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Sono tutti guaritori

di Arianna Giorgia Bonazzi
fotografie di MATTIA BALSAMINI per IL, set design di MI DONG
IL 76 20.11.2015

«Coccole animiche», «barre d’argento» e gli immancabili appelli a «bere molta acqua». Affidarsi alla medicina alternativa per risolvere i problemi d’insonnia: cronaca (in prima persona) di un’avventura tragicomica

Sempre più accerchiata da insospettabili chiropratici, esperti di campane tibetane e di Feldenkrais, decido, per la prima volta in vita mia, di affidarmi alla medicina alternativa per guarire dall’insonnia.

Il primo appuntamento che riesco a ottenere è un contatto telepatico con Giulia, la pranoterapeuta, che si offre di farmi una seduta a distanza, perché purtroppo, quel lunedì mattina, è a sistemare la casa di montagna, però lei è così carina che, dopo aver avviato la lavastoviglie, verso le 10, mi può mandare la terapia del sonno. Pensavo di dover aspettare giorni per un appuntamento, perciò sono entusiasta di questa nuova possibilità di non dover andare fisicamente dal dottore. Giulia mi avvisa con un sms quando comincia, e con un sms quando finisce. Quando mi arriva il messaggio «Ok, mi centro e ti mando la coccola animica», sto guardando Mr. Robot, e la prospettiva di un viaggio fuori dal corpo mi pare rigenerante: mi stendo sul letto come mi è stato chiesto, col cellulare accanto alla pancia. A fine seduta, sobbalzo a un messaggio che dice: «Ho sentito il plesso sovraccarico di emozioni e la mandibola rigida, come se serrassi i non detti del tuo femminile». Be’, plesso l’avevo letto solo sulle circolari scolastiche, e per quanto riguarda la mandibola, prima di cominciare ero stata io a chiederle se dovevo togliere il bite.

La notte dormo male, sono delusa. Ripensandoci, trovo l’approccio di Giulia molto demistificante nel mescolare pulizie autunnali con sms e orari pasti. Tuttavia, non ho valide alternative, e decido di andare nel suo studio. L’arredamento, simile a quello di tutti gli studi che vedrò nel corso della settimana, è una miscela di mobilio dal sapore medico (lettino imbottito in pelle con lenzuolo di carta), accessori da centro estetico (coperta e cuscino a mezzaluna modalità ceretta/bodyscrub), e tempio buddhista (brucia-incensi, tatami, giardinetto zen, oli essenziali).

Anche qui, a conferma del nostro primo approccio, insieme spirituale e pragmatico, le tracce della vita vera interferiscono in modo destabilizzante con la scenografia mistico-ospedaliera: lo zaino dei bambini con il logo della scuola cattolica appeso dietro la porta dello spogliatoio, il telefono fisso da 19,90 euro di Mediaworld che, oltre una sottile parete, suona con la mia stessa suoneria di casa, il trapano dell’operaio che attraversa il tetto, fuori dalla finestra, mescolato alla musica da meditazione.

Per arrivare, ho suonato il campanello “Luce nel cuore/il cognome del marito” e poi ho seguito le indicazioni del portiere per un secondo ascensore privato, che arriva direttamente nel pianerottolo dell’attico ingombro di monopattini, dove lei si divide tra donna di casa e terapeuta.

Mi aveva detto di non fare sedute a domicilio, perché la casa del paziente è un luogo carico di energie, così mi indispettisce sapere che, aprendo la porta davanti al lettino dove mi fa stendere, lei potrà andare a girare il minestrone per i figli nell’appartamento accanto.

Per rompere il ghiaccio e vincere le mie evidenti resistenze, mi racconta che anche lei lavorava nel mondo dei media, e che il suo cambio di vita è cominciato con la lettura, in gravidanza, dell’Oscar Mondadori Molte vite, un solo amore (collana Nuovi Misteri), in cui lo psichiatra Brian Weiss racconta di aver scoperto, attraverso ipnosi regressive incrociate, che due suoi pazienti si erano amati in una vita precedente, e di averli fatti incontrare.

Giulia mi chiede della mia insonnia e, dopo avermi ascoltato, conclude che in una vita precedente sarei morta affogata, e/o avrei perso un bambino. Consiglia, pertanto, una terapia ai reni, che, a detta sua, trattengono la memoria cellulare delle vite precedenti. Il tutto inizia a grondare un po’ troppa magia per i miei gusti.

Occorre spogliarsi completamente. Poi, mentre mi sfiora appena con degli olii, il telefono inizia a gracchiare in interferenza con lo stereo, che sta rovinando definitivamente il mio ricordo personale legato a Gymnopedie no. 1 di Satie.

Scopro, in seguito, sul suo sito, che Giulia si rifà all’antica medicina egizia. Ogni punto del corpo ha il nome di un animale. Lei però studia solo nel weekend, quando il marito le permette di volare ai corsi di aggiornamento con lo sciamano, e si occupa dei figli, a patto di poterli tenere chiusi in casa davanti a Sky a vedere la partita del Milan. Poiché Giulia ha poco tempo per studiare, ogni tanto ha bisogno di consultare le note del cellulare per ripassare se il malleolo è la tartaruga o l’elefante.

