Explicit / Fiction

Distopie senza smartphone

IL 77 18.12.2015

I migliori romanzi italiani del 2015 parlano di un futuro apocalittico. Ma in realtà raccontano il mondo prima dei social

Indicazioni terapeutiche: abituale disturbo compulsivo da smartphone. Soggetti colpiti: chiunque. Farmacologia: i nuovi romanzi distopici italiani.

È il bugiardino che ho compilato dopo aver letto Anna di Niccolò Ammaniti (Einaudi) e Le cose semplici di Luca Doninelli (Bompiani), usciti a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro e tra i migliori libri del 2015. Non hanno niente in comune se non che gli autori hanno scelto di ambientare le loro storie in un futuro prossimo che somiglia molto al nostro passato recente, agli anni in cui non perdevamo tempo con gli sconosciuti su internet, non ci scambiavamo le foto della neve in chat collettive chiamate “famiglia”, al massimo ogni quindici giorni telefonavamo agli zii lontani e, per neutralizzare l’imbarazzo, chiedevamo distrattamente: allora da voi che tempo fa. Sono storie ambientate in un futuro indefinito, dove però un riconoscibile passato emerge nelle pagine d’amore. Già, perché tutto si svolge come prima dei “mi piace”, della stellina, del cuoricino, prima della nuova segnaletica sentimentale di imbarazzante, o forse solo monotona, trasfigurazione letteraria. Non che prendersi la mano di nascosto, orchestrare come sedersi vicini a una cena senza dare nell’occhio, baciarsi nel buio, scriversi lettere usando l’inchiostro al posto degli emoticon non costituisca materiale ad alto potenziale di noia. Solo che è una noia conosciuta, una vecchia amica, una finta rogna per uno scrittore: con alterni risultati ce la siamo sempre sfangata copiando Elena e Menelao, Tristano e Isotta, Anna e Vronskij. Le alternative fino all’altro ieri erano due: gli innamorati erano vicini oppure lontani, si strusciavano (o bisognava trovare una buona scusa per non farglielo fare) oppure si struggevano distorcendo ricordi, idealizzandosi a vicenda, intristendosi, ricevendo notizie da terzi, tanto più stuzzicanti quanto più inaspettate e false (il colpo di scena! l’equivoco!). Di certo, gli innamorati non potevano essere separati da un oceano e contemporaneamente tenersi il sorrisetto tronfio di quel particolare tipo di vicinanza che viene dal mandarsi duecento messaggi al giorno.

Uno dei centri dell’articolato romanzo di Doninelli, vario e complesso come un decamerone di fiabe, si nutre della lontananza dei protagonisti: due sposini vivono separati per vent’anni, lei nei giorni dell’apocalisse si trova in America e da allora le comunicazioni si interrompono. Dodò e Chantal non possono sentirsi né imbarcarsi su una nave – a scanso di equivoci: nel mondo immaginato nello struggente Le cose semplici, l’apocalisse non è stata un semplice black out (per quanto a un romanziere disperato e meno strutturato di Doninelli sarebbe bastato). I due si mancano, si immaginano, coltivano l’esercizio del ricordo. Dato che nell’orizzonte distopico del libro non rientra WhatsApp e a nessuno scappa di cliccare “invia” dopo due righe non editate, accade con naturalezza un fenomeno splendido e straziante: con i fili tagliati dalla distanza, Dodò si mette a far poesia, ovvero letteratura.

Torniamo a noi. Per un po’ abbiamo fatto finta di niente, siamo andati avanti come se nulla fosse cambiato, in modo schizofrenico, con una mano a scrivere il romanzo contemporaneo in cui il telefono serviva tuttalpiù a darsi degli appuntamenti e con l’altra a rispondere alle notifiche in tempo reale. Servono tempo, maturità e saggezza per decidersi a dare udienza a quella cosa orribile chiamata realtà, sempre pronta a disturbare la favolosa libertà della scrittura, quella realtà fastidiosa e inopportuna come un citofonatore dei Testimoni di Geova o di Lotta Comunista (entrambi più avanguardisti e pragmatici dei romanzieri: da tempo hanno disertato i campanelli per iscriverci a nostra insaputa ai loro gruppi Facebook). A un certo punto, però, è stato impossibile non ammetterlo: per scrivere pagine verosimili d’amore e morte dovevi tenere conto di una nuova velocità negli scambi di informazioni. Romeo e Giulietta, la più crudele denuncia dei ritardi postali e delle loro conseguenze, non prevedeva per Romeo e Frate Lorenzo la possibilità di mandarsi DM d’allerta sulle pozioni con ricevuta di risposta su quattro differenti sistemi di messaggistica istantanea.

