Nell’ultimo libro di Maurizio Molinari, un’analisi della guerra all’Occidente

Dimenticate le mappe geografiche, i confini disegnati nel secolo scorso, la lente del nazionalismo arabo con cui abbiamo tentato di analizzare, comprendere e talvolta modellare il Medio Oriente. Buttate via tutto, non serve più. Anzi, affidarsi a un approccio in dissoluzione rallenta una reazione che già procede con passo pesante. La guerra in corso «divora gli Stati postcoloniali del Novecento», scrive Maurizio Molinari in Jihad. Guerra all’Occidente (Rizzoli), nessuno escluso. I governi non esistono più in Siria, Iraq, Libia e Yemen. Libano, Tunisia e Bahrein temono di fare la stessa fine. E i giganti della regione – Iran, Arabia Saudita, Turchia ed Egitto – «hanno l’incubo di frammentazioni mortali».

Molinari, neodirettore della Stampa dopo anni da corrispondente in Europa, America e Israele, dice con il suo riconoscibile stile senza fronzoli una verità difficile da digerire: «È una stagione dell’anarchia segnata dall’impossibilità di un singolo contendente – o di una coalizione di forze – di prevalere in maniera decisiva sui rivali». Non valgono più le categorie del passato, nessuno può vincere, non ora almeno, e si moltiplicano i campi di battaglia, i patti traditi, i regolamenti di conti, le lotte che risalgono al 600 d.C. Molinari mette in fila tutto, un capitoletto per ogni fronte, uno per ogni comandante, con testimonianze locali, analisi degli esperti, riferimenti storici, descrizioni dei luoghi, delle tribù, delle relazioni, degli odii secolari e di quelli più recenti: è la mappa completa, e spaventosa, della “guerra globale”. L’unico collante distinguibile nell’anarchia di un mondo a pezzetti è il jihad, la guerra santa dell’Islam, che è una sfida all’Occidente – imminente, totale – ed è «un conflitto di civiltà che si consuma all’interno del mondo musulmano». La guerra per l’egemonia tra sciiti e sunniti è l’asse portante di uno scontro che, venato dei toni apocalittici imposti dallo Stato Islamico, durerà per molto tempo e che ora va velocissimo. Nel giro di pochi anni sono nate entità non statuali con cui gli Stati, quel che ne rimane almeno, devono fare i conti: l’Arabia Saudita guida un fronte e l’Iran l’altro, l’Europa è terra di conquista e Israele è terra assediata. Tutt’attorno, dall’Afghanistan al Maghreb, è «anarchia, violenza e instabilità».

Muovendosi di Paese in Paese, di tribù in tribù, Molinari costruisce un manuale indispensabile per fare ciò che è necessario: identificare interlocutori credibili, sostenerli. Durante il viaggio anche l’autore sembra perdere la speranza, ma poi, senza avvertire, sceglie di chiudere il libro in Marocco, nella prima accademia araba per la formazione di imam anti-jihad e nel vallo di 2.700 chilometri che il governo di Rabat ha creato nel Sahara occidentale per difendersi dalle infiltrazioni jihadiste. In questa guerra può perfino fiorire il deserto, racconta a Molinari un consigliere della zona, con quei pomodori piccoli come fragole che «crescono solo qui e in Israele» – non è vero che non c’è speranza, e par di sentire il cantante dell’ottimismo Jovanotti, «saluti dallo spazio, le fragole maturano anche qui»

 

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