Abbiamo selezionato il quintetto dei migliori con LeBron James ala forte e Anthony Davis schierato al centro. Per gli altri ruoli: Stephen Curry, Kevin Durant e James Harden

Un uomo in finale

LeBron James
Ala grande, Cleveland Cavaliers

Chiamato il Prescelto e atteso con ansia fin dal liceo, con le dirette tv nazionali delle sue partite in palestra contro le altre scuole, LeBron era l’unico che poteva cominciare a pensare di superare Jordan. Ma c’era una differenza che non si poteva sottovalutare: Michael si era sempre sentito uno scartato, uno che doveva dimostrare tutto, e che anche nel discorso d’introduzione nella Hall of Fame ancora rinfacciava a rivali e detrattori del liceo di averlo sottovalutato. LeBron, invece, è The Chosen One.

Così, se Jordan ha potuto assistere allo sviluppo della propria leggenda rimanendo concentrato sulla propria smania di competere, LeBron sembra sempre costretto a capire da prima come si svilupperà la sua. Nel 2010 lasciò Cleveland per andare in una società vincente. Arrivò a Miami e disse al pubblico che con Chris Bosh e Dwyane Wade avrebbero vinto «non due, non tre, non quattro, non cinque, non sei, non sette…» titoli. Ne vinsero due, ma raggiungendo quattro finali consecutive, e sembrò poco pur essendo un’impresa.

James si stufò del progetto Miami e cominciò a pensare di poter entrare nella leggenda ritornando ai Cleveland Cavaliers, città del suo Ohio, con cui aveva giocato i primi sette anni di Nba. 2015, primo anno, quinta finale consecutiva, un’altra sconfitta. Aggiungendo la sconfitta dei Cavs nelle finali 2007 contro San Antonio, LeBron è arrivato a 4 finali perse e 2 vinte. La legacy, quell’idea che ossessiona gli americani – cosa lasci al mondo, cosa ricordano di te –, si faceva agrodolce.

È arrivato in finale in sei degli ultimi nove anni. È assurdo, ma si può anche dire che ha perso quasi metà delle finali dell’ultimo decennio. Per la stagione che va a iniziare, siccome gioca nella debole Eastern Conference, lo danno tutti ancora in finale, nonostante l’usura e i trent’anni compiuti. Se non ce la fa quest’anno bisogna cominciare a pensare alla massima americana «Padre Tempo non è mai stato sconfitto».

Fancesco Pacifico

È arrivato il momento

Kevin Durant
Ala piccola, Oklahoma City Thunder

È il momento, Kevin Durant. Dopo il lunghissimo infortunio e prima di entrare nel mercato come free agent l’estate prossima: è tempo di vincere. Il ragazzo conosciuto come Easy Money Sniper (top scorer Nba per quattro delle ultime sei stagioni) non gioca dal 18 febbraio: dopo l’annus mirabilis 2014 in cui è stato incoronato miglior giocatore Nba (rivedetevi il suo discorso fino alle lacrime di quando dice alla mamma: «You’re the real Mvp») ha saltato 55 partite e subìto tre interventi al piede. Il rientro, ora, coincide con gli ultimi 20 milioni annuali del contratto con i Thunder.

Durant non va più in giro con lo zainetto e le camicie a quadri: ha 27 anni, otto dei quali passati nella lega, una sponsorship con Nike da 300 milioni di dollari per 10 anni e molti corteggiatori – i Wizards della natìa Washington? I Lakers? I Knicks? Lui smentisce tutti.

È impossibile non rilevare alta pressione dalle parti di Oklahoma City, la città della corsa alla terra (ricordate Cuori ribelli?) e del più sanguinoso attentato americano prima dell’11 settembre (168 vittime, 1995), che si conquistò l’Nba dieci anni fa prima ospitando i New Orleans (allora) Hornets del dopo Katrina e poi con il trasloco dei Seattle SuperSonics. Il general manager Sam Presti ha chiamato l’allenatore Billy Donovan a lasciare il basket universitario per debuttare nell’Nba e ha deciso di dare a Enes Kanter 70 milioni di dollari per quattro anni. Un mossa salutata da molti come improvvida, visto lo scarso rendimento difensivo del centro turco. Ma tant’è. Donovan lavorerà sulla difesa, questo si sa fin dal training camp. A proposito, il primo giorno l’allenamento era fissato alle 10.30 ma Durant è stato visto entrare in palestra alle 7.45. Siete tutti avvisati.

Sara Deganello

Arriva l’arma totale

Anthony Davis
Centro, New Orleans Pelicans

Ci sono quei giocatori che si meritano ogni definizione che li esalti e li consacri. Campioni. Superstar. Fenomeni. Leggende. E poi ci sono quei giocatori del tipo Evoluzione della Specie, che sono un’altra cosa. All’altarino di Allen Iverson, per dire, ci inginocchiamo ancora quotidianamente, ma il modello del piccoletto tutto cuore-grinta-e-velocità si era già visto, da Isiah Thomas a Nate “Tiny” Archibald. Prima di Shaquille O’Neal c’era comunque stato Wilt Chamberlain. Perfino Michael Jordan – perdonateci la blasfemia – è stato la sublimazione assoluta di una matrice di giocatore che aveva già espresso precedenti versioni, da David Thompson a Julius Erving.

