Explicit / Fiction

Non cercate la morale in John Cheever

IL 76 20.11.2015

I suoi non sono libri che fanno riflettere. Sono vera letteratura, puro godimento

Nel bestiario universale del lettore perbene – «l’ho letto d’un fiato», «narratore di razza», «scrittura scorrevole e accattivante» – c’è un’espressione che, per la sua conclamata idiozia, merita le maiuscole: «È UN LIBRO CHE FA RIFLETTERE».  Alla narrativa chiedo godimento, in tutte le accezioni e sfumature. Un piacere coltivato con pazienza da chi la pratica e da chi la consuma. Delle riflessioni non so proprio che farmene. John Cheever alla fine degli anni Cinquanta annota:

Il mio senso della moralità è che la vita è un processo creativo e che qualsiasi cosa vada a logorare o impedire questa spinta in avanti sia malvagia e oscena.

Discettando di vita Cheever dà conto del segreto palpitante della vocazione artistica: la creatività è il bene, l’aridità il male; il movimento è vita, l’accidia è morte. Ecco come i suoi libri, refrattari alle riflessioni, si schiudono alla bellezza. Sogna di costruire congegni autonomi e inconfondibili. Il suo ideale di prosa è il «filo elettrico scoperto»: vitale, fibrillante e pericoloso. Sa che la scrittura funziona quando induce il lettore a fermarsi, non certo a scivolare via oltre. Un ideale arduo da perseguire, e impossibile da portare a compimento. Di solito i critici chiamano “stile” questa tensione, ma forse il termine esatto è “atmosfera”. Penso a certe stanze di albergo calde, felpate, confortevoli. È così difficile lasciarle al mattino; così bello ritrovarle la sera: lenzuola crepitanti e profumate, frigobar, le luci soffuse delle abat-jour.

Da qualche tempo mi capita sempre più spesso di rifugiarmi nella prosa di Cheever. L’ho scoperta tardi: la mia passione ha l’intensità lacrimevole degli amori senili. Il suo regno è piccolo e circoscritto. Sia nel mio cuore che nella libreria occupa lo spazio di un paio di volumi: i racconti e i diari. Ho provato con i romanzi. Direi che il suo sforzo di scriverli ha trovato corrispondenza nel mio tentativo di farmeli piacere, con il medesimo risultato fallimentare.

Nei Diari (un giacimento petrolifero) scovo questo commento disarmante:

È come se non avessi trovato una visione ben definita del mondo.

Cheever alza le braccia impotente di fronte al mistero di vivere. Non è di quegli scrittori che ti spiegano persino quello che non sanno. Il suo ideale consiste in:

descrivere la sofferenza umana in tutta la sua vastità e intensità senza creare un’atmosfera incapacitante. Ripulire la sofferenza dalla stizza e dalla morbosità, dare nobiltà al dolore.

Ma poi si chiede:

Si può fare? Si può maneggiare la tragedia senza porre un’autorità morale, senza un senso del bene e del male?

In parole povere, si può scrivere dello schifo del mondo senza tralasciarne gli incanti? Cheever, a dispetto di mille dubbi, lo fa, e in che modo esemplare e toccante! Un equilibrismo che riesce solo ai grandi (Tolstoj, Proust, Nabokov). Ecco come un suo eroe descrive la vita in famiglia:

Abbiamo una bella casa con giardino e uno spazio all’aperto per grigliare la carne, e le sere d’estate, mentre me ne sto lì seduto con i bambini e guardo nella scollatura del vestito di Christina mentre lei si china a salare bistecche, o semplicemente osservo le stelle in cielo, mi sento elettrizzato come mi sentirei elettrizzato da imprese più audaci e pericolose, e immagino sia questo che s’intende quando si parla del dolore e della dolcezza della vita.

Gli eroi di Cheever somigliano a Cheever. Sono per lo più family man di mezza età sconfortati e sentimentali; indulgono nel vizio molto cheeveriano del bere; svolgono con riluttanza professioni liberali ma sanno come godersi i momenti di cazzeggio. Li becchi in treno, assai più di rado in aereo. Prima di rincasare trovano il modo di infilarsi in un bar della Grand Central. Poi ritornano in ameni sobborghi residenziali o a Sutton Place. Uomini fragili sposati a donne forti. Sessualmente ambigui, straziati da desideri inappagabili, sono sull’orlo del fallimento e a rischio di essere smascherati. Cheever descrive questi borghesi alla deriva con tenerezza straziante:

Era quel genere di cena in cui tutti si sono fatti una doccia e hanno indossato l’abito migliore, e per la quale una vecchia cuoca è stata a pulire funghi o a staccare la polpa dalle corazze dei granchi fin dal sorgere del sole.

