Nessun autore è stato tanto ossessionato dal racconto moderato, dal prendere la posizione giusta, dalla Storia magistra vitae: con Il ponte delle spie è il turno della Guerra fredda

Nell’ultima scena di Munich, uscito dieci anni fa per la regia di Steven Spielberg, l’agente del Mossad Avner Kaufman (Eric Bana) congeda Ephraim (Geoffrey Rush), uno dei funzionari incaricati di gestire l’Operazione Ira di Dio dopo l’attentato per mano di terroristi palestinesi alle Olimpiadi di Monaco del ’72 (e conseguenze assortite). Il primo, sintetizzando, si chiede il senso di tutto quel sangue: il mondo non vedrà comunque la pace. Il secondo replica che è stato versato «per il tuo Paese», ovverosia Israele. Il primo, in nome della comune patria, lo invita a cena nel suo appartamento newyorchese: «A spezzare il pane». Il secondo rifiuta, torna nelle viscere fatte di dogmi e rappresaglie del Medioriente. Si sigla così l’evidenza che quello è il film di un ebreo sì, ma americano. L’ultimo stacco, del resto, è sullo skyline di Manhattan visto da Brooklyn, le Torri Gemelle ancora in piedi.

Steven Spielberg è appunto un ebreo americano, e – ci tiene a rimarcarlo da sempre – moderato. Lo è nell’eterna scelta di utilizzare nei suoi film la politica come attore insieme spettacolare e pedagogico. Questa volta tocca alla Guerra fredda, il film è Il ponte delle spie, traduzione per una volta letterale dell’originale Bridge of Spies: si fa riferimento al ponte di Glienicke che univa le due Berlino, teatro dello scambio tra un prigioniero russo accusato di spionaggio e un pilota americano abbattuto su suolo sovietico. Tom Hanks, il Jimmy Stewart degli anni 90 e oltre, vi recita nei panni di James B. Donovan, avvocato chiamato a difendere la presunta spia del KGB. Si attira le ire della società allora eisenhowerizzata (era il 1957), ma opera in virtù del suo solo principio ispiratore: la Costituzione degli Stati Uniti d’America. Ne esce anche stavolta una storia di parola, più che di armi: Spielberg – su sceneggiatura di Matt Charman riscritta dai fratelli Coen – torna alla solita domanda: esiste in politica un ideale più alto del sangue? La risposta va da sé.

 

Nel cassetto della divulgazione liberal ogni volta rinnovata, pur restando ferma sull’asse che unisce il cittadino berlinese di JFK agli «yes we can» di Obama, vanno messi i salti all’indietro e quelli in avanti della sua filmografia più politica: il passato sudista e razzista del Colore viola (1985) e Amistad (1997) come l’utopia di un mondo senza frontiere di The Terminal (2004). Intatto resta il reality show dell’uomo che lotta contro le norme sbagliate, o che di sbagliato hanno la limitazione della sua libertà. In questo senso, lo spettacolo più grande è Lincoln (2012), più che una biografia, un saggio di democrazia statunitense capace di far comprendere gli inghippi degli emendamenti persino a un uzbeko. «Il più importante provvedimento del XIX secolo è passato grazie alla corruzione e con la complicità dell’uomo più puro d’America», dice il deputato Thaddeus Stevens (Tommy Lee Jones) a proposito della caccia ai voti per l’abolizione della schiavitù. C’è del marcio anche in America, ma – se si guarda con gli occhi di Steven – esiste qualcuno al mondo con la politica più telegenica della loro?

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