Explicit / Fiction

Nuova storia delle due città

IL 75 23.10.2015

“Città in fiamme” è l’imponente romanzo del trentacinquenne Garth Risk Hallberg. Personaggi definiti, trama implacabile, ingranaggio avvincente. Tutto nella New York del grande blackout del 1977. Ma sarà davvero il nuovo “Great American Novel”?

Un grido s’avvicina, attraversando il cielo. Viene voglia di scomodare L’arcobaleno della gravità per iniziare a parlare della fama che anticipa l’arrivo di un libro come Città in fiamme attraverso il firmamento delle fiere editoriali. E quel grido, ancora prima di capolavoro, dice: «Anticipo a sette cifre». Qualcosa tipo due milioni di dollari. L’agente ha lanciato l’asta e un editore (Knopf) ci si è tuffato, seguìto da quelli all’estero (in Italia lo pubblica Mondadori nella versione di Massimo Bocchiola, già traduttore di Thomas Pynchon – appunto – e altri giganti). Hallberg va per i trentacinque anni, collabora con un po’ di giornali in vista e ha pubblicato alcuni racconti. Questo non è esattamente un romanzo d’esordio, ha già dato alle stampe uno strambo libretto intitolato A Field Guide to the North American Family, un racconto lungo con alcune illustrazioni. Qualche anno fa, arrivando a New York in autobus dal New Jersey, è rimasto colpito dallo skyline e ha avuto l’idea di una narrazione estesa che ruotasse intorno allo storico blackout del 1977. Ha preso un breve appunto e richiuso il taccuino. Sette anni dopo, eccoci con novecentoventisette pagine e il bollino “Great American Novel” come un marchio del destino.

Sarà vera gloria? Cominciamo dall’incipit. Ci si immagina che uno scrittore con tali ambizioni mostrerà i muscoli. Invece il monolite inizia come una Lonely Planet o un libro di Anthony Bourdain scritto con la mano sinistra:

A New York puoi farti consegnare a domicilio qualsiasi cosa». Non «Parla la tua lingua, l’americano» o «Un fronte freddo autunnale arrivava rabbioso dalla prateria. Qualcosa di terribile stava per accadere…

Va bene, è un prologo. Riproviamo con l’incipit del primo capitolo, sarà lì la scintilla per bruciare la città? Niente:

Un albero di Natale risaliva Eleventh Avenue.

La verità, comincio a intuirlo, è che Hallberg se ne frega di questi effetti e fin dall’inizio lascia parlare i personaggi. Elencarli tutti sarebbe impossibile: anche l’omino più insignificante riceve un trattamento di riguardo, ma in sostanza ci sono sei linee narrative, collegate da rapporti sentimentali o professionali, e sullo sfondo la ribollente città di fine anni Settanta, con l’eruzione del punk rock e la feroce speculazione edilizia.

In primis c’è Mercer Goodman, ragazzo nero omosessuale, salito dal Sud con un carico di ambizioni e paure, che sogna di scrivere (toh) il Grande Romanzo Americano e diventare il nuovo James Baldwin; c’è il suo compagno, William Hamilton-Sweeney III, aristocratico bianco e insicuro che, in rotta con una delle famiglie più ricche e potenti di Manhattan, sparisce nei bassifondi per dedicarsi alla pittura e alla musica nel gruppo Ex Post Facto con l’alias di Billy Three-Sticks; gli dà la caccia sua sorella Regan, in rotta con il marito e con il fratello della matrigna, il maligno Demon Brother; c’è il suddetto marito Keith, portato ai vertici della finanza dalla potenza della famiglia acquisita e caduto nella tentazione di una scappatella con una ragazza di diciassette anni; c’è Charlie, ragazzino ebreo, insicuro ma sensibile al richiamo dell’anarchia e deciso a unirsi a un gruppo di ribelli piromani; ma soprattutto c’è la sua amica Samantha, la giovane amante di Keith, studentessa figlia di immigrati italiani e creatrice di una fanzine punk.

Alla vigilia di Natale del 1976 Samantha viene trovata nel bel mezzo del Central Park in fin di vita. Intorno al tentato omicidio si muovono un giornalista con problemi di alcolismo e un poliziotto lasciato deforme dalla poliomielite. Dal primo focolaio, appiccato con il ritrovamento del corpo nella neve, il mastodonte del romanzo si muoverà lentamente (eppure inesorabilmente) verso il suo opposto, quello della metropoli sprofondata nella più totale oscurità, per mille pagine, portando lungo quel tragitto il mistero del tentato omicidio e le digressioni intorno al passato dei protagonisti.