La seconda terapia è mirata ai disturbi del sonno, e consiste nel ripulire la corda d’argento, un filo che partirebbe dall’ombelico permettendo all’anima di defluire dal corpo durante la notte e al momento della morte. La mia corda dev’essere ostruita. Per sturarla, nemmeno mi tocca. Semplicemente, ruota le mani in aria, ed emette un lungo lamento armonioso e dolente.

Mi alzo dal lettino, e mentre mi rivesto pronta a fiondarmi nell’ascensore privato, Giulia mi raccomanda di non lavarmi fino a domani per non eliminare gli effetti della terapia, e di bere molta acqua per far defluire le scorie energetiche. Aggiunge che ha un po’ di fretta perché deve andare a fare la spesa (sono solo le 11, ma i figli escono da scuola all’una, cosa straordinaria per Milano: deve essere un’altra clausola nel contratto non scritto con il marito milanista).

Il giorno dopo, provo Giovanna, la kinesiologa. L’ho conosciuta a un gruppo di networking: incontri saltuari di liberi professionisti, in prevalenza femminile, che si incontra al mattino nella sala di un’associazione culturale e fa il pitch del proprio mestiere, nel tentativo di trovare nuovi clienti e allargare il business. A dire la verità, Giovanna non era l’unica terapeuta olistica presente al networking (dove perfino le estetiste vantavano di saper strappare i peli nel pieno rispetto dei dolori dell’anima), ma sembrava di gran lunga la più preparata.

La disciplina di Giovanna è una branca della medicina cinese e, per quel che ne so io, consiste nell’interrogare i muscoli, attraverso specifici test, sullo stato di salute sia fisico che mentale del paziente, che, ovviamente, è considerato “nella sua totalità”.

Non manca chi consulta l’iPhone, qualcuno – dopo il trattamento – invita a non lavarsi. Il tariffario varia dai 50 agli 80 euro. I pagamenti? In nero

Giovanna esercita dentro un lussuoso quadrilocale in condivisione nel centro di Milano, organizzato in una zona di accoglienza, una stanza col tatami per il maestro di shiatsu, una zona estremamente lounge (tipo fumoir di narghilè in Azerbaijan) per l’ayurveda, uno spazio di preghiera, e poi lo stanzino di Giovanna, dove è quasi un peccato chiudersi, perché la luce mattutina sui 150 mq di parquet scuro e incerato di fresco mi dà più gioia all’anima di qualsiasi trattamento riesca a immaginare.

Invece, lo stanzino di Giovanna rincuora e galvanizza il mio io razionale: somiglia all’ambulatorio del prelievo del sangue in ospedale, con in più, il poster dell’apparato muscolare (certo, in salsa indù) appiccicato sopra al lettino. Sembra tutto molto più scientifico qui dentro, e sono speranzosa.

Giovanna non mi fa distendere, ma, tastandomi appena il polso, inizia a bisbigliare, senza farmele capire, parole come lutto, abbandono, e poi, più volte: mentale, emotivo, spirituale.

Quando il mio muscolo si contrae, in corrispondenza di una parola bisbigliata, si ferma e mi chiede ad alta voce: «Ti dice qualcosa la parola abbandono?» (perché, a chi non dice niente la parola abbandono?). Farfuglio qualcosa di ovvio. Il mio polso, abbandonato pure lui come un moncherino lungo il fianco, palpitando, in qualche modo, le dice che il mio malessere è del tipo spirituale. È in quel momento che estrae l’iPhone e anche lei, smanettando tra le note, inizia a elencare al mio corpo una serie di nomi di piante. Scorre una lista lunghissima, che sbircio e tento di memorizzare: Deer Brush, Dog Wood, Fairy Lantern. Le traduzioni sono esilaranti. Spazzola di Renna, Legno di Cane, Lanterna di Fata. Le arriva un WhatsApp. Stacca gli occhi dallo schermo.

«Ti idrati a sufficienza?».

Forse no.

«Ti dice qualcosa fiori della California?».

Scena muta.

Capisco che tutto questo potrebbe portare – certo, solo dopo una serie di minimo dieci sedute – a indirizzarmi all’acquisto di boccette di fiori di Bach.

Poiché ho dimenticato di prelevare, insisto con Giulia per avere le sue coordinate bancarie, escludendo, a livello sia emotivo, che mentale, che spirituale, che ci sarà una seconda volta. Mi scrive su un fogliettino il numero di conto, intestato al presumibile marito, e mi dice che, se sono indecisa sul continuare o meno, posso chiederlo solo al mio terzo occhio.

Uscendo, telefono al mio erborista di fiducia, in realtà un amico raziocinante che ha aperto un’erboristeria per business e non per fede. Mi dice che Edward Bach era un medico dei primi del Novecento – l’epoca d’oro della medicina, un po’ come l’antico Egitto! – il quale, per giunta, era diventato fricchettone, e se ne andava per i boschi leccando petali di fiori, e desumendo le loro proprietà curative.

