Sport di nobile tradizione, ha creato una comunità internazionale che si dà appuntamento da St. Moritz alla Thailandia per montare in sella e sfidarsi con le stecche. Ma anche (a bordo campo) per incontrarsi, intessere relazioni e creare nuove possibilità di business

«Un handicap di polo è un passaporto per il mondo», disse una volta Winston Churchill. E il primo ministro inglese se ne intendeva di relazioni internazionali. Attraverso gli handicap, il polo consente a squadre con giocatori di livello diverso di competere alla pari lasciando partire in vantaggio quelle più deboli. Chi accetta il suo codice di comportamento fondato sull’integrità e sul fair play (è uno sport di cavalli, può essere pericoloso, il rispetto per l’incolumità altrui è massimo) entra in una vasta comunità che si conosce e si ritrova in tutto il mondo. «Oggi giocare a polo significa appartenere a un network e condividerne i valori, indipendentemente dalla capacità di giocarlo. Il polo è la perfetta occasione d’incontro per creare alleanze e produrre nuove idee in ambito finanziario e commerciale», spiega Enrico Roselli, ceo di La Martina Europe, l’azienda argentina che ha cominciato a produrre l’equipaggiamento per giocatori nel 1985 e che oggi conta 85 negozi in 50 Paesi, oltre a un centinaio di eventi di polo organizzati all’anno. Nato come addestramento militare, il polo viene codificato come sport dalla cavalleria inglese di stanza in India nel XIX secolo. Gli inglesi lo esportano in tutto il mondo, e finisce per attecchire felicemente soprattutto in Argentina, Paese di pampas, gauchos, vacche, cavalli.
Lando Simonetti, il fondatore di La Martina, racconta: «Il primo torneo di polo in Russia? Me lo chiese una persona che aveva bisogno di allacciare relazioni internazionali. Il polo ti permette di sederti accanto al capo di una grande banca, di salutarlo, di fare amicizia. Ti permette addirittura di incontrare i reali inglesi, dal principe Carlo in giù, magari sul campo, prima di una partita, e di chiedere: “Il cavallo è in forma?”. E loro ti rispondono: “Sì certo”, come ti conoscessero da sempre».

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