Jeb Bush sembrava il candidato perfetto: competente, di destra e moderato. Ma gli manca il “sacro fuoco”

Ben prima che cominciasse a circolare il luogo comune per cui viene definito «quello intelligente» – al contrario di suo fratello George, «quello scemo» – Jeb Bush era soprattutto «quello di destra». Quando nel 1994 si candidò per la prima volta a governare la Florida (e perse), gli chiesero cosa pensava di fare per i neri. Lui rispose: «È ora di costruire una società basata sull’uguaglianza delle opportunità e non dei risultati. Quindi la mia risposta è: probabilmente niente». Quando poi le elezioni per diventare governatore le vinse, nel 1998 e nel 2002, si dimostrò effettivamente molto di destra: tagli alle tasse e al numero dei dipendenti pubblici, leggi a favore dei proprietari di armi, ridimensionamento dei programmi di assistenza sanitaria, un vasto programma di liberalizzazione delle scuole private. L’ortodossia ideologica unita al suo cognome avrebbe dovuto produrre un candidato perfetto per le presidenziali del 2016, invece per adesso Bush stenta, inciampa, si barcamena. Il fatto che oggi sia considerato uno dei più moderati e ragionevoli tra i candidati repubblicani dice molto su quanto negli ultimi dieci anni la base del partito si sia spostata a destra. Forse non è un uomo per questi tempi, insomma: e d’altra parte la sua ultima campagna elettorale risale a quindici anni fa, quando non esistevano né Facebook né gli smartphone. Nessuna di queste cose però può spiegare da sola le difficoltà che Bush ha incontrato in questi mesi.

Malgrado la posizione di partenza particolarmente privilegiata, non dev’essere facilissimo chiamarsi Jeb Bush. Suo nonno Prescott era socio di una banca d’investimento, fece una barca di soldi e poi riuscì a farsi eleggere in Senato. Suo padre George diventò milionario col petrolio in Texas e deputato prima di compiere 42 anni; poi diventò vice di Reagan e infine presidente. Suo fratello George fondò una società di esplorazioni petrolifere prima di diventare governatore del Texas e presidente anche lui. «Il primo passo nella vita per ogni ragazzo Bush – ha scritto il New Yorker – è chiedersi: come faccio a diventare milionario?». Nel 1983, spiegando la sua decisione di trasferirsi dal Texas alla Florida, Jeb Bush disse candidamente: «Voglio diventare molto ricco».

Secchione, introverso, apparentemente poco sicuro di sé, preparato sui temi ma impacciato nella loro esposizione, Bush è accusato di non avere quello che gli americani chiamano «fire in the belly», il sacro fuoco, la veemente determinazione nel convincere gli elettori della bontà delle sue idee. Durante le conversazioni con i giornalisti sembra voler rassicurare sulle sue possibilità innanzitutto se stesso; nei confronti tv con i suoi avversari si lascia interrompere e non sempre ribatte quando viene preso di mira; a volte sembra vivere come un torto personale il fatto che gli elettori possano preferirgli qualcun’altro. Donald Trump ripete a ogni comizio che Jeb Bush è moscio, «low-energy».

Se l’uomo di cui vorrebbe prendere il posto alla Casa Bianca fa apparire spontanee persino le battute lette dal gobbo elettronico, Bush sembra dotato della qualità opposta: è goffo e posticcio anche nei momenti di vera sincerità. La volta in cui è apparso più autentico in questa campagna elettorale, durante un comizio in South Carolina, ha detto spazientito: «Ci sono un sacco di cose bellissime che potrei fare invece che andare in giro ad ascoltare avvilito gente che passa il tempo a demonizzarmi, e sentirmi allora obbligato a fare lo stesso con loro. Se le elezioni sono questa roba, non voglio avervi niente a che fare. Potete tenervi Trump». Il massimo che i suoi consulenti hanno saputo suggerirgli, fin qui, è prendere di mira il suo ex delfino Marco Rubio – lo ha fatto disastrosamente al dibattito di ottobre – oppure, beh, togliersi gli occhiali. Il consiglio più saggio però forse gliel’aveva dato sua madre Barbara, quando due anni fa disse in tv: «We’ve had enough Bushes». Di Bush ce ne sono già stati abbastanza.

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