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Jennifer Lawrence: nata per offrire stupore

IL 76 20.11.2015

Andrea Ventura

Jennifer Lawrence è una ragazza del Kentucky e una grande attrice. Perché riesce a convincerci di qualsiasi cosa

La vita e il cinema passano veloci nello sguardo, nel corpo magnifico di Jennifer Lawrence, che incarna lo stupore di chi la guarda, nei film e nelle interviste, nelle foto rapinate, nelle premiazioni in cui inciampa o le si strappa la gonna: stupore come davanti all’eruzione di un vulcano, per qualcosa di naturale che invece sembra preparato nei dettagli. Stupore per una ragazza di vent’anni che riesce ogni volta a fare e a dire qualcosa che non ti aspetti, a essere tutto ma sempre con un guizzo in più, con un lampo di magia che non è esperienza, performance, lavoro ostinato: è semplicemente l’essenza di una grande attrice, una ragazza del Kentucky nata nel 1990 («c’è ancora gente che vive nel Kentucky?», le ha chiesto David Letterman in una delle tante interviste degli ultimi pochi anni, in cui lei è talmente brava, spiritosa, speciale, da far immaginare chissà quanti autori, chissà quante prove: com’è possibile che Jennifer Lawrence si sieda lì, a parlare delle sue ulcere immaginarie, dei fratelli che le dicono: tutti ti odiano perché sei brutta, e faccia ridere, faccia davvero ridere e sembrare che quella grande, sconvolgente bellezza sia soltanto il contorno di qualcosa di più grande, di una sintonia con il mondo?).

Nata per recitare, ma Jennifer Lawrence sembra nata per essere, o comunque per convincerci di qualunque cosa («non ho fatto le superiori, David, non mi chiedere se sono ipocondriaca»). La guardi e le credi totalmente: c’è qualcosa di più importante per un attore? Ma non soltanto: la ringrazi perché ha aggiunto qualcosa che prima non c’era.

L’ha creato lei, con i capelli corti o lunghi o biondi o mori, con il corpo fatto al computer o con la sua voce di quando canta sotto la doccia, o mentre bacia Amy Adams nel bagno del ristorante in American Hustle, entrambe vestite da sera, entrambe magnifiche e pazze, ma Jennifer Lawrence con in più la capacità speciale di esagerare senza mai lasciarsi sfiorare dal cliché della bionda sciroccata.

Lei in quel film è sciroccata e distruttiva, ma in un modo soltanto suo, superficiale e addolorato insieme, leopardato ma nudo, e ha quel gesto noncurante ed eccessivo di accendersi una sigaretta in camera da letto quando dice a suo figlio: sai che non parlerei mai male di tuo padre davanti a te, ma è proprio un gran figlio di puttana. Che fa pensare a chi la guarda: wow, quanto è perduta, quanto è senza rimedio, quanti danni farà. E c’è una scena eliminata parzialmente dal film, la scena in cui Jennifer, casalinga disperata e bipolare, canta e balla Live and Let Die di Paul McCartney & Wings.

Ha i guanti di gomma per lavare i piatti, i capelli cotonati, gli occhi molto truccati, le ciabatte dorate e un paio di orrendi calzini color carne, una specie di vestaglia da camera da signora della malavita. Ma soprattutto, ha suo figlio di pochi anni seduto sul divano che la guarda, atterrito. E a lei non importa niente. Balla e scuote la testa e digrigna i denti e si dimena, si butta per terra, canta tutto il tormento, la vendetta, l’infelicità da bambina capricciosa, il bisogno di esistere.

È una pessima moglie e una cattiva madre, ma una cattiva madre che non assomiglia a nessuna, senza premeditazione, senza giustificazione. Senza possibilità di scampo, per sé e per gli altri, e invece poi quella possibilità esce fuori e lei la afferra con totale innocenza. E mentre nel film sono tutti mostruosamente bravi, Christian Bale, Bradley Cooper, tutti grandiosi e impegnati a dare corpo agli inganni che permettono alle persone di credere a quello a cui vogliono credere, gli occhi sono sempre catturati da Jennifer Lawrence: mentre si mette lo smalto, mentre dà fuoco alla cucina, mentre spia le telefonate, piange, pesta i piedi, mentre seduce un altro uomo o mentre si spoglia assurdamente per suo marito. Per quel film, si scoprì poi, Jennifer Lawrence e Amy Adams vennero pagate meno dei colleghi uomini: ai maschi il nove per cento dei ricavati, alle ragazze il sette per cento.

Lei poteva restare in silenzio: in fondo è una giovane attrice super ricca che ha vinto l’Oscar (per Il lato positivo) ma non è ancora Meryl Streep, può perdere lo shining, può sbagliare film, fidanzato, vita, e intanto fare la figura dell’avida capricciosa ingrata con l’America e il mondo. Invece Jennifer Lawrence ha scritto una cosa molto seria: ho fallito nel negoziare il mio compenso perché volevo piacere a tutti, non sembrare viziata.

Ma forse Bradley Cooper nel negoziare un compenso si preoccupa di essere adorabile? Forse Christian Bale ha bisogno di pensare a una strategia per chiedere denaro senza sembrare antipatico? Jennifer Lawrence ha deciso di smettere di essere adorabile: con quella faccia, troppo bella per essere soltanto bella (e infatti ci sono scene in cui non è affatto bella, perché cambia di continuo, perché non è mai immobile), con quel talento di appropriazione di un personaggio, essere adorabile non è un suo problema.

Aveva diciannove anni in Un gelido inverno, spaccava legna e cercava suo padre, proteggeva i suoi fratelli, teneva testa al mondo là fuori, nel Missouri, e aveva lo sguardo di chi ha già vissuto, già visto, subito ingiustizie e deciso che strada prendere. La candidarono all’Oscar, glielo diedero pochissimi anni dopo per Il lato positivo, il film che ha salvato molti inverni di dolore, la commedia in cui si capisce che «il mondo ti spezza il cuore in ogni modo immaginabile», ma c’è sempre una speranza, una litigata, una gara di ballo, un’emozione, una cosa pazza da fare per salvarsi il cuore. E Jennifer Lawrence sa fare tutte queste cose insieme. Non solo fare: lei sa essere tutte queste cose insieme. In American Hustle annusa lo smalto rosso con cui si è appena laccata le unghie e quello smalto rosso prende vita. Nell’ultimo atteso capitolo di Hunger Games è l’epica della rivolta in persona. In Joy, terzo film di David O. Russel in cui recita (al cinema dal 16 gennaio), una madre single che inventa il mocio. Ma lei continua a inciampare sul palco, e a ridere di sé, a non avere il coraggio di salutare Angelina Jolie, a stare, dentro questo mondo, su un altro pianeta. Il pianeta degli esseri viventi.

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