La scelta distopica non salva solo l’amore, ma anche i fatti e i sentimenti legati all’avventura. Anna, protagonista dell’omonimo romanzo di Ammaniti, vive in una Sicilia fantasma, popolata solo da ragazzini dopo che un virus ha ucciso tutti gli adulti. Ammaniti, non siciliano, compie nella distopia il sogno segreto della letteratura siciliana: rendere totale l’isolamento, sganciare definitivamente l’Isola dal continente. Anche stavolta il mare divide, allontana, esclude. Non si hanno notizie del resto d’Italia, del resto del mondo. Pure in Calabria sono tutti morti? E se invece avessero trovato la cura per il virus? Anche lì i bambini devono cavarsela da soli, in attesa del giorno in cui avranno quattordici anni, l’anno nero della pubertà, quello in cui moriranno? Per scoprirlo, Anna deve mettersi in viaggio verso Messina e confidare nella traversata, portando con se il cane Coccolone e il fratello Astor. Non ha un navigatore satellitare con sé, non ci sono le mappe di Google, nel mondo di Ammaniti radio, televisori e telefoni sono fuori uso. Le istruzioni per vivere sono racchiuse nel quaderno riempito freneticamente dalla mamma prima di morire, indicazioni mai moraleggianti, ma utili e concrete: dove sono i medicinali per far passare la febbre, come prendersi cura del piccolo Astor, come procedere quando sarà il momento del funerale. I quaderni sono il filo rosso che lega i libri di Ammaniti e Doninelli, taccuini dei padri custoditi con pazienza dai figli: nelle Cose semplici è Mark, figlio non naturale di Dodò, a riordinarne ben nove. Questi due romanzi – con ogni probabilità scritti su computer da autori che per quanto non nativi digitali non sono estranei alle nuove tecnologie – ci dicono che quando abbiamo perso tutto, quando non abbiamo più niente, la morte è dappertutto e il bisogno di memoria e poesia si fa irrimandabile, carta e penna sono ancora lì, non hanno bisogno di una spina dove ricaricarsi e non ci faranno venire il tunnel carpale alla mano destra. Caro, vecchio romanticismo: non occorre praticarti davvero, lasciaci però il conforto di poterti ancora saccheggiare.

È Maria Grazia, la mamma di Anna, a formulare il nostro bisogno di una simile poetica distopica. Nella camera da letto dei genitori, insieme a un paio di fotografie (stampate da rullino, ovviamente), la ragazzina trova una lettera che risale al nostro tempo, quello in cui i genitori si amavano, si allontanavano, divorziavano:

Mi dispiace che litighiamo. Tu sei una persona speciale e voglio provare a guardare il mondo con i tuoi occhi. Me lo permetterai? Non dobbiamo buttarci via. Io posso imparare a renderti felice. Hai visto che ti ho scritto una lettera con carta e penna? Sono certa che quando la troverai nella cassetta ti farà più felice di una e-mail.

Nel primo dei quaderni delle Cose semplici, tocca a Dodò cantare l’elegia della scrittura manuale:

Spero soltanto che esistano nel mondo altre centinaia di migliaia di individui come me, che scoprono cartolerie sepolte e si procurano carta e penna per scrivere, raccontare ciascuno nel suo buco. Non so come finirà questa storia, temo male, ma se per caso le cose migliorassero e qualche persona fortunata potesse viaggiare per il pianeta e recuperare, dai nostri buchi, le cose che abbiamo scritto, allora forse si potrebbe veramente ricostruire la storia del mondo.

Hanno ammazzato il romanzo, il romanzo è vivo. Non è necessario scrivere su un quaderno piuttosto che su un computer, ma forse è necessario far finta che sia l’unica strada; si potrà anche fare letteratura sui social network ma non nella specifica forma del romanzo, la sua seduzione consiste nel dialogo sedimentale, impossibile nella velocità del botta e risposta. Doninelli e Ammaniti si sono sbarazzati dell’ansia di definire la decadenza, non vogliono coglierla in punto di morte come accade in altri interessanti libri italiani del 2015, in cui la distopia è fotografia del declino, come Liberal di Paolo Sortino (il Saggiatore) o XXI secolo di Paolo Zardi (Neo), che è stato anche nella dozzina dello Strega, dove il rapporto con la tecnologia è centrale. Nelle Cose semplici e in Anna per essere intelligenti non bisogna commentare le notizie in diretta Twitter, non si deve trovare una battuta brillante prima che l’interlocutore interpreti la pausa silenziosa dopo un messaggio come un rifiuto o una sgarberia. Che sollievo, quelle pause. È il tempo lungo della letteratura (Ammaniti lo racconta in quasi trecento pagine, Doninelli in più del doppio), un tempo non interrotto da trilli, in cui si viaggia avanti o indietro all’interno di un orologio che all’inizio può sembrare dilatato, mentre poco a poco scopriamo che è solo il mondo in cui vivevamo fino a pochi anni fa. Su quel mondo si può ancora scrivere qualcosa di nuovo. È vero, quell’epoca è finita, ma noi non abbiamo finito di raccontarla.

La distopia parla di noi anche quando i due autori raccontano le difficoltà della sopravvivenza, in scenari a cui stiamo facendo l’abitudine dopo ogni attentato: si uccide e si viene uccisi, ci si aggira in mezzo a teschi e corpi in decomposizione, si celebrano funerali, si perdono pezzi di famiglia e di sé sotto la minaccia dell’estinzione. Parla di noi nella perdita di senso e nell’avvitarsi di religioni vere e inventate (ebraismo e cattolicesimo in Doninelli, il culto della Picciridduna in Ammaniti). L’amore è una desolazione, un lusso, un appiglio zoppo, è faticoso poterselo permettere. Anna è infastidita da se stessa quando si accorge di provare attrazione per il coetaneo Pietro: non ha tempo da perdere con l’anacronismo di un sentimento, deve occuparsi di rimandare la sua morte, costruire il futuro di suo fratello quando lei non ci sarà più. Dodò e Chantal hanno altri uomini, altre donne, altri figli, è inevitabile, si dicono, almeno come la promessa mai pronunciata di non dimenticarsi mai, di ritrovarsi appena possibile, perché la salvezza del futuro ha a che fare con un passato interrotto: come succederà a chi legge Le cose semplici, non vogliono tornare indietro per un capriccio nostalgico, ma nemmeno rinunciare a capire cosa hanno perso. 

Niccolò Ammaniti Anna Einaudi  2015, 274 pp. 19 €
Luca Doninelli Le cose semplici Bompiani 2015, 838 pp. 23 €
Paolo Sortino Liberal Il Saggiatore 2015, 222 pp. 17 €
Paolo Zardi XXI secolo Neo 2015, 160 pp. 13 €

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