molteplici scambi possibili tra qui e febbraio, perché le squadre che giocheranno i playoff saranno profondamente diverse da quelle che vediamo adesso. E soprattutto quella, ancora più grande e importante, legata all’Nba che verrà, quella che in una singola stagione intascherà 3 (tre) miliardi di dollari dalle sole televisioni a stelle e strisce. Soldi a palate, che faranno schizzare in alto i contratti dei giocatori e cambieranno per sempre il paesaggio. Soldi che lasceranno per terra, idealmente, parecchie vittime. Perché dividerli sarà affare tutt’altro che banale, già che i giocatori stavolta saranno fermi sulle loro posizioni e pretese. Preparatevi, perché sentirete numeri da capogiro e leggerete a giorni alterni che giocatori e proprietari sono egoisti, insensati e quant’altro. La nostra fortuna è che, divisi quei miliardi, tutti torneranno sulla terra a praticare quel Gioco che ci ammalia.

I love this Game perché quando dici «Nba» sono tantissimi i grandi atleti, personaggi e intellettuali i cui occhi si illuminano. Questo Gioco piace alla gente che piace, e non è questione di glamour o di milioni che girano. L’Nba piace perché cura i dettagli, ti fa sentire a casa, ti accoglie e ti vizia. E perché stimola la tua dimensione esperienziale come poche altre cose di sport al mondo. Quei posti da cinque se non diecimila dollari su cui siedono Beyoncé e Jay-Z o Jack Nicholson e Rihanna sono la proiezione dei nostri sogni, e vi assicuro che l’Nba deve respingere le domande delle celebrities per incapienza. No, non è tutt’oro quel che luccica, anche questo pianeta ha i suoi bravi lati oscuri, ci mancherebbe. È però sempre la somma che fa il totale, e quel totale vale sempre la pena. Buona stagione a tutti!

Chiudi