Yolo / Musica

Calcutta è dentro il Mainstream

IL 76 20.11.2015

Gran voce, ritornelli nazional-popolari e vita da duro, Edoardo Calcutta esce dal quartiere per entrare nel cantautorato alto (e nell’universo di Luca Carboni)

Edoardo Calcutta ha una delle voci più belle della musica italiana. È un maestro delle consonanti, le retroillumina. Le vocali sono di Gino Paoli, le erre di Battisti. Negli ultimi decenni il concetto di voce bella sembra sparito. Non intendo la voce bella super virtuosa, da X Factor, ma quella bella di suo, che se la ascolti ti ecciti. Il mio modello è Luca Carboni.

C’è una differenza di fondo tra Calcutta e i cantautori indie gentili della sua generazione, tipo Dente e Brunori. I cantanti indie italiani fanno antipatia perché non sono dei duri. Calcutta invece è un duro, perché viene dal New Jersey di Roma, cioè Latina, e ha l’aria di uno che vive a scrocco a Roma. Ha pubblicato il suo primo disco tre anni fa, con l’etichetta più chic del quartiere, Geograph. Ora ha fatto un disco nuovo, con Bomba Dischi, e si sente così in colpa di essere un grammo meno puro di prima che l’ha chiamato Mainstream. Mainstream è pieno di ritornelli nazional-popolari con tastiera e pianoforte, spacciati da arguzie cantautorali anni Dieci. «E non mi importa se non mi ami più, e non mi importa se non mi vuoi bene». L’obiettivo è lo stadio Olimpico, anche se non ci proverà mai, perché mette gli strumentali nei dischi. E poi è un disco brevissimo, 27 minuti.

Mainstream parla soltanto d’amore e di essere lasciati, ed è pieno di rime furbe che preferirei non menzionare perché tanto oggi le sanno fare tutti (Medjugorje/De Gregori). In Milano c’è un eeeeeh di Vasco quando dice «e scusa, io non voglio fare male». In Gaetano, il secondo singolo, ci sono le cose argute – «suona una fisarmonica, fiamme nel campo rom, tua madre lo diceva non andare su YouPorn» – di quelle che dopo i Cani, che hanno trasformato il pop in hip hop, devono saper dire tutti. Ma al tempo stesso c’è tutta quella cosa che dai tempi di Luca Carboni aspettavo che qualcuno rifacesse: «Volevo avere dei figli, né troppi né pochi, né tardi né domani», «e ho fatto una svastica in centro a Bologna ma era solo per litigare». Cioè la musica del balordo. «Ti prego andiamo a Peschiera del Garda per fare un bagno». La musica di uno che vive, cosa che nell’indie c’è poco.
Luca Carboni non è mai stato preso sul serio, perché sembra che non abbia niente di intelligente da dire. È falso: ha una voce incredibile e il suo timbro dice tutto sulla vita che ha inseguito. L’Italia è piena di eroi perbene: Saviano, Zerocalcare, Dario Fo. Calcutta invece fa schifo, come Carboni. Spero che il prossimo disco sia ancora più sputtanato di Mainstream e che non ci siano gli strumentali.

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