Explicit / Idee

Ode all’autunno

IL 76 20.11.2015

La pace di un giardino e la contemplazione delle foglie. Altro che la politica.

Lo studio della politica è lo studio della realtà; ma in certe giornate autunnali non ne sono così convinto. Sono seduto su una panchina su uno splendido prato verde e guardo la vegetazione, immobile, tranne qualche foglia verde, gialla o arancione che cade ondeggiando. Il fogliame sembra vibrare, come se gli arbusti respirassero. Ma gli alberi respirano? Ho passato la mattinata leggendo il giornale, ho saputo delle terribili sofferenze di mezzo mondo. Eppure, ora che sono qui sulla panchina immerso nell’osservazione della natura, riesco a malapena a ricordare che cosa ho letto.

È per via dei profumi e degli odori; variano a seconda della respirazione arborea: prima acri, poi dolci, a volte pungenti. Certo, i quotidiani mi piacciono, hanno anche un loro profumo, ma non possono competere. I giornali vengono sopraffatti dai profumi. È una cosa irresponsabile da dire. Ma non riesco a preoccuparmi della situazione politica. È così anche perché mi trovo in una situazione di impossibilità fisiologica. Il prato è coperto da foglie variopinte, ma le foglie non sembrano pesanti, sembrano levitare, come se volessero tornare sugli alberi. In nessun giornale sentirete parlare della levitazione delle foglie.

Tra le meraviglie del giardino c’è anche una serie di sculture classiche, credo rappresentino degli dei. Vi ritrovo le scene di vita agreste con ragazze e ragazzi che ricordo dai poemi di Orazio. Orazio è indulgente nei confronti della mascolinità senile, in cui l’esteriorità rivela l’età mentre l’interiorità la nega. Orazio arde di desiderio; ma è triste. Le sue sopracciglia si alzano davanti a una ragazza ammiccante. Lui lascia andare le sue creature per i campi, e queste creature sono arrivate fino al giardino che mi circonda. Su un piedistallo, Pan è carico di grappoli di uva al punto da dimenticare il suo flauto. Al suo fianco, una contegnosa vergine di gesso volge castamente lo sguardo verso il prato, trascurando il dio e i suoi frutti; ma Orazio sa già che prima o poi la ragazza perderà la sua castità.

Continuo ad aspettarmi di vedere passeggiare altre creature mitiche: dei, ninfe o pastori. Ma nessuno si muove. Il rintocco delle campane di una chiesa. Din! Don! Sono le due. Mi sveglio. È l’ora di tornare al dovere. Peccato. Mi alzo e mi incammino verso casa, assicurandomi di passare dalle parti di una fanciulla togata che regge eternamente un vaso da riempire alla fontana, nel caso questa volta lei volesse lanciarmi un’occhiata. Ho sbagliato a non preoccuparmi della politica? Il mondo sarebbe un posto migliore, se lo avessi fatto? Intanto qui cade un’altra foglia gialla, lungo la sua discesa sembra galleggiare sulle ali di un insetto. 

Traduzione di Antonio Sgobba

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