Donald Trump è stato la sorpresa della campagna elettorale, ma non vincerà. A meno che l’America impazzisca

La grande sorpresa della stagione politica americana è Donald J. Trump, con i successi che ha inanellato nella campagna per la nomination del Partito repubblicano. È una sorpresa non perché Trump possa arrivare alla Casa Bianca (non succederà, a meno che l’America non impazzisca), e nemmeno conquistare la nomination repubblicana (il suo predominio nei sondaggi si sta già sfilacciando), ma perché, fino a oggi, nessuno nella classe politica americana aveva mai prestato attenzione a questo personaggio. La sua enorme ricchezza è fuor di dubbio: possiede un impero imprenditoriale del valore di tre o quattro miliardi di dollari (benché la sua personale stima sia il doppio) e la sua fama è un dato di fatto della vita moderna, come l’inquinamento atmosferico. Ed è vero che di tanto in tanto, negli ultimi decenni, ha minacciato di candidarsi alla presidenza. Ma nessuno aveva mai preso quelle minacce sul serio: perfino adesso, che l’ha fatto davvero, non riesce a darsi l’aria di un leader politico.

Parla col tono perentorio di un gangster newyorchese, arrogante riguardo alla sua stessa arroganza, tutto esuberanza e aggressività, con occasionali spruzzate di umorismo newyorchese, altrettanto esuberante e aggressivo – e nessuna di queste cose lo fa sembrare il tipo di politico che sa come costruire alleanze. Si veste bene, ma neanche questo basta a calarlo nella parte. Ha 69 anni e la sua sgargiante capigliatura biondo platino sembra essersi infoltita con gli anni, tanto che ormai gli grava sulla testa come un mattone, schiacciando lentamente la sua faccia da ex ragazzino in una piattezza neanderthaliana. Ideologicamente è un disastro. Ancora nel 2000 sosteneva la validità di un sistema sanitario gestito dallo Stato: quindi su questo argomento si sarebbe collocato ben più a sinistra di Barack Obama, se non fosse che afferma di essersi spostato a destra negli ultimi anni. Le sue proposte elettorali offrono tutto a tutti. Vuole preservare gli attuali programmi previdenziali e di assistenza sanitaria per gli anziani, che la destra dura e pura vorrebbe ridurre ai minimi termini o cancellare. E ancora: propone di ridurre drasticamente le tasse, sollevando l’interrogativo su come potrebbe finanziare queste politiche costosissime. Non sembra condividere la fede liberista secondo cui la ricchezza si genera automaticamente, che normalmente è una fissazione del suo stesso partito. Promette invece che basteranno le sue capacità manageriali a favorire la necessaria crescita economica, anche se non spiega come. Manderebbe le truppe americane in Iraq ma non in Siria, dove è disposto a lasciare mano libera a Vladimir Putin. Ritiene che Obama si sia fatto turlupinare nel negoziato con l’Iran. Ma non è interessato ad aprire dibattiti su tutti questi punti.

Il suo metodo per attrarre l’attenzione, al contrario, è dire cose scandalose e lasciare che le ondate di reazioni sdegnate si abbattano sulle spiagge dell’opinionismo rispettabile; lui poi ne raccoglie i frutti. Alle domande incalzanti di una giornalista di destra, in televisione, ha replicato con un commento sarcastico sul suo ciclo mestruale che gli ha fruttato un mare di pubblicità, tutta negativa e tutta gratuita. E la sua mascolinità ne è uscita rafforzata. Ha dileggiato il senatore John McCain, che è stato il candidato repubblicano alla Casa Bianca nel 2008 (sconfitto da Obama), ma che è soprattutto una figura mitica della Guerra del Vietnam, sopravvissuto a oltre cinque anni di prigionia, e alle torture, in una galera nordvietnamita. Trump ha detto: «Non è un eroe di guerra. È un eroe di guerra perché lo hanno catturato. A me piacciono quelli che non si sono fatti catturare».

Questo disprezzo verso i simboli del sentimento nazionale gli ha portato ancora più pubblicità, tutta sfavorevole, ma pensata per dimostrare che Donald J. Trump è uno che non si fa dettare legge da nessuno. E il commento su McCain ha fatto emergere la sua fumettistica natura di evangelista del successo, uno che non ha pazienza per le anime sfortunate le quali, diversamente da lui, hanno la sventura di finire imprigionate da qualcun altro.