Un’altra cosa sono i giocatori Evoluzione della Specie. Perché all’inizio degli anni Ottanta se sei alto 205 centimetri non giochi playmaker. Magic Johnson l’ha fatto per primo, splendido testimonial di darwinismo applicato alla pallacanestro. Idem per Kevin Garnett a metà anni Novanta. Quando porti a spasso 210 centimetri e hai la ferocia agonistica di un tagliagole, il tuo posto è sotto canestro, a fare a mazzate con gli altri big; non porti il tuo avversario a 5-6 metri dal canestro per infilzarlo con un tiro perfetto. Poi è arrivato Kevin Durant: misure simili, ma un esterno in tutto e per tutto, con velocità, penetrazioni e tiro di un piccolo. E così arriviamo ad Anthony Davis.

Vicino ai 210 centimetri, con 7 chili di corazza recentemente aggiunti al quintale del suo telaio, più il solito, impressionante 10 per cento di grasso corporeo. Tutta l’estate non ha fatto altro che tirare da tre punti su indicazione del suo nuovo allenatore ai Pelicans, Alvin Gentry, che ne vuole fare l’arma totale. Un giocatore così non si è mai visto prima. Watch out.

Mauro Bevacqua

La barba più antipatica

James Harden
Guardia, Houston Rockets

Il calcio di antipatici ne ha tanti, da CR7 in giù, il basket no. Gli eroi sono giovani e belli, tutti amici tra loro. L’unico vero antipatico tra i grandi è James Harden.

Innanzitutto ha la barba, molto lunga, e la considera un fashion statement. La barba ha un’origine evidente: era il terzo talento di Oklahoma City, dietro agli impressionanti Kevin Durant e Russell Westbrook. Essendo fortissimo, comincia a farsi notare così, poi se ne va per diventare il leader degli Houston Rockets. La cosa gli dà alla testa: quando segna, fa il gesto più irritante di tutti i tempi: finge di mescolare una casseruola immaginaria. Sarebbe la rappresentazione mimica di to stir the pot, scuotere il pentolino, ossia creare tensione, aizzare la gente.

In più, è fidanzato con Khloe Kardashian, ex di Lamar Odom. Era in giro con lei una sera quando è stato fotografato (la prima volta) con delle Nike Air Jordan ai piedi. Pochi giorni prima aveva firmato un contratto da 200 milioni di dollari con Adidas, che ha fatto una figura tipo moglie di Don Draper.

Ma la cosa più antipatica di tutte è questa: ha messo il suo formidabile talento al servizio della più brutta rivoluzione strategica del basket di oggi. Gli Houston Rockets, dopo attento esame delle percentuali di tiro, hanno capito che l’attacco più efficiente è se Harden penetra in area per produrre le seguenti tre situazioni di gioco ad alta percentuale: o un canestro da molto vicino; o un fallo subìto per due tiri liberi; o uno scarico verso l’esterno, dove una serie di tiratori aspettano di ricevere la palla per un tiro da tre punti, beneficiando del fatto che Harden si è tirato addosso due o tre difensori avversari. È la scienza, è una noia mortale. Harden ridacchia sotto i baffi.

Francesco Pacifico

In un battito di ciglia

Stephen Curry
Playmaker, Golden State Warriors

Batti le ciglia, e lo perdi: «If you blink, you’ll miss it» sembra una di quelle iperboli di qualche telecronista. Solo che non lo è. Non quando gioca Steph Curry. Non quando tira Steph Curry. Perché se il tempo di un battito di ciglia umano è stato misurato in tre decimi di secondo, il rilascio di palla di Curry ne ruba quattro (due in meno di quello di qualsiasi altro giocatore Nba). Un battito di ciglia, quindi, e potreste davvero esservi persi il canestro più spettacolare dell’anno.

Incoronato campione Nba, miglior giocatore della lega nonché miglior tiratore da tre punti, la superstar dei Golden State Warriors, 27 anni, gioca così, come guidato da una perenne scarica elettrica, tra accelerazioni e cambi di velocità, palleggi ubriacanti e tiri fulminei. In campo la sua è una danza, al ritmo di una musica che sembra sentire solo lui. Sempre con un sorrisetto dipinto sul viso, metà genuino, di chi si diverte a far divertire, e l’altra metà paraculo, di chi ama specchiarsi apprezzando ancor di più l’immagine che gli torna riflessa.

In un mondo di super atleti, Curry è un piccoletto: supera appena i 190 centimetri, va a malapena oltre gli 80 chili e sfoggia una babyface tra le più ingannevoli al mondo. Quei suoi magnetici occhi chiari – una rarità, per un afroamericano – nascondono infatti una ferocia agonistica da vero warrior e sono capaci di mettere a fuoco il canestro avversario con la precisione di una macchina da guerra.

Lì, dentro quel cerchio arancione del diametro di 45 cm, solo tre anni fa ha scaraventato la bellezza di 272 tiri da tre punti, stabilendo un record Nba. Durato poco però, perché l’anno scorso lo ha infranto lui stesso, arrivando a quota 286.
E anche, canestro dopo canestro, in vetta all’Nba.

Mauro Bevacqua
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