Ai margini dell'Urbe ci sono garage che diventano set televisivi, fabbrichette tramutate in ristoranti, officine che rinascono grazie al coworking. E uno studio di registrazione dove una volta c’era un marmista di lapidi

Nel gergo dell’automobilismo si chiama Stop & Go. Ti fermi e riparti. Per pagare un errore. Roma all’imbocco 2016 è afflitta da una sindrome ossessiva di Stop & Go. Avanza a singhiozzo, sbaglia, è costretta a fermarsi, a contemplare le sciocchezze di cui è il prodotto. Poi riparte, con scarse prospettive di successo. Obiettivamente: chi è che oggi, nel mezzo di un’enorme crisi etica, sociale e strutturale, scommetterebbe una moneta sul futuro di Roma? La decadenza sembra un destino intrecciato a quello della Città Eterna, penetrato nella sua carne fino alle viscere.
La scossa dev’essere morale. È dentro di sé che la città deve ritrovare la voglia di battersi contro la natura lussuriosa che la abita. Ormai gli sfruttati sono stati sfruttati e anche gli sfruttatori si leccano le ferite – quelli in regime di semilibertà e quelli che girano alla larga. Per terra gli avanzi, dopo il festino. Stop & Go, no? Siamo nel momento in cui la macchina è ai box e, in attesa di ripartire, si riflette sulla non-oziosa domanda: che fare?
Il discorso qui si complica e richiede uno sforzo d’attenzione, almeno nello sguardo con cui esploriamo l’Urbe. Serve la voglia di spingersi oltre i luoghi comuni, avventurandosi nel territorio dell’aria che tira e dello spirito dei tempi. Perché a Roma c’è altro. C’è una particolare atmosfera, che si coglie, vivendo la città. Non è un progetto organizzato, o un piano istituzionale. E nemmeno il riuso di un modello pescato chissà dove, magari nell’exploit di una neo-metropoli canadese. No, a Roma la questione – un miracolistico germe del rinnovamento, un siero della sopravvivenza che debelli l’epidemia di depressione – è intrisa del più improbabile spontaneismo, nonché dei suoi pendant naturali, ovvero il passaparola e l’imitazione. Parliamo di tentativi sparsi, autarchici, ma sempre più numerosi: qualcosa che si è visto da qualche parte e che si prova a rifare, metti mai ci sia uno spiraglio, una possibilità – che fai, non ci provi? Chiamiamola una “rinascita molecolare”, polverizzata, costituita da fattori e valori piccoli e piccolissimi, aggregabili in modeste sottocategorie e tendenze, ma brulicanti di un attivismo che è la cosa più vicina a quel «damose da fà» pronunciato tempo addietro da un illustre e lungimirante abitante della capitale. Le caratteristiche di questa ripartenza, al confine con l’invisibilità, sono due: prima di tutto il distacco e la lontananza dal centro – in chiave fattuale, simbolica e diremmo anche politica. E poi uno spirito fortemente localistico, spassionatamente post-globalizzazione. In sostanza: sta fiorendo la riscoperta, a tratti entusiasmante, della vita di quartiere, da sempre caratteristica identitaria dell’abitare a Roma (fate il confronto con altre città italiane: nessuna come Roma possiede una matrice stilistica così intensamente legata al quadrante cittadino esaminato), attraverso una moltitudine di piccole iniziative, animate da un disincantato spontaneismo e in angoli apparemente trascurabili della città.
