Magazine / Yolo

“La grande scommessa” (a perdere)

18.12.2015

Quattro outsider intravedono il crollo di Wall Street prima che si scateni l’armageddon di fallimenti, scatoloni di cartone e riscatti. Gran ritmo e supercast per l’Occupy di Hollywood, il film che vi farà infuriare per il 2008

«Odio la finanza, perché riduce la gente a numeri». Così parla Brad Pitt in The Big Short, da noi diventato ingenuamente La grande scommessa, al cinema il 7 gennaio. Da bravo produttore qual è, Pitt si prende la parte eticamente più presentabile in società: quella dell’ex lupo di Wall Street che ora pensa solo a coltivare il suo orto biologico. Ci sono vari motivi per cui The Big Short, diretto da Adam McKay (un passato da head writer al Saturday Night Live e poi la regia di commedie per capirci sceme come Anchorman e Fratellastri a 40 anni), è uno dei titoli con più hype della stagione. Gli attori: Pitt, parte piccola ma di pregio, e poi Christian Bale al solito schizzatello stavolta con le Birkenstock, e Ryan Gosling tinto di nero mago Silvan in modalità “so il fatto mio”, e Steve Carell invece biondo-introspettivo in cerca di nomination agli Oscar – il film pare ne riceverà parecchie. Sono tutti finanzieri o analisti o osservatori, e tutti insieme compongono il puzzle di veggenti (più o meno) che anticiparono l’annus horribilis 2008, la truffa dei mutui, i crolli a catena, e ciò che ne è derivato. Questo è l’altro motivo: il racconto sociale, prima che monetario, di quel che è successo ai pochi che poi sono diventati tutti, dell’America che poi è diventata l’economia internazionale, dell’azzardo di uno («Tutti firmeranno qualsiasi pezzo di carta, pur di avere una casa») che è diventato rovina collettiva.

«Nessuno vuole leggere un libro sul rischio di credito, né tantomeno vedere un film sul tema», ha messo le mani avanti Michael Lewis, autore del saggio omonimo da cui il film prende le mosse. Il libro però ha venduto, il film probabilmente incasserà per l’effetto razzle dazzle del congegno: nomi fighi, montaggio à la Scorsese, furbizie come Selena Gomez e Margot Robbie (guarda caso protagonista di The Wolf of Wall Street) che spiegano direttamente in macchina certi passaggi che nessuno capisce, e forse continuerà a non capire. The Big Short sta didatticamente a indicare una verità, anche se «La verità è come la poesia, e a nessuno frega niente della poesia» (è una delle frasi in calce al film, «ascoltata in un bar di Washington D.C.»). La verità del teorema di McKay è: case libri auto viaggi fogli di giornale, questo è ciò che la finanza ha minato per davvero, la bolla non era una faccenda da broker, erano i sei milioni di americani che hanno perso il tetto, gli otto che hanno perso il lavoro, e su questo si incardina l’emozione. Il resto sono CDO, ipoteche, swap, Goldman Sachs, palazzi di vetro, percentuali indecifrabili scritte sulla lavagna, Standard & Poor’s, stripper di Las Vegas, immigrati, villette a schiera, un po’ di Inside Job e molto Michael Moore, un grande casino che confonde forse apposta forse no, fitto di dialoghi tra il sorkiniano alla Social Network e il Margin Call di J.C. Chandor, quello di «Può dirmi che cosa sta succedendo? E, per favore, parli come se lo spiegasse a un bambino».

Tutto questo – spiegare, optare per la divulgazione, additare pubblicamente i colpevoli della Grande Tragedia Americana – avviene a un passo dalle prossime Presidenziali, con i buchi lasciati scoperti da Obama (l’accusa è del regista), e la signora Hillary Clinton troppo morbida nei riguardi degli istituti di credito che l’hanno in gran parte sovvenzionata (lo ha titolato di recente il New York Times), e i repubblicani che chissà. Che poi, elezioni o no, può darsi che della verità non si verrà mai a conoscenza, la poesia non interessa a nessuno, però il film era figo e tanto basta, di più – forse – preferiamo non sapere.

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