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Spectre: sarà l’ultimo Bond per Daniel Craig?

IL 75 23.10.2015

Il biondo dalla faccia working class ha risollevato un personaggio che pare non dover finire mai. Il 5 novembre ritornerà al cinema dopo la consueta serie di speculazioni su un cambio della guardia e una produzione da 350 milioni di dollari

«Agitato o mescolato?», domandava il barista di Casino Royale a proposito del solito vodka martini. «Che vuole che me ne freghi», rispondeva James Bond. Si ponevano così le fondamenta di una nuova era. I Broccoli, storici produttori che stanno a 007 come i Nonino alle grappe, sapevano da un pezzo che dell’agente segreto al servizio di Sua Maestà non fregava più a nessuno, con conseguente svolta “moderna” (piace molto sottolinearlo, in questi casi), sceneggiature finalmente ben scritte, attori con un curriculum, pur restando “nel solco della tradizione” (altra perifrasi che fa sempre molto barrique). L’era Daniel Craig – biondo, faccia working class, più a suo agio col giaccone che in smoking: questa l’intuizione – finirà con tutta probabilità con l’uscita di Spectre (in Italia il 5 novembre).

È l’ultimo capitolo della saga come il pubblico di Marvel-ivori l’ha conosciuta negli ultimi anni. Bond è tornato figo, ha prodotto hype, ha ripreso a far soldi. Per dirne una, Skyfall (2012) ha quasi triplicato gli incassi del maggiore successo del protagonista precedente, Pierce Brosnan: più di un miliardo e cento milioni di dollari contro i 430 de La morte può attendere (Die Another Day, 2002). Dei cofanetti di Sean Connery e Roger Moore (George Lazenby, agente una sola volta nel 1969, non stiamo nemmeno a nominarlo) non fregava più a nessuno al pari della ricetta del vodka martini. Finché Craig non ha riattivato l’attenzione anche nelle curve hooligan, Sam Mendes (regista di Skyfall e di questo che sta per uscire) ha certificato il presidio d’autore dop e la Regina “Nientemenoche” Elisabetta ha suggellato il culto virale posando come Bond Girl nel video-prologo delle Olimpiadi di Londra.
Spectre fa tremare i Broccoli. È costato – si mormora, e ci si chiede perché – 350 milioni di dollari: l’imminente Star Wars di J.J. Abrams si è fermato a 200, per dire. Ha sequenze romane (con Monica Bellucci), sequenze alpine (con Léa Seydoux) e un plot (riscritto dopo la fuga di notizie del Sony Hack) che ruota attorno a un’oscura organizzazione para-massonica (quella del titolo) comandata dal solito cattivone (Christoph Waltz, che ormai si sta trasformando in Klaus Kinski). È un menu degustazione con dentro Ian Fleming, funerali, Aston Martin, birra Heineken, inseguimenti, grande bellezza, chalet di montagna, pizzi Dolce & Gabbana, canzone (brutta) di Sam Smith, tè nel deserto, P2, giacche a vento tecniche, Ralph Fiennes che un tempo sarebbe stato un Bond perfetto e invece ora si prende l’assegno interpretando il suo capo, M.

Craig, in teoria sotto contratto anche per un Bond numero 25, ha già fatto sapere che Spectre potrebbe essere il suo addio. In caso (difficile) di flop, equivale a un preventivo «sono io che sto lasciando te». Che il biondo torni o meno, è comunque già partito da mesi il toto-nomi a proposito del britannico – è l’unico requisito obbligatorio – che potrà sostituirlo. L’intellò Daniel Day-Lewis ha gentilmente declinato l’invito. L’afro Idris Elba, perfetto per i titoli Dopo Miss Italia avremo un James Bond nero, no me par vero, è «troppo tamarro» secondo Anthony Horowitz, lo scrittore chiamato a dare «continuità letteraria» al personaggio di 007 (poi si è scusato). Il “roscio” Damian Lewis, fu Brody in Homeland, è il più accreditato e anche il migliore per dare alla saga il twist “tv di qualità”, di questi tempi si sa che il cinema sta su Showtime e compagnia bella. C’è pure chi domanda a gran voce una Lady Bond, ma finché Hillary Clinton non dimostrerà che una presidenza femmina è possibile, la strada sarà tutta in salita anche per le agenti segrete. E poi non hanno funzionato i velini, figuriamoci i Bond Boy.

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