Yolo / Cinema

Noi che la RomCom non la possiamo fare

IL 75 23.10.2015

Illustrazione di Marta Signori

In Italia ci mancano le metropoli, Starbucks e le campagne inglesi. Se a questo aggiungiamo l’immobilismo sociale, ecco spiegata l’impossibilità della commedia romantica

When Harry met Sally arrivò nei cinema italiani in un freddo gennaio del 1990. C’erano Crimini e misfatti, Sesso, bugie e videotape, Ritorno al futuro II e La voce della Luna. Sui giornali si parlò di «successo imprevisto e imprevedibile». Poco dopo, Stasera a casa di Alice si annunciava come «la nostra risposta a Harry ti presento Sally». Verdone metteva le mani avanti: «È impossibile per noi competere con la commedia americana: non abbiamo la forza economica, il mio film costa cinque miliardi, la più piccola delle loro commedie ne costa quindici». Cioè, dieci in meno di La voce della Luna, un disastro in sala e di gran lunga il peggior film di Fellini.
«Sembra un film girato da una donna», scrisse Veltroni, definendolo «una commedia elegante e misurata» e confessando di aver pensato a Gianni Borgna durante la scena dell’orgasmo al ristorante («Una volta insistette per leggermi al ristorante il testo del suo ricordo che avrei dovuto mettere nel mio libro e iniziò a declamare “Allora lei… Con i suoi seni turgidi” e tutto il ristorante ci guardava» – da cui la celebre battuta, «prendo quello che ha preso Borgna»).
Dietro il successo di When Marry met Sally non c’era solo il budget, ma un colpo di genio di Nora Ephron. C’era stata la screwball degli anni 30, la battle of sex e Katharine Hepburn e Spencer Tracy e lo sconfinamento filosofico di Annie Hall, nutrimento di tutte le RomCom indie a venire coi colpi di fulmine che scoccano nei negozietti di vinili di Williamsburg. Nora Ephron aveva azzerato tutto. When Harry met Sally reinventa un genere della Hollywood classica e spacca in due la storia della RomCom, prima e dopo il suo script. Si torna al lieto fine quando tutto sembrava perduto. Alla faccia della rivoluzione culturale, della nuova donna in carriera e dell’Aids. Rivogliamo il traditional romance perché «sai cosa mi manca?…Mi manca l’idea di lui», come fa dire Nora a Meg Ryan. Le prime screwball erano figlie della Grande Depressione, quelle degli anni 90 sono figlie di Nora Ephron. Il genere riparte. Pretty Woman, la British RomCom, Sex and the City e le Amélie e le Bridget Jones e una serie di innesti più o meno improbabili, da Eternal Sunshine a Monsoon Wedding, fino al bromance, i film da femmine con i maschi e le amicizie più o meno virili a compensare l’assenza dell’amore etero. Arrivò la crisi del 2008, ma non le RomCom capaci di farcela dimenticare e così ci esercitiamo nel de profundis del genere. È colpa dei social, di Tinder, del porno di massa. È colpa dello streaming che ci fa consumare RomCom sbragati sul divano, con il comfort food e il freddo fuori (l’equivalente del paradiso di vergini musulmane per gli amanti del genere).
Ma immaginiamo uno scenario distopico in cui, proprio in quelle sere lì, ci è concesso vedere solo film italiani. Che si fa? Vengono in mente RomCom inglesi, francesi, persino greche e indiane, mentre la commedia all’italiana è tra le cose meno romantiche che abbiano inventato al cinema, con gente che muore e mariti che vogliono ammazzare la moglie. Non abbiamo le metropoli (Sex and the City a Civitavecchia non funziona), Starbucks o i matrimoni nella campagna inglese. Siamo incompatibili con il lieto fine e la mobilità sociale. Julia Roberts qui tornerebbe a battere appena tornata dal viaggio di nozze. Ma ci stiamo provando. Raoul Bova infila ottimi bromance tipo Buongiorno papà. Passione sinistra capitalizza la sola battle of sex per cui ci scaldiamo, quella tra destra e sinistra, meglio se riletta come estensione della lotta del sushi e del kebab. Ma il nostro contributo alla storia universale della RomCom è racchiuso in due titoli. Amarsi un po’, capolavoro dei Vanzina e variazione romantica del loro tema preferito, la lotta di classe, con Claudio Amendola elettrauto borgataro che conquista per sempre la principessa Cellini. E Borotalco. Uno di quei film perfetti che ti vengono una volta nella vita a meno che tu non sia Billy Wilder. Non è solo il manifesto della mitomania, colonna inossidabile del carattere nazionale, Borotalco è un teorema sull’impossibilità della RomCom italiana. Non si scappa dal matrimonio che ci spetta. Non si esce dalla propria classe sociale. Però, se si mette male, ci si può trasformare nell’ultimo dei romantici, Manuel Fantoni, e raccontare di quella volta che Richard Burton ci vomitò sul tappeto.

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