Nel centro logistico super automatizzato di Amazon in California, dove l’innovazione e la tecnologia hanno modificato i ruoli tra uomini e macchine, ora non è più chiaro chi è al servizio di chi

Tracy è una cittadina a metà strada fra San Francisco e Sacramento, nella pianura agricola della California del Nord. Troppo lontana dalla Bay Area per qualificarsi come sobborgo, ne attira comunque ciò che l’aumento di prezzi ha cacciato dalla Silicon Valley: le abitazioni della classe media (un cartello annuncia fieramente: «Appartamenti in vendita a meno di 200mila dollari!», che qui è un miracolo) e i centri logistici della grande distribuzione.

I capannoni si vedono da lontano, arrivando da Oakland sulla Route 160. Fra i frutteti e i campi ingialliti e i canali bassi per la siccità spicca un edificio sterminato – una sfilza di prefabbricati congiunti, tanto lunga che pare curvarsi nella distanza. È il centro di smistamento OAK 4 di Amazon, che movimenta 90mila metri quadrati di inventario. A pochi minuti di auto ce n’è un altro, grande altrettanto.

OAK 4 è uno dei centri negli Stati Uniti in cui operano i robot prodotti da Kiva, un’azienda che Amazon ha da poco acquistato per 775 milioni di dollari. I Kiva arriveranno fra poco in Europa (in Polonia e Regno Unito, inizialmente) e per questo l’azienda ha deciso di aprire le porte a un gruppo di giornalisti europei – curiosamente, a pochi giorni di distanza da una focosa inchiesta del New York Times sulle durissime condizioni lavorative imposte ai suoi dipendenti più qualificati. Io faccio parte del gruppo, guidato da Roy Perticucci, il vicepresidente responsabile delle operazioni in Europa, che sul pullman fa in modo che tutti sappiano che è arrivato volando in economica.

Già dal parcheggio del magazzino di Tracy si percepisce un vibrare metallico, come il suono distante di una montagna russa. All’interno del capannone il rumore cresce di intensità e se ne identifica l’origine: decine di chilometri di canaline di trasporto a rulli metallici, su cui schizzano i pacchi destinati alla zona più ricca del Paese più ricco del mondo. Quanti? Su questo, come su ogni altro dato preciso, tutti i dipendenti Amazon con cui parlo nicchieranno. L’unica risposta che otterrò, paracula quanto evidentemente vera, è: «Davvero tanti».

Un magazzino di Amazon funziona così: da una parte arriva un flusso continuo di camion pieni di merce. Questa merce viene liberata dagli imballaggi e stoccata fra gli scaffali ovunque ci sia spazio. Il principio sembra controintuitivo (capita che oggetti identici siano in luoghi estremamente lontani), ma permette di sfruttare meglio lo spazio e soprattutto evita gli imbottigliamenti per i prodotti più richiesti. Quando arriva un ordine, l’oggetto viene ripreso da dove è stato messo e incanalato su una serie di nastri trasportatori che lo porteranno al reimballaggio e quindi alla spedizione. Questa descrizione, così essenziale, non rende giustizia alla scala titanica delle operazioni. I nastri corrono per chilometri lungo i quattro piani dell’edificio, facendo transitare carovane di pacchi alla velocità di un ciclista frettoloso. Al punto di imballaggio manuale degli oggetti più piccoli, un addetto impiega otto o nove secondi per chiudere un pacchetto. Su decine di postazioni, su ventidue ore al giorno di attività, è facile calcolare che possono partire più di duecentomila spedizioni al giorno.

Questi ritmi in passato hanno creato condizioni di lavoro estremamente pesanti nei magazzini. Fra il 2010 e il 2012 numerosi reportage hanno messo in luce come operai di ogni età e condizione fisica passassero le giornate a correre da una parte all’altra dei vastissimi scaffali, percorrendo anche più di 20 km al giorno, con lo sguardo fisso su un terminale informatico che diceva dove andare a prendere cosa e quanti secondi avessero a disposizione per farlo. Quasi tutti gli intervistati lamentavano infortuni o dolori cronici ai piedi e alla schiena. (I reportage facevano anche notare che l’assenza di condizionatori portava i magazzini a raggiungere temperature intollerabili d’estate. I nostri accompagnatori a Tracy hanno sottolineato più volte che le cose sono cambiate. Nonostante i trenta gradi dell’indian summer, durante la nostra visita si gelava).

Tutto questo è cambiato con l’introduzione di Kiva, un robot mobile di proporzioni simili a un grande tavolino da caffè. Le dimensioni di Kiva si adattano perfettamente a un tipo di scaffalatura a base quadrata presente in tutti i magazzini Amazon; il robot si infila sotto l’ultimo ripiano e lo solleva per spostarlo con sé. Nel magazzino operano centinaia di unità (Quante? «Centinaia». Quante centinaia? «Alcune»), coordinate dal sistema informatico centrale in una specie di danza: sono gli scaffali a schizzare da una parte all’altra dello spazio, portando la merce al lavoratore e permettendogli di stare fermo. I movimenti sono fluidi e come ritmati; gli incroci in prospettiva di varie file di colonne li rendono ipnotici.