L’immigrazione finora è il suo più grande succès de scandale. Negli Stati Uniti gli immigrati vengono principalmente dall’America Latina e in particolare dal Messico, sul cui governo ha detto quanto segue: «Ci stanno mandando persone che hanno un mucchio di problemi e stanno portando questi problemi da noi. Stanno portando droga. Stanno portando criminalità. Sono stupratori. E alcuni, presumo, sono brave persone!». Queste frasi hanno suscitato una prevedibile reazione: un battibecco con un popolare giornalista televisivo ispanico, la cancellazione di un’impressionante sfilza di contratti da parte di network televisivi e altre aziende, e una discussione che è andata avanti per mesi. Trump ha proposto di rastrellare undici milioni di immigrati clandestini negli Stati Uniti e di deportarli – cioè il più grande arresto di massa e la più grande deportazione nella storia mondiale. Inoltre ha manifestato la volontà di costruire un gigantesco muro fra gli Stati Uniti e il Messico, da far pagare, non si sa bene come, al governo messicano. Queste proposte, dal momento che sono assurde, non hanno certo accresciuto la sua rispettabilità ma, non essendo il candidato delle persone “perbene”, gli hanno consentito di fare il suo ingresso nel dibattito su un tema molto popolare.

C’è parecchia gente negli Stati Uniti, specialmente nei posti dove si vota repubblicano, che in questo momento sembra nutrire un’animosità irrefrenabile verso gli immigrati messicani. Le ragioni non sono molto chiare: il tasso di disoccupazione in America è del 5 per cento, molto più basso che in Europa, il che significa che se davvero Trump riuscisse a deportare i suoi undici milioni di clandestini, interi settori industriali tracollerebbero e i ristoranti non avrebbero più personale in cucina. Anche la costruzione di un muro massacrerebbe interi comparti economici e l’agricoltura perderebbe la sua forza lavoro. Non si può nemmeno dire che la presenza dei messicani rischi di innescare una crisi culturale, almeno non secondo i parametri europei: il cattolicesimo messicano non minaccia affatto i sentimenti religiosi diffusi negli Stati Uniti. Sia come sia, la rabbia anti-immigrati ha il suo appeal e quando Trump inveisce contro i clandestini il pubblico applaude. Però ho il sospetto che la gran parte delle persone applauda soprattutto perché ammira l’originalità delle sue proposte politiche, e solo in seconda battuta perché non ama gli immigrati. La gente è attratta dallo spettacolo di un uomo con la testa piatta che si crede capace di realizzare miracoli politici che tutti gli altri considerano consapevolmente farseschi. È un caso di credo quia absurdum.

Trump è un personaggio mitico che da bravo uomo d’affari ha sempre saputo sfruttare le mitiche qualità che lo hanno reso tale, cosa che ha raddoppiato il mito; tuttavia queste mitiche qualità hanno un’autenticità genetica. Suo nonno, immigrato dalla Germania, fece fortuna gestendo ristoranti-bordello a Seattle e nello Yukon, in Alaska, durante la corsa all’oro del Klondike negli anni 90 dell’Ottocento (i bordelli avevano in ogni stanza una bilancia per pesare la polvere d’oro corrisposta come pagamento per le prestazioni). La polvere d’oro si trasformò in immobili. Il padre di Trump allargò poi l’attività di famiglia, creando un impero immobiliare nei quartieri periferici di New York poco prestigiosi.

Donald J. Trump, “The Donald”, come è chiamato (ma non dai suoi sostenitori), è riuscito a estendere l’impero immobiliare nella prestigiosa Manhattan. Partendo da qui, si è lanciato in business di ogni sorta: il concorso di bellezza di Miss America, alberghi, campi da golf, un casinò (che è fallito), una compagnia aerea (che è stato costretto a vendere), abbigliamento per uomo, cioccolato, ristoranti e altro ancora. E a ogni nuova acquisizione o nuovo prodotto, ha inciso il suo nome in caratteri sempre più vistosi nel panorama americano. «Trump: la Fragranza» può suonare troppo “fragrante”, ma l’assurdità ha creato un brand che mette insieme buona fattura (The Donald ha costruito molti edifici e sono ancora tutti in piedi) e cattivo gusto. Si è anche fatto un punto d’onore nel diventare una presenza costante nella cronaca rosa, sposando ora una modella ora un’altra, frequentando ora una donna ora un’altra – per esempio Carla Bruni, anche se rimpiange di non essere riuscito a uscire con la principessa Diana – in uno spirito di conquista che, dopo un po’, lo ha portato a una carriera televisiva, per la quale ha scoperto di avere un talento naturale.

