A Roma c’è spazio per tutti. Registi, artisti, fotografi, attori, scrittori... con all’attivo che cosa? Non importa. Qui non si ha il cattivo gusto di chiedere

«Facciamo che io sono una principessa». Da piccola era il mio cavallo di battaglia. Sostituendo la parte finale, è capitato a chiunque di usare le stesse parole per sentirsi, e farsi considerare, chi si era scelto di essere. Crescendo, purtroppo, concetti come senso di realtà e dati di fatto ci hanno fagocitato nel mondo adulto. Ora, la domanda è: questi benedetti dati di realtà non saranno sopravvalutati? Gli psicologi ce li propinano come l’alfa del benessere: un’architettura dolorosa ma logica con affaccio sui confini della coscienza. Eppure siamo sommersi nelle acque più torbide della mistificazione: pillole per sollevare l’umore, scalfire l’ansia, combattere l’impotenza, prendere sonno, ritardare la calvizie, favorire la diuresi o sciogliere i grassi. E se considerassimo la contraffazione come una splendida prova creativa? Ed è qui che entra in gioco Roma. Perché se da una parte a Roma le bucie cianno ‘e gambe corte, dall’altra – cito Fellini e il suo Marcello – «Roma è una specie di giungla, tiepida, tranquilla, dove ci si può nascondere bene». Nascondersi anche da noi stessi? Certamente sì.
Quando mi ero messa in testa di fare l’attrice ho ancheggiato sul red carpet della Festa del Cinema, offrendo il profilo destro a una fiumana di fotografi che strillavano il mio nome. Poco importa che prima di me Scarlett Johansson avesse incantato i presenti con il suo sorriso da (vera) star. Nessuno si è domandato perché fossi lì, e dopo un minuto di imbarazzo ho smesso di chiedermelo pure io. A Roma, il diaframma che separa la truffa dalla ciarlataneria ha la robustezza di una membrana.
Il giorno seguente ho accompagnato la mia amica Ambra a Borghetto Flaminio, un mercatino vintage a due passi da Piazza del Popolo. Si era resa conto che la sua scarpiera sembrava quella di un millepiedi e aveva deciso di svendere vecchie scarpe per fare spazio alle nuove. Sorvolo sui magheggi per farsi dare la licenza da un giorno all’altro, ma a Roma si può. Sta di fatto che, da pizzi neri e tacco dodici sono passata a sneakers e cappotto oversize. Ho usato tutto il mio polso per contrattare la merce con i compratori e ho simpatizzato con i proprietari del banchetto affianco. Mannaggia a questa crisi che non passa. È che la gente è cieca: neanche le vede le occasioni! Robe così. Verso le cinque, la parte delle venditrici ambulanti aveva esaurito il suo appeal. Ambra mi fa: «Devo passare al circolo da mamma». Altro giro, altra corsa. E nuova metamorfosi.
Seduta sulle poltroncine in velluto del Circolo Canottieri Roma nessuna delle signore presenti, tinta chiara e botulino, ha avuto l’indecenza di mettersi a vagliare il mio pedigree. Così, senza intoppi, mi sono esibita nella veste di ragazza blasonata. Schiena dritta, sorrisi velati, un commentario politico ridotto all’osso e ciliegina sulla torta: avete letto l’ultimo di Ammaniti? Si sa, una leggera vena pop è come une petite robe noire, funziona in ogni dove. Abbiamo sorseggiato il tè e ho preso congedo prima della partita a scacchi. Scimmiottare una certa preparazione in fatto di scacchi sarebbe stato impossibile (a Collebrincioni, sul cocuzzolo delle montagne abruzzesi, gli unici circoli erano le bocciofile e al posto del tè servivano birra).
Dopo aver baciato le signore senza sfiorar loro le guance, Ambra mi dice: «E adesso?». Si va alla Pace. Risposta perentoria. D’altronde è lì che do il meglio di me. Nel mio bar preferito. Immersi nelle rovine della città antica, alle spalle di Piazza Navona, si può assistere alla messa in scena di La dolce vita: atto terzo. Oppure, La dolce vita: terza (de)generazione. Il posto è frequentato da celebri “figli di” e “nipoti di”. Ma c’è spazio per tutti, perché Roma è cool proprio nella misura in cui non respinge nessuno. Registi, sceneggiatori, artisti, fotografi, attori e scrittori con all’attivo… cosa? Non importa. Non si ha il cattivo gusto di chiedere. Parlare di questioni che farebbero rabbrividire il più loquace degli intellettuali, piuttosto. E innaffiare ogni disputa con del vino. L’alternativa alla Pace è il Pigneto. Quartiere finto-popolare, nel Prenestino, in cui per sentirsi accolti basta indossare colori che fanno a botte l’uno con l’altro. Ho visto più patchwork seduta in quei caffè che sulle trapunte di mia madre. Unica raccomandazione: non ammettere per nessun motivo (!) di avere una casa di proprietà. Non si registrano altri rischi.
Il fatto è che a Roma puoi giocare a interpretare la parte che vuoi. Perché a Roma non frega niente di scuotere l’impalcatura esile delle identità altrui. Culla della storia, della politica, del cinema, è stata abitata da branchi di fanfaroni. Tanto che, col tempo, la frottola è diventata il cromosoma tipo del suo corredo genetico. Ma il punto non è che l’oste ar vino cià messo l’acqua. Il punto è che Roma sa essere splendidamente magnanima con tutti i suoi impostori. Ciài messo l’acqua? E noi nun te pagamo. Nessuno che grida allo scandalo. Si continui pure a tracannare. Sempre meglio che questa zozza società. O no?
Non voglio farla troppo facile. Mi interrogo anch’io sul pericolo di finire a essere Uno, nessuno e centomila. Lo faccio di frequente. Di solito, seduta al Bar della Pace. Ma non è lo stesso Pirandello a dire che «illuderci che la realtà d’oggi sia la sola vera, da un canto ci sostiene, ma dall’altro ci precipita in un vuoto senza fine»? Chi sposa la retorica del «io sono sempre me stesso» storcerà il naso. Per quanto mi riguarda, invece, sono d’accordo col Maestro. Pensare che il nostro vero sé sia qualcosa di definitivo ci pone di fronte al vuoto. Allora saremo ben lieti di recitare una parte, e ancora più lieti che Roma ce ne offra l’occasione. «Facciamo che io sono…», in fondo, è un modo di sopravvivere al reale. E come si dice: in tempi de guera, ogni mazza ‘en fucile. Chiunque è libero di partecipare al gioco. Perché uno svago è democratico in quanto esiste nel rispetto delle regole. Nel caso specifico: 1) non stare a sindacare; 2) beatamente fottersene; 3) sdoganare il proprio estro.
Io lo trovo molto cool.

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