Magazine / Fuori collana

Quando il gioco si fa delicato

IL 75 23.10.2015

davide barco

Ultima stagione per Kobe Bryant? Sia quel che sia. Ma con lui (e con Kevin Garnett) finisce definitivamente l’Nba dei cattivi, dei contatti fisici, delle rivalità epiche, del vincere o vincere

La stagione 2016 è qui alle porte, tutta una bulimia di decine e decine di partite non inframmezzate da inutili riposi settimanali tipo scansafatiche col pallone tra i piedi, eppure chi patisce certe bizzarre ansie dell’abbandono sta già pensando solo a una cosa: sarà l’ultima stagione di Kobe Bryant? In America sembrano sicuri: ultimo giro. Vecchio, ventesima stagione, tre infortuni gravi consecutivi, per alcuni addirittura un guy who won’t leave the party. Può darsi tutto, anche che si ritiri davvero, anche che si ritiri prima del tempo dopo aver capito che non si diventa un altro giocatore a 37 anni e quel tipo di attrazione per la palla, che il catch and shoot non è e non sarà mai il piatto-stella della casa. Noi qui mettiamo mezzo euro sul “non ci pensa nemmeno”, ma non è questo il punto. Il punto è che, estinto o in estinzione poco cambia, la dipartita di Bryant significa piantare i chiodi nella bara della vecchia Nba. Non di un’Nba qualsiasi, ma dell’Nba che abbiamo preferito, quella dei cattivi, dei contatti fisici, delle rivalità epiche, del vincere o vincere. Oggi di quell’Nba rimangono solo i due leocorni Bryant e Kevin Garnett, ultimi capi tribù di una stirpe che non aveva amici nella stessa squadra, figurarsi nelle altre (non come i LeBron e gli altri che giocano uno contro l’altro e poi escono a cena insieme. Ma voi ve lo immaginate un Michael Jordan a Turks e Caicos con, non so, Xavier McDaniel? Ecco).

L’Nba è cambiata. «Soft», l’ha definita Bryant: «Molto più delicata, non fa per me». Spiega Avery Johnson che l’Nba di una volta era una cosa in cui «la libertà di movimento non esisteva». Non è che potevi palleggiare sul posto mezz’ora alla James Harden e poi decidere bellamente di penetrare 16 volte consecutive e magari appoggiare anche al tabellone. Semplicemente non esisteva questa possibilità. Perché? Ce lo illustra un altro discreto esperto in materia, Gary Payton: «Touch fouls. Appena tocchi qualcuno si va in lunetta. Io appartengo a un’altra era, quella dei Bird, dei Magic, dei Jordan, dei Rodman. Se andavi a canestro finivi per terra. E se ti veniva in mente di riprovarci, finivi per terra un’altra volta».

Ma il problema non è vedere più gomiti aperti così, per il piacere sadico della rissa. Il problema è che i gomiti non si vedono perché il gioco è cambiato, la natura stessa del gioco è cambiata. L’Nba di oggi è tutta pick and roll e spaziature, quasi nessun vero 5 (né 4) in campo, con l’aggiunta dell’insano mantra di fischiare flagrant foul in direzione di qualsiasi cosa assomigli a un fallo più duro di una carezza. Il risultato è un’Nba sì spettacolare, altamente offensiva con lob e schiacciate e un su e giù continuo tipo Nba 2k16 (tra l’altro la cosa configura un raro esempio di gioco che plagia il videogioco), ma senza difese, senza cattiveria, con un quarto dell’agonismo e della disperata voglia di vittoria di una partita degli anni Novanta. Oggi una serie tipo Bulls-Knicks (o Pistons) a caso di quegli anni finirebbe in un due contro due a metà campo tante sarebbero le espulsioni. Eppure quei contatti, quella durezza, quell’«Nba sta per No Babies Allowed», quell’odio (sportivo, ma pur sempre odio) erano parte del gioco e li riprenderemmo volentieri indietro. Oggi, ultimo giro o meno, solo ci rimangono i due leocorni, e tanto quando avranno terminato non si andrà certo a cena insieme.

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