Questo avviene perché è un fanatico della propria causa. Si sente bene con se stesso, cosa che lo rende divertente da guardare. Il suo gesticolare è involontariamente comico. Appare ridicolo quando allarga le braccia per mostrare che il mondo è ridicolo e questo gli permette di spiegare le sue ragioni e allo stesso tempo divertire il suo pubblico. La sua più grande impresa prima di candidarsi per la presidenza è stata un reality, The Apprentice, che mette in scena il culto della sua personalità. Il record di audience è stato di 28 milioni di spettatori, più di quanti ne abbiano raccolti tutti i dibattiti elettorali fino a questo momento. In The Apprentice Trump interpreta Donald J. Trump, magnate di un impero imprenditoriale che ha il compito di decidere quale dei suoi dipendenti licenziare. Convoca i suoi sottoposti per una riunione. Loro strisciano di fronte a lui. Discutono delle colpe e degli insuccessi reciproci. Lui ascolta. Il suo atteggiamento sembra quasi benevolo. Eppure mette in chiaro che, a differenza di tutti i suoi dipendenti, lui sa intuitivamente che cosa ci vuole per avere successo nel mondo degli affari. Vede quello che loro non sono in grado di vedere, e quindi sa quanto nefasti siano i loro difetti e i loro errori. E licenzia qualcuno. Lo fa perché capisce come funziona il mondo. È una sorta di saggezza tragica: lui riconosce che il mondo è crudele, anche se lui personalmente non lo è, e non ha altra scelta che fare come il mondo gli ordina, cioè cacciare il dipendente inadeguato. «You’re fired» è la sua frase più famosa. Il dipendente licenziato accoglie la notizia con sgomento. La faccia della vittima si raggela. Le guance gli tremano. Sa che non c’è appello. The Donald ha parlato. È un padrino da film sulla mafia, il capobastone che non prova piacere nel commissionare l’omicidio del suo migliore amico, ma è consapevole che nel mondo del crimine non c’è clemenza, e dunque impartisce l’ordine. Dopo, Trump, come il padrino dei film, è sereno, forse addirittura leggermente compiaciuto di fronte allo spettacolo della sua competenza.

E la gente ama quest’uomo! Vuole votare per lui! È questo, al momento, l’elemento sorprendente della campagna elettorale. Vale la pena chiedersi chi possano essere esattamente queste persone a cui piace Trump. Ma non c’è alcun mistero: gli analisti ci dicono che i sostenitori di Trump sono uomini (in un rapporto maschi-femmine di due a uno) e che la maggior parte di loro è senza un titolo di studio universitario. È patetico. Sono persone che raramente, se non mai, potranno godersi la soddisfazione di dire: «You’re fired». Sono persone che vivono nel terrore di sentirselo dire da qualcun altro. E allora sognano un capo onnipotente che comprende i segreti dell’universo e governa a suo capriccio, il leader che corre per la presidenza non mettendo insieme una coalizione di sostenitori o proponendo politiche credibili, ma proclamandosi uomo dalle capacità sovraumane. Queste persone sono dei perdenti e Trump è il loro Dio proprio perché, con i suoi soldi, la sua fama, i suoi grattacieli, i suoi hotel, le sue donne, i suoi aeroplani e il suo gusto esecrabile, è l’immagine del vincente che hanno i perdenti.

È per certi versi rassicurante, ma allo stesso tempo molto allarmante, ricordare che campagne elettorali come quella di Trump non sono un fenomeno inedito nella storia americana. Le elezioni presidenziali del 1992 furono parzialmente dominate da un altro politico dell’antipolitica, il magnate texano H. Ross Perot, che aveva uno stile austero invece che pacchiano, ma offriva anche lui la stessa immagine di eroico uomo d’azione – nel suo caso perché aveva assunto dei mercenari per liberare alcuni suoi dipendenti tenuti prigionieri in Iran. Perot, partecipando con una sua lista in una corsa a tre, conquistò alla fine il 19 per cento dei voti che, secondo alcuni, sottrasse in ugual misura a George Bush padre e al giovane Bill Clinton. Ma, più probabilmente, Perot spillò preferenze soprattutto a Bush, consegnando così la vittoria a Clinton. Tuttavia della campagna di Perot non è restato nulla. Quasi nessuno se ne ricorda. E nulla resterà nemmeno di quella di Trump, a parte la prova ulteriore che di tanto in tanto i megalomani amano candidarsi e che c’è un elettorato a cui piace respingere i grandi partiti tradizionali anche quando l’occupazione tira e la criminalità è sotto controllo.

Ciò nonostante, candidature come quella di Perot e quella di Trump sollevano l’interrogativo su quello che potrebbe succedere, in momenti più difficili, negli Stati Uniti. Una risposta ci viene dal passato francese. Si tratta del Diciotto brumaio di Luigi Bonaparte di Marx (1852), un classico della filosofia politica. Luigi Bonaparte era un personaggio ridicolo nella Francia del XIX secolo. Ma i tempi erano difficili e si dava il caso che questo personaggio ridicolo fosse il nipote del grande Napoleone, e questo bastò a portarlo al potere. I contadini sprovveduti votarono per lui. Luigi Bonaparte instaurò una dittatura. Era assurdo, eppure avvenne. Fu a questo riguardo che Marx pronunciò la sua famosa frase sulla storia che si ripete sempre due volte, la prima come tragedia (Napoleone) e la seconda come farsa (il nipote). Con le “condizioni sbagliate”, ci dice Marx, anche i personaggi grotteschi possono diventare pericolosissimi. È un’osservazione allarmante perché le “condizioni sbagliate” di cui parlava Marx non sembrano così lontane, vero? E nel mondo non sono mai mancati i personaggi grotteschi.

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