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Il Mourinho del Grande Torino

IL 76 20.11.2015

Ernő Egri Erbstein con la maglia del Cagliari negli anni 30

Courtesy Susanna Egri

L’epopea di Ernő Egri Erbstein, ebreo mitteleuropeo, sionista e antinazista, ma soprattutto allenatore, manager e demiurgo di una delle più formidabili squadre di calcio di tutti i tempi

Prima di José Mourinho. Prima di Pep Guardiola. Prima di Rinus Michels e del Totaalvoetbal anni Settanta, il Calcio Totale espresso dall’Arancia Meccanica, ovvero la nazionale olandese. Prima di tutto questo c’è stato lui, Ernő Egri Erbstein, nato a Nagyvárad (Transilvania) nel 1898, quando Francesco Giuseppe regnava ancora sull’Impero austro-ungarico. Più di un allenatore, un demiurgo, dalle cui mani e dalla cui testa, con il concorso di un imprenditore illuminato, Ferruccio Novo, nacque una delle più grandi squadre di sempre, il Grande Torino.

Morì il 4 maggio 1949 nella tragedia di Superga, Ernő, e un bellissimo libro – Erbstein: The Triumph and Tragedy of Football’s Forgotten Pioneer, scritto da Dominic Bliss e non ancora tradotto in italiano – mette assieme i pezzi di questa biografia straordinaria, una vicenda professionale, ma soprattutto umana, che si intreccia con le origini del calcio moderno. Erbstein ha incrociato sulla propria strada la Storia, oltre a tante, piccole e grandi storie di umanità varia, un po’ per via delle sue origini – era un ebreo della Mitteleuropa – e un po’ per un’indole che lo portava sempre a guardare oltre.

Il primo incontro con la Storia avviene quando è già un talentuoso centrocampista del Bak, la seconda squadra ebraica di Budapest. Parte come volontario per la Grande Guerra e assiste al crollo dell’Austria Felix. Poi, al ritorno dal fronte, partecipa alla socialisteggiante insurrezione cittadina. La sua leadership nasce dalla politica e da lì si trasferirà sul campo sportivo.

Non è facile essere ebrei all’inizio del Ventesimo secolo, soprattutto quando gli eventi precipitano e bisogna trovare un capro espiatorio. Malgrado l’evidenza – diecimila ebrei ungheresi morti in trincea – riemergono le vecchie accuse contro la comunità, tacciata di essere il “nemico interno”, e vengono promulgate le prime leggi (nascostamente) antisemite – un esempio: le quote etniche per l’ingresso nelle università – triste presagio di quello che avverrà in quasi tutto il continente europeo di lì a poco. Ma Erbstein non nasconde il suo essere ebreo, anzi. Vuole vincere la battaglia sul piano culturale e rovesciare ogni stereotipo diffuso: se gli ebrei sono considerati fisicamente inabili, una malattia per il corpo sociale, il riscatto deve avvenire attraverso lo sport. Ernő crede nel “giudaismo muscolare” e non è affatto sorprendente che scelga di tornare in Transilvania, ad Arad, per raggiungere la sezione locale dell’Hakoah, un’organizzazione sportiva sionista che vuole dimostrare al mondo un fatto: gli ebrei non sono solo intellettuali o uomini d’affari, possono essere anche validi sportivi.

Malgrado un’eco internazionale, il giudaismo muscolare non riesce a rovesciare gli schemi ed Erbstein lascia l’Ungheria quando gli viene proposto un nuovo contratto, a Fiume. Nel momento in cui Ernő arriva in Istria, D’Annunzio se ne è già andato e la città è stata annessa all’Italia fascista. Il suo club, l’Olimpia, deve essere il simbolo dell’italianizzazione compiuta. Erbstein è formalmente l’unico straniero: il suo prestigio gli deriva proprio dalle origini, da quella scuola danubiana che negli anni Venti è diventata un modello, capace di unire l’attenzione alla tattica e la cura della tecnica, importando e sviluppando dalla Scozia il passing game, proprio mentre i britannici restano ancorati al dribbling game delle origini e rifiutano, anche per pregiudizio anti-intellettuale, qualsiasi ipotesi di “pensare” il calcio.

«Football antidiluviano»: così austriaci e ungheresi definiscono l’assenza di bellezza e di tecnica, ed è quella cultura che Erbstein introduce in Italia. Ma prima di cambiare per sempre la storia del calcio italiano, Ernő deve affrontare ancora altre prove. Erbstein, in fondo, dà sostanza a uno stereotipo di successo, quello dell’ebreo errante, ma lo fa perché, nella sua ottica, c’è una Kulturkampf da vincere e un progetto politico da sostenere, in Palestina. Così, lasciata l’Italia, si imbarca per gli Stati Uniti e partecipa alla tournée di un’altra organizzazione sportiva sionista, il Maccabi, giocando dieci partite contro alcune selezioni americane, come già aveva fatto l’Hakoah. Lontani dalla paranoia antisemita del Vecchio Continente, gli ebrei avevano trovato nel Nuovo Mondo un ambiente disposto ad accoglierli, diffondevi il calcio.

