Yolo / Serie TV

Solitudine, tic, sesso casuale

IL 76 20.11.2015

Il vuoto lasciato dall’epica delle grandi serie tv (“Mad Men”, “The Wire”, “I Soprano”) non è ancora stato colmato. Ci provano, per accumulazione, piccole storie borghesi, bianche e benestanti (“Casual”, “Transparent”, “Togetherness”) ma il rischio è quello di sorprendersi a bofonchiare invece di parlare alto e chiaro

Terminata Mad Men, l’ultima delle grandi serie d’autore, in tv al momento non si avvistano opere d’arte. Eppure, dal cinema continuano ad arrivare in tv talenti affermati. Uno dei più recenti è Jason Reitman, che sta producendo e in parte girando Casual, una serie piccola e curata con al centro una donna sui quarant’anni, bella ma non appariscente, che deve riscoprire il mondo dopo la fine del suo matrimonio. Lo fa andando a vivere, insieme alla figlia adolescente, a casa del fratello, che scrive codici per un sito di appuntamenti di cui sembra anche essere l’utente più affezionato. La donna neoseparata scopre il sito e si lancia alla scoperta del casual sex.
È una storia molto, molto piccola, ed è interessante vedere un regista affermato sbarcare in tv per un progetto del genere. Jason Reitman ha sempre cercato di fare commedia e al tempo stesso fartela prendere male, che sia perché la famiglia è disfunzionale (Juno) o perché la vita è moderna e quindi ti punisce (Tra le nuvole, Thank you for smoking): la condizione di una quarantacinquenne separata sembra il suo campo.

Nel cinema giocoso e triste di Reitman, poi, c’è più storia che pellicola, quindi il passaggio alla tv on demand (la serie è prodotta da Hulu) ci sta tutto. Uno dei suoi temi, appreso da Diablo Cody, è quello di cosa si aspetta la società dalle donne. In Casual il problema è questo: la donna intorno ai quarantacinque deve porsi il problema di invecchiare, l’uomo no. Come Charlize Theron in Young Adult beveva e si copriva di ridicolo, qui Michaela Watkins, in maniera più sfumata, cerca semplicemente di capire quali possibilità ha a disposizione una volta che suo marito se n’è andato con una più giovane.

 

Illustrazione di Daniela Bracco

Sì, le premesse sono un po’ meccaniche. Sembra una serie che si è scritta da sola. Come mai la madre della protagonista (la chekoviana Frances Conroy, di Six Feet Under) dice cattiverie un po’ telefonate alla figlia, tipo «Non sei ancora mai stata amata ma non è colpa tua», mentre invece sua nipote è una sedicenne tanto matura? Perché il fratello è la caricatura dello slacker sexy e anaffettivo? (Che poi è un vecchio standard, dai tempi di Weeds: sembra che le Milf debbano avere sempre un fratello con cui potrebbero andare a letto; sarà la solita fantasia maschile)?

La sfida di Casual quindi è superare i propri tic. Avrà tempo, è stata appena ordinata una seconda stagione. È diretta bene e posa solidamente su una protagonista esaurita ma non nevrotica (wow!). Solo, dovrà provare a superare il problema ormai tipico di queste serie americane piccole, bianche e benestanti: piacersi troppo. L’esempio migliore/peggiore è Togetherness dei fratelli Duplass, che peraltro ha un pretesto simile: una coppia annoiata con figli ospita due single, un uomo e una donna: seguono combinazioni e meditazioni. Si tratta di solitudine, instabilità, e di tanti tic della persona moderna. Il problema di questo approccio metà sociologico metà consolatorio è che si finisce a celebrare il lifestyle criticando il lifestyle. I tic del borghese bohemien, già di per sé poco interessanti, danno origine a un’ossessiva tassonomia: lui è così, lei è cosà, sembra di leggere una rivista di costume, non di vedere un’opera. Transparent, in cui recita uno dei Duplass, è un caso interessante: la storia del padre travestito, Maura, è vera e appassionante; la storia dei tre figli fighetti è insopportabile, tutto un misurare chi ce l’ha più corto. Bisognerà prima o poi trovare il modo di non esaltarci troppo quando raccontiamo che cosa mangiamo a colazione.

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