L’intento è quello di costruire una grande ballata di New York, città-opera-mondo, che riesca a mescolare la rapsodia alla Gershwin con i riff di Tom Verlaine in Marquee Moon, senza però mai diventare così lirico da perdersi nell’elegia o così crudo da sguazzare nel cinismo. Mentre scrive, Hallberg non perde mai d’occhio il terzo binario, quello necessario a far proseguire la lettura, e così, alternando per brevi capitoli tutte le vicende (in più sfrutta gli intermezzi tra una sezione e l’altra per inserire dettagli significativi attraverso lettere private, pagine di giornaletto, articoli battuti a macchina con tanto di macchie di caffè, sottolineando e riecheggiando temi ed episodi già affrontati altrove), riesce a farci seguire una storia che dopo trecento pagine è ancora sostanzialmente a un punto morto.

City on Fire è prima di tutto un giallo e allo stesso tempo ne è una negazione. Con lo stratagemma del corpo, fulcro rimosso della narrazione, Hallberg riesce a farci digerire il romanzo storico, la saga familiare, lo spaccato sociologico, l’affresco metropolitano, trovando la suspense necessaria per spingere avanti la narrazione e vedere i fili che collegano due mondi apparentemente inconciliabili – uptown e gli speculatori (rappresentati da Amory Gould, il diabolico zio di Regan) contro downtown e gli anarchici (rappresentati da Nicky Chaos, guru post-umanista [sic] e capoccia di uno squat chiamato Falansterio) – già tracciati nell’esergo di Chesterton: «There is your precious order […] and there is anarchy». Insomma disciplina e scompiglio, immobiliaristi e squat, aristocrazia e punk, nomos e physis, Donna Summer e gli Stooges. In mezzo, il caleidoscopio della vita newyorchese. C’è tutto: la famiglia, la coppia etero e omo, Richard Hell, la droga, l’ambizione, i soldi, il crimine, George Plimpton, la letteratura, Tom Wolfe, l’arte, lo scarto generazionale.

Best seller annunciato

L’edizione italiana sarà in libreria dal 16 febbraio, nella collana Mondadori “Scrittori italiani e stranieri”, 1024 pagine tradotte da Ottavio Fatica.
Garth Risk Hallberg, 35 anni, è nato in Louisiana e cresciuto in North Carolina. I suoi scritti sono apparsi su “Prairie Schooner”, “The New York Times”, “Best New American Voices 2008” e “The Millions”; nel 2007 ha pubblicato la novella “A Field Guide to the North American Family”. Vive a New York con la moglie e i figli. Questo è il suo primo romanzo

Che cosa manca invece? Rispetto ai paragoni avanzati, forse manca un cuore pulsante, la vibrazione della pagina di DeLillo, il narcisismo di Roth, lo sguardo tagliente di Didion, l’architettura turbinosa di Pynchon, la prosa salda e variegata di Franzen, perfino le paraculate di Foer o di Eggers.

E lasciamo perdere DFW o Rick Moody. Sono tutti confronti inappropriati. Hallberg è più vicino a Donna Tartt o Jennifer Egan (anche lui gioca, in modo più semplice e scaltro, con gli sfasamenti temporali), perfino con meno fronzoli. È Casa Desolata scritto da David Simon. Non esiste un rigo in questo libro dove pulsi un’insicurezza, un’idiosincrasia, uno sbrocco. Non viene da sottolineare nemmeno un paragrafo. Hallberg non ha alcuna paura di risultare didascalico. Quando un personaggio entra nel classico buco underground e sente arrivare il feedback delle chitarre elettriche, risulta impossibile non pensare a una Bibbia della controcultura come Please Kill Me, ed ecco che ti strizza l’occhio facendo comparire un tizio con quella scritta sulla maglietta. Oppure, a proposito del romanzo di Mercer:

Doveva riguardare l’America e la libertà e l’affinità tra il tempo e il dolore, ma per scrivere di tutte queste cose aveva bisogno di esperienza.

(Eh). O ancora, quando il giornalista legge A sangue freddo si accontenta di un:

Gli dispiaceva ammetterlo, ma era grande.

Non che sia necessario, ma non c’è un solo giro di frase in cui Hallberg affermi uno stile (si affida sempre al discorso indiretto libero, per cui il personaggio dotto invece di dire «beccati a scopare» dirà «when they were in flagrante»), così come non c’è una sola pagina in cui provi a liberare la prosa dalla gabbia, in quel modo tanto azzardato eppure prezioso per la sopravvivenza della letteratura. Perfino un romanzo non certo sperimentale come Le correzioni era pieno di idee antirealistiche (l’erezione-pettine, la crociera ibseniana) che, be’, lo rendevano più realistico. Qui c’è un pugno di personaggi definiti, un ingranaggio avvincente, una trama implacabile (tutti gli aggettivi giusti e insieme sbagliati), una scrittura grazie alla quale la lunghezza smette di essere un problema e diventa una virtù. Vedo già la serie televisiva che non vedrò. La mia sensazione è che, dopo aver vinto ancora una volta, Charles Dickens se la rida sotto i suoi baffi eternamente hipster.

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