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Turi Simeti e l’ovale dell’artista

di Sofia Silva
fotografie di ANDY MASSACCESI per IL
IL 76 20.11.2015

Da Burri a Fontana, da Castellani a Bonalumi, c’è un revival dell’arte italiana degli anni 60: uno di loro da 52 anni dipinge in acrilico quadri monocromi occupati da forme ellittiche che sembrano danzare a mezzapunta

A casa di Turi Simeti tutti gli angoli sono smussati. Un immenso tavolo da biliardo dagli angoli smussati domina il salone; un lavabo spunta dalla parete di sinistra: mensola smussata e bacinella ovale; le tazze sono cilindri tagliati e smussati; smussate e ovaleggianti persino le punte delle scarpe di Essila, la moglie di Simeti. Sono circondata da ovali, per terra, sul muro, in bagno, nella cucina smussata. Col dito, Simeti m’indica una libreria: «Ti mostro una cosa». «Che cosa?», chiedo incuriosita. «Ovali di tutte le dimensioni», risponde ridendo. Guardo oltre il vetro della finestra: Milano scompare, compare un ovale.

Turi Simeti è un uomo alto e ben piantato, è vestito di rosso acceso, la camicia a scacchi slacciata nei primi tre bottoni. Porta gli occhiali di sempre, un paio di larghi Vanzina – mi precisa la figlia Martina. C’è una bella atmosfera in questa casa, sorseggiamo caffè mentre un gruppo di architetti va su e giù parlottando. Simeti è nato ad Alcamo, in provincia di Trapani, nel 1929; studia Legge fino a che, decisosi a diventare artista, si trasferisce a Roma, dove vive presentando porta a porta il dépliant dell’Enciclopedia Universale dell’Arte. Una porta si apre su Alberto Burri che compra l’Enciclopedia e per alcune ore rapisce Simeti al suo impiego di venditore: lo invita a visitare il proprio studio, gli mostra le opere. Un altro giovane, Robert Rauschenberg, ha già visitato il suo studio pochi anni prima; con sacchi, legni e plastiche negli occhi, Rauschenberg è rientrato in patria: cambierà l’arte americana per sempre. Anche la vita di Simeti cambia: esce dallo studio di Burri con un accendino in mano. Bruciacchiando gli angoli di piccoli cartoni rettangolari Simeti incontra l’ovale.

Turi Simeti nella sua casa/studio milanese

Da quel momento, da più di cinquantacinque anni, Turi Simeti dipinge in acrilico quadri monocromi occupati dalla sola figura ovale. Lignei gli ovali di Simeti: l’artista li salda alle assi del telaio e ne incolla la superficie al retro della tela. Le ombre ottenute dalla figura in rilievo turbano l’altrimenti placido monocromo inserendo nella pittura la terza dimensione, lo spazio; la scultura s’insinua nella bidimensionalità della tela, ibridandola.

Nel 1965 Simeti è invitato a esporre presso Zero Avantgarde, collettiva allestita nello studio milanese di Lucio Fontana. A Zero Avantgarde espongono i maestri d’Italia e d’Oltralpe, tra gli altri: il tedesco Gruppo Zero, Hans Haacke, la regina dei pois Yayoi Kusama, Agostino Bonalumi, Enrico Castellani e Dadamaino che oggi inquietano Christie’s e Sotheby’s, il cosmico Fontana, il divino Yves Klein e Piero Manzoni, che tra tutti questi pittori era il collante: manico della valigia saldo alla destra, carta da lettere pronta nella sinistra, viaggiava come un pazzo su e giù per la Germania spedendo lettere in continuazione a destra e a manca. Turi Simeti trova ottima compagnia, da Milano a Londra sarà tutto un susseguirsi di mostre in prestigiose gallerie tedesche, svizzere, olandesi, inglesi.

Anedottica urbana di Turi Simeti. «Mi racconta della New York anni Settanta vissuta da un giovane pittore italiano?», gli chiedo. «New York? Sciovinista!». «Ah! E Milano?», domando curiosa. «Milano? Ma quale Milano, gli artisti stavano a Sesto San Giovanni!». Simeti racconta la routine di questa gentrified Sesto: «A Sesto eravamo Bonalumi, Castellani e io, si andava a pranzo e cena assieme e poi al night club. Solo con Castellani al night; Bonalumi si era già sposato, il brianzolo!». A braccia conserte Simeti continua: «Ora ti racconto tutto…». «No aspetti – lo interrompo – e Roma? Stare a Roma com’era?». «Roma! Finita Zero Avantgarde tornai a Roma, ma Roma era figurativa… Arrivato in città mi chiesi: cosa ci fai qua, Turi? Va’ a Milano!». «Ma quindi alla fine è riuscito ad arrivare a Milano!», esclamo. «Sì sì, ma a Sesto era meglio; si pagava l’affitto regalando un quadro all’anno al proprietario». Simeti incalza: «Ora ti racconto tut…». Lo interrompo di nuovo: «New York era proprio così sciovinista?». «A New York aiutai Castellani a preparare una personale. All’opening arrivarono in cinque, però poi si presentarono Andy Warhol e Robert Rauschenberg e festeggiammo tutti assieme».

