Gli stipendi non sono mai stati così alti. E gli investimenti mai così proficui. LeBron James fa scuola. Ma il modello, questa volta imprenditoriale, è sempre lui: Michael Jordan

L’Nba non ha mai attirato tanto denaro come oggi. L’anno scorso gli sciagurati Los Angeles Clippers sono stati venduti per la cifra record di due miliardi di dollari e in media una squadra vale 1,1 miliardi. Il tetto salariale agli stipendi di una rosa di giocatori salirà in due anni dai settanta milioni circa di oggi ai 108 del 2017, in occasione del rinnovo dei contratti televisivi. Al momento lo stipendio medio di un giocatore Nba è di 5 milioni. Questa incredibile abbondanza si scontra con il dato divulgato dal documentario Broke: «Entro cinque anni dal ritiro, il 60 per cento degli ex giocatori Nba finisce sul lastrico». Il primo stipendio spesso rappresenta l’inizio della fine per i giovani appena arrivati nella lega: tra l’acquisto tanto atteso della casa per i genitori e spese più frivole richieste dal lifestyle si va subito in debito. In un’intervista di tre anni fa al Wall Street Journal, la matricola Anthony Davis raccontava: «Non sappiamo come comportarci con così tanti soldi. Come affrontare le ragazze che si fanno sotto. Come affrontare le truffe». Per questo esiste il Rookie Transition Program, un corso d’affari e condotta per le matricole, dove si impara a investire i soldi.

Essere un cosiddetto “studente del gioco”, nell’Nba di oggi, vuol dire anche essere un imprenditore e un investitore. LeBron James, il più forte del mondo sul campo, è anche amico di Warren Buffett, che possiede una holding da trecento miliardi e, avendolo preso sotto la sua ala, lo porta a cena con Bill Gates e gli offre consigli preziosi. In un’occasione, davanti alle telecamere di Cnbc gli ha detto: «Affidati a un fondo indicizzato… Fare investimenti mensili in un fondo indicizzato ha molto senso». LeBron intanto è dal 2011 azionista  del Liverpool e la sua SpringHill Entertainment, casa di produzione fondata con Maverick Carter, ha siglato in luglio una partnership con la Warner Bros per sviluppare progetti insieme. Naturalmente, si può continuare a contare su quella che a partire da Michael Jordan è diventata la prima fondamentale attività del campione: vendere scarpe. James ne vende più di tutti, ma la storia più interessante fra le sue sponsorizzazioni riguarda le cuffie Beats di Dr. Dre. Nate per impulso del grande produttore discografico Jimmy Iovine (che aveva detto a Dre, interessato a produrre scarpe, «Fuck sneakers, let’s make speakers»), le Beats si sono affermate anche grazie a LeBron, che in cambio di una piccola quota se ne portò qualche prototipo a Pechino per le Olimpiadi del 2008, distribuendole a tutti i compagni. Nel 2014, quando Apple ha comprato l’azienda per tre miliardi, James ha incassato trenta milioni, più del suo stipendio annuale. Era in scadenza di contratto con Miami. Qualcuno disse che la cosa poteva perfino condizionare la scelta della squadra con cui firmare quell’estate: avrebbe potuto giocare gratis. Si cominciava a intravedere un mondo in cui i campioni giocano gratis nella stessa squadra annullando il senso del salary cap.

Non è andata così, ma il rapporto tra cestisti e imprenditoria è sempre più complesso. Carmelo Anthony, uno dei migliori della generazione di LeBron, dopo una carriera senza anelli, alla scadenza del primo contratto con i disastrati New York Knicks è tornato a giocare per loro invece di andare a Chicago, dove avrebbe trovato una squadra molto più forte. Il motivo non è solo che New York poteva pagarlo di più, ma che lì ha sede la sua società di investimento in compagnie tech, in particolare start up. Espn ha scritto un lungo pezzo sull’Anthony investitore, con tanto di foto col sigaro. Lui dice: «Come posso arrivare a farmi conoscere come visionario? Come un vero grande?». Per continuare ad andare in ufficio, ha virtualmente rinunciato a vincere sul campo.

D’altronde il più grande di tutti i tempi, Michael Jordan, ha guadagnato nell’ultimo anno fiscale più che con tutti i suoi contratti da giocatore messi insieme. È merito delle scarpe che vende: cominciata come signature shoe della Nike, la linea Jordan è diventata un sottomarchio a parte ed è la collezione più importante della sneaker culture. In più, è proprietario degli Charlotte Hornets, il cui valore è aumentato di 400mila dollari da quando ne possiede il 90 per cento. Jordan ha stabilito il modello, dentro e fuori dal campo, e i campioni di oggi fanno la corsa su di lui.

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