Ernő Egri Erbstein

Courtesy Associazione Memoria storica granata e Museo del Grande Torino e della Leggenda granata

Il Grande Torino, anno 1948

LaPresse

Ernő torna in Italia quando su impulso del regime fascista il movimento calcistico si sta riorganizzando, ponendo le basi dei successi dell’era Pozzo. Non si limita a insegnare il “sistema”, il modulo WM concepito da Herbert Chapman, ma comprende – ottant’anni prima di Mourinho – quanta differenza possa fare l’aspetto neuronale e quello motivazionale. Demiurgo, in questo senso, perché capace di trarre il massimo dai propri giocatori, di plasmarli, indirizzandoli verso i propri scopi. È l’inventore del ritiro pre-partita, prima che la pratica venga affinata da Helenio Herrera e Nereo Rocco. Dedica un’attenzione particolare al settore giovanile. Insiste molto sulla cura della tecnica, in particolare sull’addestramento del “piede debole”. Ed è un grande innovatore sul piano tattico, perché innesca quel processo culturale da cui, poi, scaturiranno il Calcio Totale dell’Olanda di Michels e, per germinazione, il Milan sacchiano e il Barça di Guardiola. Ricevere il pallone sui piedi, sostiene, porta all’inerzia, per cui i movimenti senza palla sono l’aspetto più importante. Altrettanto importante, sostiene, è la velocità della transizione tra difesa e attacco, anche qui un guardiolismo ante litteram.

È a Lucca, dove rimane dal 1933 al 1938, che Ernő diventa a tutti gli effetti un grande manager moderno, curando tutti i particolari di gestione del team, a partire dal calciomercato. Riesce a ingaggiare persino Bruno Scher, simpatizzante comunista, malgrado la Federazione Italiana Giuoco Calcio, emanazione del regime, abbia la parola finale su tutti i trasferimenti. Eppure, malgrado i risultati eccezionali, compresa la promozione in Serie A, l’aria a Lucca, roccaforte fascista, comincia a farsi rarefatta. Una malattia è il pretesto dell’allontanamento, ma per Ernő si apre un’altra opportunità, in una città dove la presenza e l’integrazione degli ebrei erano di vecchia data e in cui un giovane industriale, Ferruccio Novo, voleva introdurre una nuova filosofia del lavoro nel mondo del calcio, ispirata al modello manageriale anglosassone.

La prima esperienza torinese è breve, perché Erbstein, per evitare rischi, accetta uno scambio di panchine con un proprio ex giocatore che allena in Olanda (dove si rifugia anche Árpád Weisz, altro ebreo protagonista del calcio di quegli anni, che morirà ad Auschwitz). Eppure vengono poste le premesse di quello che passerà alla storia come il Grande Torino. Erbstein capisce quanto il gioco – così come aveva scritto Johan Huizinga nel suo Homo Ludens – sia una parte essenziale della cultura collettiva e permetta di costruire un mondo temporaneo che sia in qualche modo gestibile. In ritiro invita a organizzare dei giochi, ma non lo considera un semplice divertimento. Vuole insegnare ai propri atleti che, quando decidono di giocare, gli uomini hanno la possibilità di prendere in mano il proprio destino.

Controllo della situazione e interpretazione delle psicologie individuali, in modo da fare la scelta giusta, nel calcio come nella vita. Queste direttrici portano Erbstein a non perdersi mai, anche in situazioni in cui la disperazione può sembrare l’unica reazione possibile. Non arriva mai in Olanda, la polizia tedesca lo ferma e lo tiene prigioniero in una residenza per ebrei, a Kleve. Liberato grazie all’intercessione di Novo, torna nella sua Budapest, dove, però, al potere c’è la destra filo-nazista. Deve riparare i cocci della propria famiglia – la figlia Marta, per lo shock subìto in Germania, perde la parola e si rifugia in una missione calvinista – e avvia, assieme al fratello, un’attività industriale nel tessile, grazie alla quale riesce a mantenere i contatti con l’Italia e con Novo, coordinando dall’esilio ungherese le attività del Torino, compreso il calciomercato.

La Storia, però, si abbatte ancora una volta su di lui: l’invasione nazista di Budapest, la chiusura nel ghetto, il rifugio delle donne di famiglia in un convento trasformato in fabbrica, in cui Padre Klinda, uno Schindler magiaro, assume molte ebree per cucire i vestiti da guerra ungheresi. Ernő viene impiegato in un campo di lavoro, ma fugge poco prima che si intensifichino i viaggi dell’orrore verso Auschwitz, in coincidenza con l’arrivo dell’Armata Rossa. Alla fine della guerra, la famiglia Erbstein, sopravvissuta grazie all’aiuto della cognata e col sostegno di un altro salvatore di ebrei, il diplomatico svedese Wallenberg, riesce a ritrovarsi.

Per Ernő è logico tornare in Italia, nel settembre del 1946, e completare l’opera. Il Torino aveva vinto il primo campionato del dopoguerra, era già la più forte squadra d’Italia, ma solo con Erbstein – che in Piemonte ricopre vari ruoli, consulente, direttore tecnico, allenatore – diventa il Grande Torino. Grazie al “sistema” di Chapman, certo, che si impone sul vecchio “metodo” di Vittorio Pozzo, ma soprattutto in conseguenza di un’idea rivoluzionaria di gioco. Amedeo Amadei, bomber della Roma anni Trenta e Quaranta, disse che non era una questione di attaccanti, mediani e terzini. Il punto era che i giocatori riuscivano a creare una sorta di simbiosi tra una posizione e un’altra.

Quella di Erbstein, in sostanza, è una reinvenzione del passing game danubiano, rafforzata da una cura fisica e atletica tutta moderna. Attraverso il possesso e i movimenti senza palla, lo scopo deve essere la conquista dello spazio (remember Guardiola?). Edmondo Fabbri, commissario tecnico della nazionale italiana negli anni Sessanta, ha paragonato il Grande Torino a una fisarmonica, compatta nel difendersi e capace di aprirsi in fase d’attacco, con una serie di movimenti che mesmerizzavano gli avversari. E se quell’epopea si infranse – ma allo stesso tempo divenne mito – sulla collina di Superga, il calcio moderno, fatto di culto della tecnica e cura della psiche, movimento incessante e conquista dello spazio, non può non inserire Ernő Egri Erbstein nella biblioteca dorata dei suoi pionieri.

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