Tra le città più generose e vitali che hanno accolto l’artista sin dalle prime mostre, le tedesche Düsseldorf, Monaco e Francoforte: già negli anni Sessanta la Germania era pronta per i dipinti di Simeti, l’aveva preparata il Gruppo Zero. Gli Zero sostenevano l’azzeramento espressivo come unica via per creare un nuovo linguaggio pittorico che dimenticasse la greve figurazione imposta dalle ideologie. Per spezzare il codice artistico vigente, si specializzarono nell’invenzione di codici estremi, fatti di cubi, luci, spuntoni, vortici, geometrie saldissime. Cosa di più saldo d’un sovrano ovale di Simeti? Dinanzi a otto ovali bianchi appesi nello studio di Turi Simeti, combatto una fuggevole guerra. Il quadro è un monocromo rettangolare bianco su cui sono posizionati otto piccoli ovali in linea continua lungo l’asse orizzontale. Tutti gli ovali presentano una leggera rotazione che li scompiglia.

Inseguo ombre tra un ovale e l’altro, mi affascina la grazia di questa forma che umilia il puntuto, celibe, rettangolo, senza cadere nella pretenziosità del cerchio, rifuggendo l’arcisimbolismo dell’ottagono. Non riesco tuttavia a distrarre la mia mente da certe immagini che gli ovali mi suscitano: l’ordine disordinato delle muqarnas, le nicchie che scavano nelle absidi della Sicilia islamica; un balletto di frenetici passi a mezzapunta, i bourrées; i bottoni che trapungono la poltrona Barcelona di Mies van der Rohe e che si ribellano alla loro quadratura: in fila indiana cospirano a destra e sinistra.

Pardon. Ritorno a pensieri più appropriati a questo dipinto, così saldo nelle proprie storiche radici. Simeti era partito bruciando rettangoli, gli era chiaro che con il rettangolo avrebbe dovuto piegarsi. Il rettangolo è scomodo: nella storia dell’arte al rettangolo è stato sovrapposto un triangolo (Rettangolo nero, triangolo blu, Kazimir Malevič), è stato inscritto un cerchio (Resurrezione di San Francesco al Prato, Perugino), soprattutto i rettangoli sono stati interrotti e spezzati da foglie, viticci, panni, broccati, sedie, cadaveri e donzelle (Amor sacro e Amor profano, Tiziano). Mai si troverà un rettangolo pigiato addosso a un cerchio, né si vedrà il vertice di un rettangolo baciare il vertice di un quadrato; nel caso lo facesse, sarebbe per dar scena. Esistono alcune opere in cui i rettangoli sono inseriti in una composizione di altri rettangoli, penso a Bern-Berlin-hangend di Raoul de Keyser, a Number 88 di Ad Reinhardt e soprattutto a Suprematismo con otto rettangoli di Malevič: questi rettangoli se ne stanno in gruppo come la delegazione d’invitati in smoking a un matrimonio dove il tight è d’ordinanza; non sono a proprio agio, silenti e vicini vorrebbero andarsene, ma il pittore, per un suo misterioso divertimento, li tiene là.

L’ovale è tutt’altra storia, flirta in continuazione. L’ovale ruotato a sinistra fa piedino al compare di destra e accarezza la testa del compare di sinistra, là dove il rettangolo avrebbe speronato a destra e a sinistra. Figure di falsa docilità, maliziosi e veloci, vicini alla perfezione del cerchio, ma anche traditori di suddetta perfezione, gli ovali di Turi Simeti incarnano soavi angeli ribelli. Non saprò mai perché, ma sempre sentirò che è così.

Scrivo di Turi Simeti in un autunno di grande rivalutazione dell’arte italiana del dopoguerra. The Trauma of Painting – la più vasta retrospettiva di Alberto Burri mai ospitata da un museo americano – è tuttora allestita lungo le gallerie del Guggenheim di New York. Non solo, qualche settimana fa in New Bond Street, a Londra, al The Italian Sale di Sotheby’s, una maestosa Fine di Dio di Fontana veniva battuta per 15.941.000 sterline, il prezzo più alto mai raggiunto da un’opera d’arte italiana del XX secolo.

Immagino collezionisti, intermediari e art advisor sforzare gli occhi, metterli a repentaglio per cercare Dio o almeno il suo cadavere o il suo testamento. Simeti vola altrove; non crede alla morte, non traffica con il bene, il male, l’osceno, il buco, lo sfascio, l’essere, il nulla, l’attesa, il Golgota, l’Inferno, la rivoluzione. Simeti è luminosamente inafferrabile, con il passare del tempo il suo volto si fa sempre più ovale.

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