Explicit / Idee

Come uno scrittore di sinistra diventa di destra

IL 76 20.11.2015

A un certo punto della sua carriera il giovane intellettuale si trova a un bivio: impegno e povertà o sushi & Riesling?

Tutti gli uomini nascono di sinistra. Cosa c’è di più egualitario di un neonato che si dispera per aver subìto lo sgombero coatto dall’alloggio popolare in cui ha vissuto per nove mesi? Crescendo, le cose cambiano. All’asilo si fa la conoscenza coi pennarelli e si diventa anarchici, al liceo rivoluzionari per strusciarsi durante l’occupazione, dopo la laurea progressisti e ci si leva l’orecchino per superare il colloquio, in vista del matrimonio moderati per non dare un dispiacere ai suoceri, di destra quando si divorzia e si tratta l’assegno con l’avvocato della moglie, per poi morire reazionari, come si evince da qualsiasi testamento. Si tratta di un percorso evolutivo, o involutivo, se preferite, naturale come quello che dall’australopiteco che impugnava ciottoli e bastoni ci ha portato dritti dritti al sapiens sapiens con le aste da selfie e il pollice opponibile per chattare su WhatsApp.

Anche gli scrittori vengono alla luce come scrittori di sinistra: scrivere è una pratica rivoluzionaria e chi lo fa contesta la realtà per sostituirla con una alternativa. Dunque lo scrittore è, per così dire, ontologicamente un ribelle e le sue parole sono i sassi con cui infrangere le vetrine del perbenismo (anche se ogni tanto diventano la pelle di daino per asciugarle). Appena nati sono tutti dei piccoli Roberto Saviano o Erri de Luca in potenza. Poi, per fortuna loro, non tutti finiscono sotto scorta o sotto processo; molti restano a casa propria, a fare l’amore, ad ascoltare la musica, a guardare serie tivù o a leggere scrittori più bravi, che non mancano di certo.

Quel che accade andando avanti col tempo è che gli individui da un piano ideale scivolano inesorabilmente su un piano materiale. La vita prima la si progetta poi la si conosce. E la messa in opera quasi mai corrisponde al progetto. È un principio entropico al quale nessuno può sottrarsi: i sistemi tendono a un grado di disordine crescente, compresi quelli di credenze e valori. Dall’impegno si va verso il disimpegno, dalla sinistra verso la destra. Del resto si sa che compagni e rivoluzionari muoiono liberali quando va bene, berlusconiani quando va male. Esistono rare quanto ammirevoli eccezioni di coerenza senile, intelletti di ghisa, forgiati negli alti forni delle scuole di Partito, subcomandanti col pugno alzato, anchilosato ormai, che hanno resistito al crollo del muro e salutano con ammirazione le parate di Pyongyang. Ma sono casi isolati, che fanno folklore, non letteratura.

Per lo scrittore di sinistra, specie se giovane, la parabola è segnata: la sua coscienza politica è troppo fresca, la sua integrità morale troppo cagionevole; per farla vacillare basta una cena a base di sushi & Riesling messa in conto a una casa editrice, un invito a partecipare allo Strega – ma come? Non era tutta una combine? -, un iPhone 6 in offerta a MediaWorld, magari assemblato da uno degli operai cinesi morti suicidi per le massacranti condizioni di lavoro.

Fin qui piccole défaillance che non compromettono certo la reputazione dello scrittore di sinistra. Eppure queste veniali, umanissime, debolezze, sono avvisaglie da non sottovalutare. La sua coscienza politica si è formata come riflesso condizionato in un mondo in cui il mercato si era comprato anche le ideologie (e non trovava nessuno a cui rivenderle), le bandiere rosse erano tristemente a mezz’asta e le antenne tivù invece belle ritte, galvanizzate da tette e culi trasmessi con orgoglio nazionalpopolare. Ecco che la promettente carriera dello scrittore di sinistra, perché, ricordiamolo, la carriera di uno scrittore di sinistra è sempre promettente, rischia un’improvvisa battuta d’arresto. La vocazione vacilla, la crisi di fede è dietro l’angolo.

