Marco Rubio è il favorito per la nomination repubblicana perché è l’unico che indica una strada per il futuro

Marco Rubio ha il sogno americano appiccicato addosso, negli aneddoti che racconta sui genitori cubani arrivati in America, il barista e la cameriera d’albergo, nel desiderio di bambino di diventare un giocatore di football della NFL, nello sguardo fiducioso che gli viene quando parla del Nuovo Secolo Americano che verrà. L’aria da bravo ragazzo un po’ wonk, secchione, che oggi si porta molto, la zeppola che fa tenerezza, Rubio è l’unico, tra i candidati alla Casa Bianca, liberal e repubblicani, che ha una storia da raccontare. Parla di amore per i valori occidentali, di corsa verso la libertà e, soprattutto, di eccezionalismo americano.

Non tutto luccica, nel mondo di Marco Rubio. Ha stropicciato l’epopea dei suoi genitori, che non fuggirono da Castro ma lasciarono Cuba prima che Castro arrivasse, dovendo poi ammettere, con ingenuità non perfettamente credibile, di aver sbagliato la cronologia; come tutti i cubani non è amato dalla comunità latina, così importante alle elezioni e così volubile, e ha già avuto scontri con Univision, la rete tv dei latinos; non è un guidatore disciplinato, ha preso tantissime multe (sua moglie è peggio, ma si sa, le donne), e con le spese da senatore è stato, diciamo, un po’ allegro – se non sa amministrare le sue finanze, figurarsi quelle dell’America. È diventato molto più pro life degli esordi, guadagnandosi qualche critica, ma trova riscontri in ambienti religiosi disparati, essendo anche passato, da ragazzino, nella chiesa mormona (oggi si dichiara cattolico).

Però quando Marco Rubio delinea il mondo che vuole modellare una volta entrato alla Casa Bianca, risuona l’ottimismo reaganiano, «it’s morning again in America», e si mescola alla storia del migrante che scopre la forza del Paese che lo ha accolto, e più di altri sa come valorizzare tanta bellezza – «questa terra eccezionale», dice riferendosi all’America. Il migrante Rubio si scontra con le ali più oltranziste del Partito repubblicano, che pretendono con toni un po’ isterici di costruire muri difensivi e deportare milioni di clandestini, e certo non far entrare i siriani che scappano dalla guerra. «Unworkable», dice Rubio, il flusso non si può arrestare, e la possibilità di immigrare negli Stati Uniti è fondante per il sogno americano che vuole far rinascere: un’America dalle frontiere chiuse non è soltanto un’America che si impoverisce culturalmente ed economicamente, è soprattutto un’America che tradisce la propria storia per rintanarsi nell’alveo della paura e del provincialismo.

Con questa fiducia indefessa nel potenziale americano e con i suoi quarantaquattro anni Rubio vuole portare alla Casa Bianca la generazione X, e se ne fa portavoce, contro la politica logora delle rendite di posizione, i Clinton e i Bush che vorrebbero trasformare le presidenziali del 2016 in uno scontro dinastico tra feudatari, imprigionando l’America in «idee del passato». Dalle due dinastie qualcosa ha preso anche lui: il fascino del Sud che lanciò Bill Clinton e l’idealismo dell’esportazione della democrazia di George W. Bush. Il Secolo Americano parte proprio dalla volontà di ripristinare un ordine mondiale liberale, contro la dittatura e per la libertà, ispirato a quel che diceva Truman: l’America guida il mondo «non soltanto perché ha braccia superiori, ma perché ha scopi superiori». Lo slancio del novizio trasporta ispirazioni antiche nel presente, con la speranza che i lividi che l’improvvisazione obamiana, grande traghettatrice di giovani, ha lasciato nella coscienza americana non finiscano per fargli male. Perché nella rissosa pletora dei candidati repubblicani, Rubio è l’unico in grado di incarnare un sogno che lo differenzia dal grigiore di Bush, dalla buffoneria di Trump, dall’isteria di Rand Paul e dalla gigioneria di Ted Cruz. Qualcosa che rende ineguagliabile l’ispirato immigrato cubano che osa indicare agli Stati Uniti una via, una via di tradizione, una via di futuro.

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