Scappo da queste sedute sempre più nervosa di come sono entrata, e continuo a fissare il soffitto per tutta la notte, con Giulia che mi manda messaggini offrendomi terapie da remoto.

Giovedì mattina mi trovo a Milano Nord, suono il campanello “Happyness 40” e seguo una rampa che mi porta in un garage profumato e moquettato di lilla. Martina è un facilitatore di access consciousness, una disciplina californiana (sì, come i fiori!) estremamente recente rispetto alle precedenti. Il suo fondatore, Gary Douglas, crede che ci siano 32 barre energetiche che terminano in diversi punti della testa, toccando le quali si è in grado di sprigionare energia vitale rimasta intrappolata nel corpo. Martina mi dice che recenti studi neurologici hanno evidenziato un’alterazione dell’attività cerebrale, in seguito a una seduta di access. Nonostante questa attenzione scientifica, Martina ha attrezzato l’ampio box in cui esercita con ciabattine di paglia a punta, pietre curative, lampade da cromoterapia e tappeti orientali. Al centro del cupo scenario, troneggia il famoso lettino medico imbottito del guaritore, che farebbe sentire meglio qualunque ipocondriaco.

Anche Martina, naturalmente, ha cambiato vita. Le sue letture di riferimento sono Sii te stesso, cambia il mondo di Dain Heer e I soldi non sono un problema, il problema sei tu! dello stesso Gary Douglas.

Malgrado le premesse, sono possibilista sui benefici di questa terapia, perché ho un buon ricordo della mia prima esperienza di access. Mentre Martina mi tocca i punti della testa che dovrebbero scaricare dell’elettromagnetismo, mi fa delle domande tipo: questa insonnia è tua? A ogni risposta che balbetto, lei sussurra una specie di litania che inizia con giusto-sbagliato e finisce con far and beyond (la ho googlata ma non ho trovato niente di utile). Ogni due/tre domande mi chiede se sono disposta a distruggere e screare tutto. Se dico non lo so, si arrabbia: dice che fa un euro in più.

La diagnosi finale di Martina è che, da circa dieci anni, sarei abitata dall’entità di una lontana parente morta suicida, e inizia a parlare direttamente con l’entità chiedendole se è disposta a allontanarsi. Quando finalmente Martina la smette di bisticciare con l’entità, mi dice che è normale sentire freddo, e mi consiglia anche lei di bere molta acqua. Be’, almeno io e la mia entità ci possiamo lavare, questa volta.

Quando mi alzo, mi fa tesserare e mi invita a un “body-work di access”, in cui, con la vicendevole imposizione delle mani, ci si libererebbe delle credenze ereditate dalla propria famiglia, e/o da vite precedenti.

Ripenso a Giulia e alla memoria elefantiaca dei reni, e mi chiedo perché mai dovrei rinunciare a cosa imparate in duemila anni di vita. Le manipolazioni offerte dalle mie guaritrici hanno un tariffario che varia dai 50 euro di chi non ci crede abbastanza, agli 80 euro di chi si sente neuropsichiatra, e vengono definite, in una gamma lessicale di credibilità decrescente: terapie, trattamenti (pratiche vaghe accumulabili ai fanghi) o sessioni (prestazioni confinanti col fitness). Ciascuna specialista associa ai sintomi (tra i più comuni) che descrivo il lessico specifico della sua disciplina. C’è chi ha definito la mia insonnia squilibrio energetico, chi sbarramento, chi addirittura pensiero malvagio.

Nonostante diversissime formazioni e discipline, tutte ritenevano urgente farmi una “costellazione familiare” (una sorta di inconscio collettivo di famiglia, che guarirebbe i mali psico-fisici facendoci prendere coscienza delle ingiustizie subìte dai nostri antenati) e tutte hanno sostenuto che «non ci siamo incontrate per caso».

L’impressione generale è che ci voglia veramente poco (un fallimento, un attimo di scoramento, appunto un pensiero malvagio) per prendere un diploma in arti oscure, adottare il gergo di un cattivo di J.K. Rowling, e allestire uno studiolo magico per prestazioni rigorosamente in nero. E che troppe persone, convinte di essersi salvate dal fallimento professionale e personale grazie a queste discipline, si ostinino a diventare mestieranti della presunta forza cosmica che le ha aiutate a uscirne.

Per quanto mi riguarda, nessuna energia sovrannaturale mi ha salvato dalla mia insonnia. E così, non mi sono convertita, e – una pillola tira l’altra, e al diavolo i consigli di Giulia – ho smesso di prendere decisioni auscultando il mio atomo-seme.

Proprio come i medici di Nanni Moretti, in Caro Diario, quello su cui tutti i guaritori concordavano, e quello che salverò da questa tragicomica esperienza, è l’importanza di bere tanta acqua.

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