O ancora:

C’è qualcosa di universale nell’essere piantati in asso in un ristorante del centro tra l’una e le due: è una terra di nessuno spirituale, dove gli alberi disseccati, le trincee e i nascondigli sono quelli che condividiamo tutti, disarmati dalla credulità del nostro cuore.

Ah, il romanticismo di Cheever! Per me è l’antidoto perfetto al moralismo risentito e indigesto di Richard Yates (e del suo fortunato e geniale epigono Jonathan Franzen). Cheever non giudica nessuno, se non se stesso. Non odia il prossimo, si limita a comprenderlo, talvolta a compatirlo. E soprattutto intuisce che il bistrattato american way of life può offrire spettacolose epifanie. La luce ramata dell’autunno:

Il tocco chiaro e indagatore del sole sui prati era come l’acme della luce di un anno intero.

O una donna che fa i conti con l’autunno della vita:

Aveva i capelli tinti e cominciava a sfiorire; doveva essere sulla quarantina, ma sembrava una di quelle donne che restano bloccate ai modi e alle leziosità di una bambina graziosa di otto anni.

Del resto, niente più dei Diari illustra il doloroso amore per la vita che fugge. Ora, a costo di indispettire i devoti cheeveriani, vorrei azzardare che le questioni omosessualità & alcolismo – su cui tanto, e a ragione, ha insistito la critica e sulle quali lui stesso amava indugiare – non spieghino molto. Per essere franchi, l’amore illecito per il Martini e per il cazzo, pur avendo deciso della sua vita, non costituisce il fulcro della sua ispirazione, ma solo un penoso controcanto. Una delle parole ricorrenti in Cheever è “ansia”.

Il male è l’ansia, un’ansia capace di assumere tutte le forme e i colori della passione disperata. Non vorrei che questo degenerasse nel diario di un invalido, ma il dolore, il disagio e l’ansia hanno dominato queste settimane.

I Diari mettono in scena la coscienza di un ciclotimico che vive sotto assedio, vessato da una moglie amata e anaffettiva.

Il problema sta proprio nel fatto che rimango ferito così facilmente.

E a noi viene subito in mente Francis Scott Fitzgerald e il suo famoso crack-up, non a caso così spesso evocato da Cheever.

Sto seduto in terrazza a leggere dei tormenti di Scott Fitzgerald. Io sono, lui era, uno di quegli uomini che leggono le tragiche vite di scrittori alcolizzati, autodistruttivi con un bicchiere di whisky in mano e la guance rigate di lacrime.

Con Fitzgerald, Cheever condivide la fame di felicità, perlopiù frustrata, se non in rari momenti di benessere sensuale, e naturalmente nell’arte. Valutando i pregi della prosa di Borges e di Nabokov, Cheever si crogiola nell’ammirazione:

È questo, allora, il brivido di scrivere, di giocare in questa squadra; la sensazione veramente elettrizzante che sia un’avventura; il cappello, il granello di sabbia in bocca; l’importanza (non egoistica) di questa esplorazione, il fitto della foresta pluviale, la ritrosia dei serpenti velenosi, la risonante convinzione che domani troveremo la canoa e la pagaia e il fiume che scorre oltre il delta fino al mare.

Io non so chi altro scrive così (in questo momento non mi viene in mente nessuno in particolare), ma so che non sono molti. La scrittura per Cheever è un rimedio all’ansia, e nello stesso tempo è un modo per celebrarla, per farla emergere, per renderla eterna.

A metà degli anni Settanta Cheever fu sottoposto (il verbo è appropriato) a una delle famose interviste della Paris Review. Una confessione bella e reticente, forse così bella proprio in virtù della sua reticenza. A meno di non essere Nabokov – un genio, un incantatore di serpenti – è meglio che uno scrittore non conceda un numero indecente di interviste. È fastidioso e patetico ascoltare un tizio che, pur talentuoso, pontifica sui personaggi e sui giri di frase del suo ultimo libro. Cheever confida al giornalista di non guardare mai le recensioni e di rileggersi di rado. Nei Diari non c’è una sola allusione sulla ricezione dei suoi libri. Per quanto riguarda i colleghi, è incline all’ammirazione o all’indifferenza, mai al disprezzo o all’invidia. È proteso in avanti. Ciò che lo tiene in vita è il progetto, il lavoro, il futuro. Dice all’intervistatore:

La narrativa deve illuminare, esplodere, ristorare. Non credo ci sia alcuna filosofia morale nella narrativa oltre all’eccellenza. L’intensità della sensibilità e la rapidità le ho sempre ritenute importantissime. La gente cerca sempre la morale nella narrativa perché si è sempre fatta confusione tra narrativa e filosofia. 

John Cheever Una specie di solitudine. I diari Feltrinelli 2015, 502 pp. 11 €
John Cheever Le lettere Feltrinelli 2015, 442 pp. 35 €
John Cheever I racconti Feltrinelli 2014, 828 pp. 18 €

Chiudi