Il bello è che tutto ciò, progressivamente, sta dando vita a un involontario underground, verso cui l’invito è di assaggiarlo, prima di effettuarne una mappatura. Proprio in tempi d’insicurezza e paure diffuse, a Roma va di moda il contrario: scendere in strada e, come si diceva una volta, «riappropriarsi della città». Tralasciando d’arrivare in centro, terra d’impicci, forestieri e turisti. Lì, tra i monumenti della storia, lo scontro è appannaggio di sigle importanti, in cerca di cospicui investimenti. Invece, se volete capire com’è Roma adesso e smettere di ballare sul suo cadavere, se volete verificare che nonostante tutto respira, dovrete fare come nell’era analogica: non credere che il web risponda a tutte le domande (al massimo fornirà indizi) e avere spirito d’iniziativa. Poco alla volta, la sommersa rete romana del fare e del condividere si rivelerà ai vostri occhi, coi suoi inattesi filamenti di spirito d’impresa, un po’ anni Settanta, un po’ 2050, quando finalmente sarà tornata la pace. Scoprirete la confortante sensazione di capire che Roma non ha scelto la fuga o il nichilismo come uniche opzioni. Che c’è gente di tutte le età, ragazzini iperattivi, ma anche veterani in fase di riorganizzazione, che ritrovano il gusto della bottega, del laboratorio, della consociazione, dell’indipendenza.
Perché la Roma sommersa di cui parliamo non è mai stata intraprendente come adesso, quando tutti hanno chiaro che bisogna aiutarsi da soli e che i santi in paradiso portano all’inferno. Arte, creatività, tecniche, intrattenimento, laboratori, sperimentazioni, grafica e ristorazione, nuove tecnologie e comunicazione, design e moda. Un’infinità di contaminazioni tra generi professionali. Location innovative. Ricicli e riusi: garage che diventano studi tv, fabbrichette tramutate in ristoranti poligusto, officine che rinascono all’insegna del coworking, uno studio di registrazione dove c’era un marmista delle lapidi, che adesso si comprano cinesi e già fatte. Non c’è una centrale operativa di questo mondo, non c’è un bollettino degli eventi. Bisogna sapere. Man mano la rete s’infittisce, le informazioni aumentano. Presto s’intuisce quale sia il senso di questa scena che viene su in modo così inattuale: finalmente è tornata in circolo una libertà, un’originalità creativa, un’imprevedibilità! Il formicaio della piccolissima impresa romana, nato come fenomeno di resistenza e sopravvivenza, partito dal Testaccio, da Monti, Pigneto, Portonaccio, Quadraro, oggi proliferato fino al Prenestino e Primavalle, nei quartieri-mondo come Torpignattara, perfino nel dormitorio exurbia del Torrino e in quel mondo a parte di Ostia, quotidianamente si rinnova, rafforza e rigenera.
L’esperienza accresce la qualità, le produzioni acquisiscono raffinatezza: si mangia meglio, capita di bere in posti memorabili, l’arte è dappertutto, le idee generano contaminazioni, la stagnazione diventa flusso, il cambiamento induce il miglioramento. Tutto questo lo scoprirete nei quartieri romani fuori dalla cerchia delle mura, dove ragazzi e adulti hanno capito che, per farcela, devono provarci intensamente. Perché Roma vista dal centro, dai palazzi, dalle redazioni dei grandi giornali, è un panorama di crisi, una terra desolata traversata dagli ultimi razziatori e da stormi di fantasmi, prigionieri delle abitudini. Ma c’è un oltre.
Peccato che un ponte come si deve qui non l’abbiano mai costruito, perché il Tevere in fondo è stretto. Sennò si direbbe «di là dal ponte», e tutto sarebbe più chiaro. Ecco: questa Roma, che non è sparita ma ancora non è apparsa, è di là dal ponte – come quello di Brooklyn. Anzi: ricorda proprio Brooklyn, prima che andasse di moda. Brutta, coi palazzoni e le strade senza memoria. Ma vivace e occupata a fare i conti col contemporaneo. A esistere, con normalità. Partendo dalla maledizione d’essere la Città Eterna. Come il vampiro stanco di vivere, arrivato a un palmo dal lasciar perdere, dall’abbandonarsi al corso degli eventi, lasciandosi mollemente morire, tra echi di stornelli e mandolini.

Chiudi