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Ta-Nehisi Coates: «Il mio Paese è razzista»

IL 76 20.11.2015

Andrea Ventura

Ta-Nehisi Coates è molto arrabbiato, sostiene che la schiavitù è un orrore non ancora esaurito e che Obama ha fallito

Esiste il pericolo che, alla fine, tutta questa storia svapori in un fumetto. Perché di recente Ta-Nehisi Coates è riuscito davvero a far parlare molto l’America di lui. Ma decifrare con chiarezza il suo personaggio non è semplice. Originario di Baltimora, quartiere a rischio, famiglia squattrinata ma politicamente consapevole, padre simpatizzante delle Pantere nere. Studi al college lasciati a metà per trasformarsi in giornalista free lance dallo stile aggressivo, molto digital generation. Riesce a farsi notare e coglie l’occasione che gli offre il venerabile mensile The Atlantic: un blog dove fare il punto sul vivere da neri nell’America d’oggi. Coates punta al bersaglio grosso: scrive che le cose vanno male, la pacificazione razziale è un’utopia, il risarcimento degli antichi torti non s’è concretizzato, che vige un’apartheid mascherata e che coloro che si sono autonominati “i bianchi” (categoria di fantasia, secondo lui, in una delle sue intuzioni più felici) continuano a considerare i neri come gente subalterna, di cui disporre e al tempo stesso sospettare.

In pochi mesi Coates alza il livello dello scontro. Barack Obama diventa il target ricorrente dei suoi articoli: «È un presidente che chiede ai neri d’essere responsabili per ciò che accade nelle loro comunità, ma che respinge chi chiede a lui di fare la stessa cosa», scrive, riproverandogli di nascondersi dietro l’asserzione «sono il presidente di tutti gli americani» e dimenticando la responsabilità che la storia gli sottopone: avviare la Grande Riparazione. Il «flirtare di Obama con l’idea di invitare a far parte del suo gabinetto il capo della Polizia di New York, Ray Kelly, titolare della più grande operazione di profiling razziale di questi tempi» lo scandalizza. Coates, del resto, sa che c’è un pubblico per questo scetticismo verso la Casa Bianca e per la denuncia dell’intermittente disagio nelle relazioni razziali, accentuato dai fatti di sangue degli ultimi due anni – da Ferguson in giù. Con una bibliografia ancora scarna, Coates si trova al cospetto di una possibilità eccezionale: diventare il portavoce di un malessere che, dal cinico punto di vista della comunicazione, è un valore di marketing. E lui si muove bene, dosando gli interventi, dandogli solennità: prima un magnifico articolo sempre su The Atlantic, “The Case for Reparation”, nel quale la teoria della segregazione invisibile viene analizzata attraverso la questione immobiliare, la crisi dei mutui e gli scenari del problema-casa quando tocca gli afroamericani. Tutto è più difficile per loro, anche quando si tratta di mettere un tetto sulla testa: «Celebrare la libertà e la democrazia, al tempo stesso dimenticandosi delle origini americane in un’economia schiavista, è patriottismo à la carte», scrive in questa potente inchiesta.

Il prestigio e la sua platea aumentano e Coates a quel punto, con maestria, piazza un altro colpo professionale: pubblica “Between The World And Me”, pamphlet sotto forma di lettera al figlio teenager, in cui racconta la sua esperienza di crescita nel pericoloso mondo governato dai bianchi, dove il nero è un corpo estraneo e dove proprio il suo “corpo”, la sua inerme fisicità è esposta alla minaccia della distruzione – per caso, per volontà o perfino per destino. Coates ammonisce il ragazzo: devi essere vigile e speculativo. Il loro Paese, l’America, non è ciò che dice di essere e i suoi abitanti non coltivano i sentimenti che rivendicano: la schiavitù è un orrore deposto, ma non esaurito. Il saggio provoca reazioni importanti. C’è chi riconosce a Coates la forza emotiva e lo slancio culturale di un nuovo James Baldwin, chi lo classifica come un opportunista alla testa di un’improbabile nuova crociata per la consapevolezza nera, chi lo invita, come David Brooks nella sua accorata risposta sul New York Times, a imboccare la via della mediazione – che è proprio ciò che Coates denuncia sotto forma di persistenza dell’ipocrisia. Del resto, nel giro di un paio d’anni, i suoi pareri, le sue apparizioni tv, i suoi lunghi articoli hanno acquisito un vero status: per bocca di Coates parla un’America nera post-obamiana, che espone la sua disillusione civile, saluta con rammarico la mancata occasione e suona l’allarme sociale. Il bivio per le nuove generazioni nere non può essere tra distruzione e autodistruzione. Deve cambiare l’attitudine, come predicava Obama. Ma deve anche modificarsi il contesto generale – come una parte troppo piccola d’America è disposta ad ammettere.

Eppure, giunto sulla porta del salotto buono della cultura Usa, ecco che Coates produce uno scarto imprevedibile. In primo luogo approfitta dell’appannaggio di 125mila dollari l’anno per cinque anni, garantitogli dalla munifica Fondazione MacArthur a seguito della sua inclusione in una stravagante lista dei “geni contemporanei”, per trasferirsi armi e bagagli a Parigi, ben lontano dal luogo dello scontro. E poi si dà al fumetto. Accetta l’allettante offerta della Marvel, colosso del settore: è il nuovo sceneggiatore di Black Panther, il supereroe nero. Fin dall’adolescenza divoratore di comics, Coates vede infatti negli albi il posto dove occuparsi di argomenti che altrimenti gli sarebbe difficile sviluppare, godendo dell’attenzione di una platea vastissima. I fumetti di supereroi, e i film che ne vengono tratti, secondo lui «aprono la porta a importanti cambiamenti».

In sostanza sono davvero inconsuete le tattiche con cui questo giovane intellettuale prova a conciliare la sua missione, le sue aspirazioni, il suo narcisismo e le sue passioni. Da ragazzo s’era perfino messo in testa di fare il rapper e ancor’oggi nei suoi scritti fa spesso rifermimento al mondo dell’hip hop come al migliore contenitore espressivo della creatività nera, dove pescare pensieri e umori in circolo. Nel tempo che gli lasceranno i premi letterari, i collegamenti con Cnn e le tavole di Black Panther, potremmo forse vederlo complottare con Kendrick Lamar, magari per mettere su mp3 il manifesto di questi complicati anni afroamericani. Dove si spiegherà che non solo Nero è Bello. Ma che Nero ha anche voglia d’essere Normale (a proposito: ricordate quel vecchio film radical con Elliott Gould, L’impossibilità di essere normale?).

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