Li osserviamo dalla postazione di un addetto allo stoccaggio. Siamo stipati dietro una linea verde che delimita il “campo d’azione” dei robot – se la passassimo si fermerebbero tutti all’istante («Ma non vi conviene passarla», dice Perticucci, senza scherzare. «Sul serio»). Più in là, rispondendo a un algoritmo impossibile, per noi, da ricostruire, le unità schizzano in ogni direzione, spostando uno scaffale di qualche metro appena o portandolo a un punto di lavoro; ridisponendo una fila di scaffali in un altro settore del piano, magari anticipando un picco di ordini di qualche tipo o solo per fare spazio. Alcune si dirigono automaticamente a una postazione di ricarica.

Di fronte all’addetto, i Kiva carichi si dispongono in fila. Uno scaffale gli si ferma davanti, e uno schermo gli mostra quale oggetto prendere dal carrello che ha accanto e in quale ripiano metterlo. Completata l’operazione lo scaffale se ne va e un altro, identico, corre a sostituirlo. Lo schermo indica un altro prodotto e un’altra mensola. La fila di Kiva fa uno scatto in avanti. Altri robot si incolonnano sul fondo, comandati da una procedura invisibile che si mette in moto ogni volta che clicchi su “compra”. (Quanto tempo ci vuole, da quel momento, perché l’ordine parta? «Poco». Quanto poco? «Meno di quanto ci metti a cantare una canzone di Natale»).

Nel frastuono dei rulli trasportatori, l’intero inventario di Amazon volteggia costantemente su se stesso, in silenzio. L’entusiasmo dell’addetto che ci viene concesso di intervistare è chiaramente preparato – «It’s awesome», «It’s great», «It’s the future», ripete, scrutato da una Pr, scrutata dal dirigente dell’impianto, scrutato dal vicepresidente Perticucci, in una catena alimentare di sorrisi tesi e mani che si tormentano. Ma nonostante la forzatura è palese che dica la verità: per quanto possa essere frenetico il suo lavoro attuale, è evidentemente molto meno faticoso e compromettente fisicamente di quello che ancora viene eseguito negli altri magazzini. La cosa non sfugge a Perticucci, che a un certo punto lo interrompe per rincarare la dose. «Adesso è come lavorare alla cassa di un supermercato», dice.

L’analogia è sensata (anche qui hai un flusso costante di oggetti da passare allo scanner), ma trascura una cosa: al contrario di un cassiere, nelle dieci ore del turno l’addetto Amazon non vede neppure un essere umano. Dei robot gli sfilano davanti e gli dicono cosa fare («prendi la racchetta da tennis nello scompartimento 6», che è come dire «grattami dietro l’orecchio destro»), lui esegue, il robot se ne va, un altro arriva. Molti tecno-ottimisti, e gli stessi dirigenti Amazon, insistono che i robot non sono altro che strumenti al servizio del lavoratore. Questa immagine, pur convincente, nasconde il fatto che a vederli in azione l’impressione è che la realtà sia il contrario.

«Se abbiamo introdotto i robot», chiosa il vicepresidente, «è solo perché abbiamo molto a cuore i nostri umani, qui a Tracy».

C’è un aneddoto famoso fra chi si occupa di robotica. È uno scambio di battute fra Marvin Minsky – ideatore della teoria delle reti neurali, fra i massimi esperti al mondo di intelligenza artificiale – e Douglas Engelbart, che fra le altre cose ha inventato gli ipertesti e il mouse. Minsky stava manifestando entusiasmo per il futuro delle scienze cognitive. «Riusciremo a dare il pensiero alle macchine! Riusciremo a dargli la coscienza!». «Ah sì?», avrebbe risposto Engelbart. «E agli uomini cosa conti di dare?».

L’aneddoto è riportato in Machines of Loving Grace: The Quest for Common Ground Between Humans and Robots, un saggio da poco uscito negli Stati Uniti in cui il giornalista del New York Times John Markoff discute la crescente, e futura, diffusione dei robot nel mondo del lavoro occidentale. Il libro parte dal presupposto che ci sono due modi opposti di concepire lo scopo della robotica e l’impatto che il suo sviluppo può avere sulla società umana, esemplificati dagli atteggiamenti di Minsky e di Engelbart. Da una parte, i robot possono essere uno strumento che aiuta l’uomo: potenziano la sua capacità di agire sul mondo, gli risparmiano il lavoro rischioso o banale, lo liberano. Dall’altra, possono renderlo inutile e sostituirlo.

Storicamente, la divergenza fra queste prospettive si è manifestata principalmente nel dibattito teorico e nella fantascienza, che ha immaginato futuri di prosperità in cui la necessità di lavorare è scomparsa, o distopie in cui un’élite di tecnocrati sfrutta i robot per mantenersi e difendersi da una massa di diseredati. Ma i progressi più recenti – nel campo dell’automazione e soprattutto dell’intelligenza artificiale – sembrano indicare che si avvicina il momento in cui sarà chiaro quale delle due strade abbiamo imboccato. Gli esempi – offerti da Markoff nel suo documentatissimo saggio, ma non solo – sono moltissimi. Philips nei Paesi Bassi e Texas Instruments in California hanno già in attività delle fabbriche “a luci spente”, in grado di completare il ciclo di produzione idealmente senza intervento umano. Una start-up di nome Rethink Robotics ha introdotto pochi anni fa un modello di robot manufatturiero che non va programmato, ma impara imitando i gesti degli operai che affianca (o rimpiazza).