Dopo aver impiegato notti intere per ultimare il saggio definitivo sulla letteratura gender, dopo aver scolorito tastiere per ribattere colpo su colpo ai troll fascisti infiltrati nei thread dei lit-blog per propagare il virus del nichilismo e del qualunquismo sostenendo che la letteratura non serve a niente e che chi pubblica con Einaudi è uguale a chi pubblica con Mondadori solo più snob, dopo aver firmato migliaia di appelli e petizioni contro la riapertura della caccia alle megattere nel Pacifico Occidentale o per l’apertura di un corridoio umanitario nel Kurdistan iracheno, lo scrittore di sinistra si ritrova improvvisamente solo davanti al monitor, assalito da amletici dubbi.

I suoi articoli per Repubblica, quando vengono pubblicati, sono pagati una manciata d’euro, mentre le celesti firme del cerchio magico scalfariano prendono vagonate di quattrini. E quelli per il Manifesto e per l’Unità, a pensarci bene, non sono ancora stati pagati. Ma com’è possibile? Eppure alla manifestazione sul precariato la stampa di sinistra ha dato ampio spazio. E all’ultimo comizio l’esponente dell’ala dissidente del partito pareva sinceramente convinto della necessità di riportare il lavoro al centro dell’agenda politica…Un brusio assordante rimbomba nella testa dello scrittore di sinistra che beve centrifughe e adotta bambini a distanza. Se mette insieme i post che ha scritto su Facebook, gli interventi nei teatri occupati, gli articoli per i blog e già che c’è ci aggiunge anche i biglietti treno+cinema per recensire l’ultimo imperdibile film d’autore a Venezia (film lento ma festa pazzesca), ci viene fuori uno stipendio, che nessuno gli ha dato però.

Lo scrittore di sinistra si perplime e si arrovella: non è che mentre si occupava di quello degli altri, zitti zitti, gli hanno rubato il suo di futuro? E sì che gli aveva anche messo la catena votando Sel alle ultime elezioni. Insomma, aiutarsi gli uni con gli altri in nome di una nobile causa, lottare per un’idea di pace ed eguaglianza, sperare in un mondo migliore sono cose bellissime, ma anche avere un lavoro decente, una paga dignitosa che consenta di comprarsi una casa e, perché no, mettere su famiglia lo sono altrettanto, o no? Ma come si fa se tutti pretendono che si lavori gratis? Certo, anche a destra non è che siano tanto più generosi, ma almeno non hanno la pretesa di esserlo.

Le idee nella mente dello scrittore di sinistra entrano in rotta di collisione. Siamo sicuri che essere di sinistra garantisca un luminoso avvenire letterario? Eppure, nel Pantheon della letteratura è pieno di antisemiti e reazionari, tanto per citare i soliti Céline, Hamsun, Pound… Ha ancora senso difendere la propria verginità in nome della purezza? E quale purezza? Quella di Pasolini che scriveva anche sul Tempo e sul borghesissimo Corriere? Allora dell’impegno civile forse uno se può anche fottere, proprio come faceva Carlo Emilio Gadda, non per questo finito tra i minori… Per non dire dei capolavori che ci hanno lasciato gli irregolari, i transfughi e i dissidenti, arbitrariamente arruolati nelle milizie degli scrittori di destra, dove finisce chiunque non sia di sinistra.

Ecco che, superati i sensi di colpa e i dilemmi morali, finalmente libero dalle gabbie dell’ideologia, lo scrittore di sinistra si trova di fronte a un bivio: andare a destra e trovare autostrade o svoltare ancora più a sinistra col rischio di finire fuori dalle mappe. La prima via è la più semplice, si tratta solo di essere coerenti con ciò che si è già. La seconda più impervia, e richiede uno sforzo costante per migliorarsi.

Che fare? Dove andare?

Io ho chiesto indicazioni a un vecchio scrittore (se è vecchio è di destra, se anziano di sinistra), nato quando l’Africa era italiana, cresciuto quando la dolce vita era romana, ritiratosi quando l’Italia era renziana: «Ragazzo mio», mi ha detto posandomi paternamente la mano sulla spalla, «il mondo si divide in persone per bene e persone per male, non lo hai ancora capito?». 

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