Una famosa analisi di M. A. Osborne e C. B. Fry, dell’Università di Oxford, stimava nel 2013 che il 47 per cento dei posti di lavoro occidentali fossero teoricamente rimpiazzabili da macchine nel giro di vent’anni. I risultati di Osborne e Fry sono in seguito stati criticati, ma anche una fonte molto più conservatrice come un recente paper di J. P. Gownder per la consultancy Forrester stima la perdita di posti di lavoro negli Stati Uniti dovuta alla robotizzazione al 15 per cento su dieci anni, di cui soltanto la metà sarebbero recuperati in addetti alla manutenzione al controllo.

I risvolti sociali e politici di questa possibilità sono ignorati, o minimizzati, da chi ne è responsabile. Un esperto di robotica intervistato per Harper’s Magazine ha dichiarato che, nel mestiere, «è una cosa a cui non puoi pensare; devi dirti che stai lavorando per migliorare il mondo per l’umanità in generale». Sebastian Thrun, fondatore del progetto per la Google Car intervistato da Markoff nel suo libro, bilancia gli autisti che il suo progetto renderà obsoleti con le vite che ipoteticamente salverà, riducendo gli incidenti stradali. Si tratta in entrambi i casi di calcoli morali ambigui, dalle assonanze fosche.   

Un’ambiguità simile, a ben vedere, è in gioco con l’introduzione dei Kiva. Sono evidentemente una soluzione al problema delle condizioni di lavoro disumane che sono state segnalate, anni fa, nei magazzini di Amazon. Questa soluzione è stata affidare quel lavoro a dei non-umani. La loro introduzione ha portato indubbiamente a un miglioramento nella vita dei lavoratori; ma altrettanto indubbiamente è solo un primo passo verso la loro sparizione.

«I Kiva sono una soluzione ad interim in attesa di poter costruire dei magazzini completamente automatizzati», scrive Markoff. Da Amazon, tipicamente, non si sbilanciano, e segnalano che l’adozione dei Kiva non ha portato ad alcuna riduzione di personale nei magazzini interessati.

Questo è vero, ma nasconde il fatto che la crescita di Amazon è per ora talmente rapida da poter assorbire senza ridondanze il vertiginoso aumento di produttività che la loro adozione comporta. Nessuno è stato licenziato, ma a parità di impiegati lo stabilimento di Tracy ha raddoppiato l’inventario e ridotto i tempi di transito (Quanto? «Drasticamente». Cioè: «Da ore a minuti»). Il saldo resta neutro o positivo soltanto ipotizzando una crescita economica globale perenne, ipotesi di cui, guardandosi indietro, è ragionevole dubitare.

Ma guardandosi indietro è stato altrettanto ragionevole dubitare di tutti gli annunci catastrofici, ripetutisi negli ultimi cinquant’anni, che prevedevano l’apocalisse robotica sul mondo del lavoro. Negli ultimi vent’anni, i posti di lavoro negli Stati Uniti sono cresciuti; in Italia no, ma le ragioni hanno poco a che fare con la tecnologia. Dire, semplicemente, che i robot tolgono posti di lavoro è riduttivo quanto dire che non lo fanno.

D’altro canto, osservando un posto come Tracy è evidente che il modo in cui si lavora, con l’introduzione dei robot, sta cambiando. I compiti svolti dagli esseri umani sono solo quelli che richiedono una destrezza manuale e una capacità di identificare le forme che non è ancora possibile, o conveniente, implementare in un robot.

Questo cambiamento non interessa solo i lavori meno qualificati. Ad esempio, i sistemi di design evolutivo (il più promettente è una start-up di nome The Grid) promettono di automatizzare una grossa parte di quello che oggi è il web design di tipo più semplice. Una cosa analoga sta succedendo alla traduzione: da persona che pratica quel mestiere, mi rendo conto che molte traduzioni non-letterarie dall’inglese sono oggi fatte con strumenti come Google Translate e poi risistemate a mano, spesso senza comportare perdite di qualità rilevanti. Similmente, si studiano modi per automatizzare la vendita al dettaglio e l’assistenza agli anziani, la medicina di base e la consulenza legale. In mestieri di questo tipo una misura di intervento umano potrebbe restare sempre necessaria; ma è probabile che, con il tempo, questa sarà destinata a ridursi. Il centro logistico di Tracy potrebbe essere un’immagine sempre più comune dei posti di lavoro del futuro: persone e macchine che integrano il loro agire, collaborando senza che sia chiaro chi è al servizio di chi.

«Al momento», ha detto il Vp Amazon nella conferenza stampa conclusiva, «la macchina più flessibile è l’essere umano». Per quanto? «Ancora per un po’».

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